Paola Lorenzoni, quanto la vita diventa teatro

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Ci sono libri che raccontano una vita e libri nei quali una vita sembra prendere il palcoscenico. ‘Il Filo rosso e un bicchiere di sole’ di Paola Lorenzoni appartiene decisamente alla seconda categoria. Attrice, autrice, donna di teatro e di poesia, Lorenzoni non si limita a ricordare: mette in scena se stessa, i propri incontri, le proprie inquietudini, le persone amate, le assenze, i sogni e quella ostinata voglia di ricominciare che sembra essere il vero motore della sua esistenza.
Un filo rosso attraversa la memoria, il teatro, la musica, gli amori e le rinascite di Paola Lorenzoni. E un bicchiere di sole illumina anche le zone più dolorose dell’esistenza.
L’appuntamento con questo filo rosso è davvero da non perdere, l’incontro è ghiotto, di quelli da segnare sul calendario. Il 16 ottobre alle ore 18:00, alla libreria Feltrinelli di Via V.E. Orlando, 78/81 a Roma, ci sarà l’autrice Paola Lorenzoni che dialogherà con diversi relatori ed il pubblico in sala (ingresso libero, fino ad esaurimento posti).
Il libro, con la prefazione di Graziella Ardia, non segue una strada rigidamente autobiografica. Procede per associazioni, ricordi, immagini, sogni, improvvise aperture sul passato. È una scrittura che assomiglia alla memoria: avanza, torna indietro, cambia direzione, mescola realtà e fantasia. E proprio per questo conserva qualcosa di profondamente teatrale. Non c’è sempre una linea narrativa tradizionale, ma una successione di scene, voci, dettagli e stati d’animo che sembrano chiedere di essere guardati oltre che letti.
Nella Seconda Parte, L’Uccelliera è un piccolo universo sospeso sopra un lago. Ci sono gli uccelli con cui parlare, il barcaiolo del mattino, la pioggia, il vento, il gufo della notte, i tetti delle case, la musica. La natura diventa interlocutrice e il lago, inizialmente rifugio, finisce per diventare anche il luogo dal quale ripartire. Perché Lorenzoni ha bisogno dell’immenso, dell’infinito, di una nuova rotta.
E allora arriva il trasloco, che nel libro assume un significato molto più grande di quello pratico. Spostare mobili e oggetti significa anche fare ordine nella propria vita, alleggerirsi del passato, scegliere ciò che vale la pena portare con sé. Ma soprattutto significa costruire qualcosa insieme a un’altra persona. È il passaggio dalla solitudine alla condivisione, dalla sopravvivenza alla possibilità di una famiglia.
Tra le immagini più suggestive c’è quella del gatto sulla barca, in mezzo al mare, sotto la luna. È tranquillo, ha con sé il necessario e naviga a vista. Quel gatto è Paola. Una metafora semplice e potentissima: non sapere esattamente dove si arriverà, ma avere finalmente imparato a stare sulla propria barca.
La memoria familiare riemerge spesso, soprattutto nel rapporto con i genitori. E qui il libro si fa più scoperto, talvolta doloroso. Il padre, la madre, gli oggetti conservati, il pianoforte, gli occhiali appartenuti a una persona cara diventano tracce di un passato che non può essere cancellato. Ma la Lorenzoni non vuole restarne prigioniera. Il suo continuo “lasciare andare” non significa dimenticare: significa imparare a vivere con ciò che è stato.
Poi la memoria prende una strada diversa e arriva a Una rotonda sul mare. Gli anni Sessanta, la musica, i militari, le ragazze, i vestiti di seta e di taftà, i sogni d’amore, il mito di Cenerentola. Una piccola storia sentimentale diventa quasi una sequenza cinematografica. Realtà? Ricordo? Fantasia? Poco importa. La stessa autrice ammette di averla “sognata così”. Ed è proprio questa libertà a rendere la pagina interessante.
La rotonda, allora, non è soltanto un luogo. È una macchina del tempo. Basta una canzone, una stagione, un abito, un volto e il presente si apre lasciando passare un’altra epoca. La musica popolare degli anni Sessanta diventa il sottofondo di un’Italia che cambiava, dei desideri, delle illusioni e delle piccole fughe sentimentali. È quasi una scena da film in cui la memoria personale incontra quella collettiva.
E poi c’è il jazz.
La donna che ama il jazz sembra già uno spettacolo pronto per il palcoscenico. Ci sono Marilyn e A qualcuno piace caldo, le percussioni, il parrucchiere, il marito musicista, il padre, Roma, la Maremma, le battute, gli effetti sonori, le canzoni, l’improvvisazione. Qui la scrittura di Lorenzoni si trasforma quasi in copione e il lettore diventa spettatore.
È uno dei momenti nei quali emerge meglio la sua natura artistica: per lei vita e teatro non sono due mondi separati. La vita produce personaggi, i personaggi producono storie, le storie diventano spettacolo. E il palcoscenico non appare come un semplice luogo di lavoro, ma come una necessità espressiva, quasi un modo di respirare.
E c’è una vena comica che merita attenzione. L’autrice sa osservare il quotidiano: il signore che litiga con il distributore automatico di sigarette, la vicina che dal balcone richiama il cane e il gatto, gli allievi di dizione, le piccole ansie, le situazioni paradossali. Sono frammenti apparentemente minimi che nelle sue mani diventano materia teatrale. Anche l’autoironia, allora, diventa uno strumento per raccontarsi senza protezioni.
E naturalmente c’è il teatro, che durante la pandemia diventa assenza, nostalgia, quasi una mancanza fisica. Le manca il palco, la compagnia, il lavoro, la possibilità di produrre e di essere diretta. Ma soprattutto le manca quel luogo nel quale può continuare a essere molte persone senza smettere di essere se stessa.
Anche l’amore, nel libro, non è soltanto sentimento. È costruzione, pazienza, ascolto, famiglia. È quel trasloco fatto insieme che diventa il simbolo di una vita finalmente condivisa. Il peso si divide in due, ma si dividono anche la felicità, i progetti e il futuro.
E così il filo rosso del libro conduce lentamente verso una parola che ritorna continuamente: libertà. Non soltanto libertà di andare, lavorare, amare o recitare. Libertà interiore. Libertà di essere finalmente se stessi.
“Io sono io, la speranza” è forse la frase che più di ogni altra illumina questo viaggio.
La speranza, infatti, non è qui un concetto astratto. È una donna che attraversa il dolore, perde persone, cambia case, sogna, ama, ricomincia, osserva il mondo e continua a cercare. Una donna che può guardare un lago all’alba, ascoltare Maria Callas, innamorarsi del jazz, ricordare il padre, ritrovare un paio di occhiali o immaginare un gatto su una barca e trasformare tutto questo in racconto.
Il libro parla dunque anche del tempo. Del tempo che cambia i corpi, le case, gli affetti, le professioni. Ma parla soprattutto della possibilità di non identificarsi soltanto con ciò che è accaduto. Il passato può essere una radice, non necessariamente una gabbia.
Anche il rapporto con Roma e con la Maremma contribuisce a questa continua oscillazione. Roma è il richiamo del teatro, della città, della memoria artistica; la Maremma è spazio, terra, luce, distanza. In mezzo c’è una donna che cerca il proprio equilibrio senza rinunciare a nessuna delle sue appartenenze.
E c’è la poesia, che affiora nei momenti più inattesi. Non sempre come componimento, ma come modo di guardare. “Io sono poesia” diventa quasi una dichiarazione di poetica. La realtà può essere un lago all’alba, un animale, una canzone, una casa da svuotare, una persona che non c’è più. La poesia nasce quando tutto questo viene trasformato in significato.
‘Il Filo rosso e un bicchiere di sole’ è dunque un libro sulla memoria, ma anche sul futuro. Sulla necessità di non rimanere immobili davanti a ciò che è stato. Sulla possibilità, sempre aperta, di cambiare scena.
È anche un libro sul coraggio di mostrarsi senza costruire un personaggio letterario troppo perfetto. L’autrice lascia entrare nelle pagine le paure, le contraddizioni, le difficoltà economiche, le delusioni, la fatica del lavoro, l’ironia e i momenti di smarrimento. E proprio per questo il personaggio che emerge è più vero: non un’eroina senza crepe, ma una donna che continua a cercare una forma possibile di felicità.
Paola Lorenzoni racconta la propria vita come ha vissuto il teatro: entrando e uscendo dai personaggi, cambiando registro, passando dal dramma alla risata, dalla malinconia alla musica.
Il filo rosso è allora quello che tiene insieme tutto: il passato e il presente, il padre e la madre, Roma e la Maremma, il teatro e la vita, la musica e il silenzio, l’amore e la solitudine. Il bicchiere di sole è invece quella luce che, anche nelle pagine più dolorose, impedisce al buio di avere l’ultima parola.
Forse è proprio questa la forza più autentica del libro: non raccontare una rinascita come un evento definitivo, ma come un gesto che può ripetersi. Si può ricominciare cambiando casa, incontrando qualcuno, tornando a recitare, scrivendo, ascoltando musica, prendendosi cura di un animale o semplicemente guardando un lago.
La vita, sembra suggerire Lorenzoni, non è una parte già scritta una volta per tutte. È un copione aperto, con improvvisazioni, entrate, uscite, pause e nuovi personaggi. E finché c’è una scena ancora da attraversare, c’è anche una possibilità.
E alla fine rimane una certezza: il sipario può chiudersi molte volte, ma per chi ha ancora qualcosa da raccontare lo spettacolo non finisce mai. È una porta che resta aperta, anche quando le luci sembrano ormai spente.
Cenni biografici dell’autrice: Paola Lorenzoni, grossetana doc, già dall’adolescenza presenta spiccate doti artistiche. Dopo aver conseguito il diploma al liceo artistico, studia recitazione presso la Scuola Internazionale dell’Attore diretta da Alessandro Fersen. E da lì inizia una splendida carriera sui palchi di gloriosi teatri nazionali, accanto ad attori del calibro di Giuseppe Pambieri, Paolo Ferrari, ed ha collaborato con Alberto Bevilacqua ed è anche cantante jazz con il gruppo Mediterranean Jazz Quartet del maestro Nicola Buffa.
Bruno Grillo

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