Il Festival Verdi del Teatro Regio di Parma 2026 prosegue con un titolo verdiano di grande notorietà: Nabucodonosor di Giuseppe Verdi, in un nuovo allestimento coprodotto con il Teatro di Bologna e di Genova. Nabucco, opera in quattro atti di Giuseppe Verdi, su libretto di Temistocle Solera è basato su racconti biblici e sul dramma d’Anicet-Bougeois e Francis Cornu rappresentato a Parigi nel 1836. Terza opera di Verdi, è quella che stabilì la sua fama di compositore operistico. Dopo l’infelicissima accoglienza di pubblico e critica riservata ad Un giorno di regno, il compositore prese in considerazione di non più scrivere melodrammi. Come insegnante non gli era andata certo meglio: dalla Scuola di Musica di Busseto si era dimesso disgustato, mentre il Conservatorio di Milano l’aveva rifiutato. Donizetti e Bellini, in quel momento, erano compositori di fama internazionale e la fortuna che aveva premiato Oberto, Conte di San Bonifacio (la prima opera), non sarebbe bastata per il futuro: Verdi era incerto su come avrebbe potuto continuare a guadagnarsi la vita a Milano. Bartolomeo Merelli, impresario del Teatro alla Scala, aveva offerto al musicista un nuovo manoscritto intitolato Nabucodonosor, più tardi Nabucco, nella rielaborazione di fonti bibliche operata da Solera (librettista della sua prima opera). Già rifiutato dal compositore prussiano Otto Nicolai (che gli preferì Il proscritto), Nabucodonosor segue le vicende del popolo ebreo nel momento in cui è assalito ed esiliato dalla propria patria dal re babilonese. I riferimenti riguardano in particolare il regno di Giuda e l’invasione di Nabucodonosor nel 587-686 a.C., quando il tempio di Gerusalemme fu saccheggiato, con la deportazione dei vinti in Babilonia, da dove saranno liberati cinquant’anni dopo. Anche Verdi, inizialmente, si rifiutò di musicare questo soggetto, pur trattenendo il manoscritto. Così descrive la sua decisione di accettare la nuova commissione: “Buttai il manoscritto sul tavolo, quasi violentemente, e lessi il libretto non una ma due o tre volte, così che il mattino seguente il mio cuore conosceva già perfettamente ogni personaggio”. In questo c’è sicuramente dell’esagerazione; la decisione fu più cauta e ponderata, fatta nell’arco di più giorni o forse mesi. L’opera fu terminata nell’autunno del 1841 e, a differenza dell’Oberto che dovette aspettare tre anni per andare in scena, Nabucco ebbe la sua prima rappresentazione poco dopo, il 9 marzo del 1842 alla Scala. La direzione del teatro milanese, per risparmiare sull’allestimento, riutilizzò scenari e costumi di un balletto andato in scena alcuni mesi prima, basato sullo stesso soggetto. Il commento di Verdi fu: con quest’opera, si può dire che la mia carriera operistica sia cominciata. Ed aveva pienamente ragione, se si pensa che Nabucco ebbe un successo tale da essere replicata nello stesso anno, solo alla Scala, per settantacinque volte! Il pubblico era pazzo d’entusiasmo, mentre la critica mostrò di apprezzare l’opera del nuovo compositore ad un livello inferiore. Curiosamente, un critico che trovò Nabucco disgustoso, fu Otto Nicolai, il compositore cui il soggetto era stato offerto per primo. Di puro stampo prussiano, si sentiva a disagio alle prese con l’opera italiana, così sanguigna e ricca d’emozione, quando visse a Milano. Rifiutata la proposta di Merelli, Nicolai musicò Il proscritto, il cui disastroso debutto nel marzo 1841 lo obbligò ad annullare il contratto con l’impresario e fuggire a Vienna. Là seppe del successo arriso a Nabucco e ne fu irritato, commentando così: “L’opera di Verdi è veramente orribile, egli compone come un pazzo, tecnicamente non è neppure professionale, e deve avere il cuore di un asino ed a mio parere è un compositore penoso, spregevole…Inoltre vede in Nabucco nient’altro che l’ira, invettiva, spargimento di sangue e l’assassinio “. L’opinione di Nicolai rimase in ogni caso in minoranza, e oggi appare persino un po’ oscura di senso. L’opera assicurò a Verdi un successo che durò ininterrottamente fino al ritiro del Maestro dalle scene musicali, dopo altre sedici opere. A lungo gli storici della musica hanno perpetrato il mito del famoso “Va pensiero”, il coro cantato al terzo atto dagli schiavi ebrei, che il pubblico del tempo, rispondendo con fervore nazionalistico all’inno dello schiavo che desidera ardentemente la terra natia, chiese di replicare. Siccome i bis erano espressamente vietati dal governo di quel tempo, il gesto fu estremamente significativo. Ma fu un altro il pezzo ad essere bissato, Immenso Jeovha, cantato dagli schiavi israeliti quale rendimento di grazie a Dio per aver salvato il suo popolo. Rimane però immutata l’importanza che il “Va pensiero” ebbe nelle aspirazioni patriottiche, tanto da farlo diventare l’inno nazionale del Risorgimento. Il successo dell’opera si deve in parte anche all’eccellenza dei primi interpreti: il baritono Giorgio Ronconi quale Nabucco, il tenore Corrado Miraglia, Ismaele, il basso Prosper Derivis figlio, Zaccaria mentre Giuseppina Strepponi, futura signora Verdi, nei panni d’Abigaille mostrò un’organizzazione vocale già molto logorata. Nabucodonosor torna a Parma dopo le rappresentazioni del Festival Verdi del 2019 in un nuovo allestimento, una coproduzione con il Comunale di Bologna e Carlo Felice di Genova. Nel cast spiccano le voci di Ariunbaatar Ganbaatar nel il ruolo del protagonista e di Lidia Fridman nella parte di Abigaille. Il baritono originario della Mongolia è uno degli artisti più richiesti al momento, (ancora Nabucco a Macerata quest’estate) potendo contare su un’organizzazione nel pieno rigoglio vocale che risponde senza patemi alle sollecitazioni della partitura, riesce – in incisivo scavo della parola e in un sagace agire scenico – a dare credibilità e spessore drammatico al personaggio di Nabucco. Attacca Tremin gli insani con ampiezza di suono e regge i tempi tellurici staccati dal direttore in Mio furor. Impavido, si lancia nelle cabalette con un impeto che non conosce risparmi. Impressiona nella scena del delirio Chi mi toglie il regio scettro, credibile nei momenti di pazzia e infine patetico nell’implorazione Ah perché e Deh perdona aggiungendo intensità di partecipazione alle ragioni essenzialmente vocali. Dio di Giuda è reso in palpitante interpretazione, sapendo divenir fulminante nella cabaletta O prodi miei seguitemi. Lidia Fridman è un’Abigaille che si apprezza per gli acuti svettanti e luminosi – vere lame sonore – per l’impeccabile legato e la sicura tecnica che si traduce in facilità nell’esecuzione dei passi di agilità che mai la impensieriscono nonché per le finezze di preziosi smorzando e assottigliamenti di voce che arrivano al pianissimo. Il volume senza essere ampio mostra qualche disomogeneità di registri, con ottava inferiore poco risonante. Entrata travolgente, da dark lady, in Guerrieri, è preso il tempio! Interprete credibile nei passi più intimi come Io t’amava! dove si fa sensuale pur con tratti ferini, ma non possiede ancora al massimo grado il fraseggio drammatico per rendere Ben io t’invenni; si mostra energica nel duetto e in Anch’io dischiuso un giorno sfoggia struggente patetismo, un evocativo incanto esaltato dal bel “legato” della frase, espandendosi la voce in florido flusso vocale. Manca di protervia nel fraseggio di Salgo già del trono aurato, pur nell’imperiosità di suono connaturata all’ ambiziosa regalità del personaggio. Trova infine un ottimo momento di puro lirismo in Me morente, dove fa valere un canto raccolto e lineare mettendo in risalto l’elegante linea di canto ricca di finezze, a far campeggiare il personaggio. Michele Pertusi presta a Zaccaria una voce di basso che suona, a distanza di anni di carriera, ancora rotonda e sonora. La tecnica vocale è salda: gli acuti immascherati suonano, in basso non forza il suono per renderlo più corposo. Interprete ispiratamente ieratico nella parte di un Pontefice, veste perfettamente il personaggio: Tu sul labbro è attaccato in pianissimo e proseguito a mezza voce, impreziosito da smorzandi. In Del futuro ne coglie l’aura profetica. Ismaele era Andrés Moreno García: dopo un baldanzoso ingresso si sperde poi in un’interpretazione sui generis, strozzandosi sugli acuti e la voce perde elasticità. Fenena era Laura Verrecchia, interprete partecipe, nel duetto iniziale sfoggia voce penetrante ma non sa trovare piena risonanza nell’aria dell’ultimo atto. Abdallo dal bel timbro quello di Simone Fenotti, così come efficace il Gran Sacerdote di Adriano Gramigni. Gradevole, infine, Anna di Maria Cristina Bellantuono. Il Coro del Regio la fa da padrone, in Nabucco, a conferma della coralità dell’opera più che dei singoli. Centrale presenza, e non solo nel celeberrimo “Va’ pensiero”, bissato a grande richiesta. Il Direttore Francesco Lanzillotta esordisce bene imprimendo solennità all’ouverture, con preziose ombreggiature di nostalgica e commossa rimembranza, resa in pastosa esecuzione. Poi la sua direzione sposa il demone della velocità, scegliendo un accompagnamento sovraccarico di febbrile tensione drammatica e modulata su un eccesso di sferragliante concitazione a esprimere il lancinante grido di un popolo prigioniero. Allestimento minimal-chic di PierLuigi Pizzi che suscita la vicenda con pochi tocchi, ambientandola in uno spazio asciutto di pareti nero smaltate: scena popolata da guerrieri dai costumi fantasiosi e vivificata dalle potenti e avvolgenti luci di Massimo Pizzi Gasparon Contarini. Prevedibile regia, soprattutto dei movimenti corali. Caldo successo, con ovazioni per Ariunbaatar Ganbaatar e Lidia Fridman. Al Teatro Regio di Parma.
gF. Previtali Rosti

