I triangoli amorosi pirandelliani

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di Tommaso Chimenti

“E se tutti noi fossimo sogni che qualcuno sogna, pensieri che qualcuno pensa?”, enunciava Fernando Pessoa.

Toccare Pirandello è sempre materia scivolosa, o si cade nel vecchio stile, anacronistico, o si cercano soluzioni alternative e avanguardistiche che difficilmente soddisfano proprio perché tradiscono l’originale fino a farlo appiattire, scomparire, nascondere dentro voglie progressiste. Con “Sogno, ma forse no”, commedia non molto frequentata con cento anni sulle spalle, i Modus di Verona hanno voluto sperimentare, tentando, pur nella fedeltà testuale e scenica, di scovare altre strade da percorrere, nuovi sensi e significati. Proprio il titolo racchiude tutto l’onirico e la ricerca sulla psicoanalisi (dopotutto siamo negli anni dove furoreggiavano nei salotti e tra le intellighenzie europee gli studi freudiani) del drammaturgo siciliano, questo sempre essere in bilico, in equilibrio precario tra la realtà e l’immaginazione, tra la verità (che cos’è poi la verità se anche le percezioni sembrano a chi le prova, e quindi sono, vere?) e la fantasia.

“E’ necessario continuare a sognare altrimenti la nostra anima muore”, scriveva Paulo Coelho.

La scena (di Paola Muccio e Luca Altamura) dove è immerso, imbevuto come bustina di té, questo triangolo amoroso sembra essere un teatro di prova (anche questa tematica ricorre nei testi del Premio Nobel) con gli oggetti accartocciati, spiegazzati, polverosi certamente, accatastati, dove anche le nuvole sono di cartone e tulle e tutto appare incerto, provvisorio, fragile, smontabile, a scomparsa, tutto malmesso, appoggiato in quelle stanze chissà quanto tempo fa: lo scaleo sul fondale rende bene l’idea di costruzione e decostruzione, di working progress oppure di un locale abbandonato da anni, un ripostiglio dove altri personaggi stanno cercando disperatamente il loro autore assente. Abbiamo parlato di un triangolo ma la triade amorosa in scena ha soltanto due cateti mentre il terzo è evocato, invece tre sono effettivamente le figure che vediamo e scorgiamo, che emergono da questo buio ancestrale, da questa penombra di palpebre socchiuse: la donna (Laura Murari, sua l’idea), l’amata, il centro, il fulcro, il perno dell’intreccio con le sue scelte e i suoi capricci, l’ape regina attorno alla quale si muovono i fuchi, l’amante (Sergio Bonometti, fisicamente ci ha ricordato Ivano Marescotti, l’“uomo in frac” modugnescamente parlando) e, ruolo importante e qui fondamentale, inserto drammaturgico essenziale al plot dei Modus, la novità del didascalista, ovvero un personaggio estrapolato dalle note a piè di pagina che, kantorianamente, dice, dirige, sposta, dà indicazioni, imbocca le battute, fa da suggeritore, contribuisce all’azione, impartisce ordini, trova soluzioni, consiglia pose, insinua e sussurra parole. I due amanti hanno facce bianche come fossero stati estrapolati e svegliati dal sonno eterno.

“Prima sogno i miei dipinti, poi dipingo i miei sogni”, diceva Vincent Van Gogh.

Ma è il gancio di questa figura eterea, con un piede dentro la vicenda e uno fuori proprio perché è soltanto fatto di pura scrittura, che attira e affascina: sembra di stare dentro una pellicola di cinema muto. I due amanti, ormai agli sgoccioli della loro relazione perché la donna ha intenzione di intraprendere un nuovo amore con un uomo più anziano e che dispone di maggiori finanze, paiono essere burattini nelle mani sapienti di questo Mangiafoco (Matteo Belli, grande mimica facciale, carico, energico, dà sostanza, albertazziano, con verve draculiana nel suo urlo mostruoso) che tratta i due come Pinocchi, burattini movimentati con fili invisibili (mimando proprio il gesto della fibra e del tenere il filamento, come d’altra parte facevano le Parche), come robot gestiti da un’Intelligenza Artificiale, fino addirittura a far loro ripetere le battute più volte per cercare la miglior versione delle sue idee. Però, c’è sempre un però. Perché le cosiddette marionette smettono progressivamente e autonomamente di stare agli ordini impartiti e come automi difettati, o meglio che abbiano preso coscienza della loro condizione, dei loro diritti e volontà che esulano dal “padrone” che li giostra; non stanno più ai comandi, lo esautorano, lo allontanano, lo eliminano, non lo ritengono più necessario perché ormai hanno capito come fare a muoversi in questa realtà, in questa parentesi di sogno anche senza le sue dichiarazioni e indicazioni precise.

“Il sogno è il tentato appagamento di un desiderio” notò Sigmund Freud.

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