Il 20 e 21 ottobre è arrivato al Politeama Rossetti di Trieste “L’alba dopo la fine della storia” scritto da Paolo Di Paolo, per la regia e drammaturgia di Giacomo Pedini. Lo spettacolo, prodotto dal Mittelfest, fresco di inizio tournée, arriverà allo ZKM di Zagabria il 23 Ottobre, al Teatro Fraschini di Pavia dal 13 al 15 novembre e infine al Teatro Ivo Chiesa di Genova il 25 e 26 novembre.
“L’alba dopo la fine della storia” è parte del progetto articolato: “Inabili alla morte / Nezmožni umreti”, (realizzato da Mittelfest per Go!2025, Nova Gorica e Gorizia, Capitale della cultura 2025 con il contributo di Regione Friuli-Venezia Giulia, in partnership con SNG Nova Gorica, Rai Radio3, Rai FVG e Radio Slovenija-Program Ars). Si tratta di una trilogia composta da “La cripta dei Cappuccini” – da Joseph Roth (Segue il tramonto dell’Impero austro-ungarico attraverso le vicende della famiglia Trotta); “Alla ricerca della lingua perduta” di Goran Vojnović (Ambientato negli anni Sessanta, nell’Europa divisa dalla Guerra fredda, affronta il tema della lingua, dell’identità e dell’appartenenza) e da “L’alba dopo la fine della storia”, scritto appositamente da Paolo Di Paolo. La trilogia parte dal racconto di un’epoca di decadenza e transizione, in cui prende forma il nostro presente e conduce al coinvolgente, ambiguo e vertiginoso salto nel vuoto degli anni Novanta.
“Il trittico “Inabili alla morte”, con “L’alba dopo la fine della Storia”, esonda i limiti del palcoscenico tra letteratura, storia e live cinema e rimette il nostro presente di italiani e di europei, da Ovest a Est, di fronte alle fatali omissioni e alle facili illusioni che hanno condizionato gli ultimi decenni”, è il commento di Giacomo Pedini, regista e ideatore del progetto, nonché direttore artistico di Mittelfest dal 2021 al 2026. Egli riflette su ciò che accade quando la Storia smentisce le proprie promesse. Nel 1989, la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica alimentarono l’illusione di un futuro di pace, benessere e libertà. Il successivo collasso, o meglio, direi l’implosione della Jugoslavia infranse brutalmente quella ambita e anelata speranza.
Il testo di Paolo Di Paolo mette in scena un denso intreccio di riflessioni storiche, politiche ed esistenziali sul decennio che ha ridefinito l’Europa moderna. Il titolo stesso è una risposta diretta e provocatoria alla celebre tesi del politologo Francis Fukuyama, che nei primi anni Novanta teorizzò “la fine della storia”, intesa come il trionfo definitivo delle democrazie liberali occidentali e del capitalismo dopo la caduta del Muro di Berlino. L’opera esplora Le illusioni del 1989, cioè l’ingenuità collettiva di quel momento storico. Crollati i blocchi ideologici, l’umanità si era illusa di essere entrata in un’epoca eterna di pace universale, giustizia e benessere diffuso.
Serpeggia in sala un non so che di curiosità e perplessità su ciò a cui assisteremo. Non si sa cosa aspettarsi. Il sipario è aperto e la scena è “ostruita” da due enormi pannelli led sui quali risalta il titolo dello spettacolo che sovrasta una meravigliosa alba su un lago: comunica pace. Buio in sala. I due led all’inizio cominciano e proiettare forsennatamente immagini di servizi giornalistici, scene che quasi non cogli coscientemente, ma ti arrivano dentro. Sono scene che hai già visto, che fanno parte della tua storia, volente o nolente. E il crepitio e i bagliori delle armi fanno la loro comparsa.
I due pannelli, come due valve di conchiglia si allontanano: si schiudono e rivelano una “perla”, una scena semplice ma al tempo stesso complessa e complicata. L’ossatura in ferro arrugginito di una decrepita e abbandonata giostra a cavalli che contiene una specie di edicola esagonale, con tanti manifesti stile “colonne Morris” (struttura cilindrica, molto diffusa nelle strade di Parigi, sulla quale si affiggono manifesti di spettacoli teatrali, opere liriche, concerti e film).
Una voce dal buio pronuncia una frase: “kako si?” (in sloveno, croato, serbo, bosniaco e in altre lingue slave vuol dire “come stai”?). È come dare un “la”. Tutto comincia. Storie. Storie che si intrecciano. Storie che saltano da un anno all’altro senza un apparente fil rouge.
Veniamo presi per mano e portati nelle vite di sei personaggi: i protagonisti dell’opera non sono figure storiche, ma vengono definiti dagli stessi autori come dei “dispersi”. Condividono una profonda crisi identitaria causata dal crollo improvviso delle grandi narrazioni del Novecento: Monika (l’autrice): il tentativo disperato di dare un ordine al caos, di scrivere la realtà mentre questa si sgretola e vive la frustrazione di non riuscire a trovare una direzione coerente in un mondo che gira troppo velocemente; Franco (il venditore-millantatore): il cinismo economico dilagante degli anni Novanta che maschera il proprio smarrimento e la propria mancanza di rispetto celata da una ipertrofia dell’Ego, dietro l’illusione del profitto, del marketing e delle promesse commerciali, mercificando l’esistenza; Emiliano (l’attore): simbolo della finzione che si sostituisce alla realtà che aiuta ad esplorare il dramma di chi deve costantemente interpretare un ruolo in una società che ha perso i suoi punti di riferimento autentici; Gloria (la sopravvissuta): porta sulla scena il peso della memoria e della falsificazione storica e, interpretando un “finto Gorbacëv”, evidenzia il cortocircuito psicologico di un’epoca in cui per sopravvivere al dolore reale è necessario rifugiarsi in un’identità simulata; il Tenente (il disertore) e Viktor: le voci del trauma balcanico che psicologicamente è segnato dal senso di colpa, dalla fuga e dal disorientamento morale. Il disertore rifiuta la logica della guerra, ma questo lo condanna a essere un nomade senza patria, un estraneo sia a est che a ovest.
Tutti i personaggi litigano, mentono, amano e si amano, vagano tra sogni infranti e orrori, tremende atrocità nascoste dal falso perbenismo e dal nascondere la testa sotto la sabbia. Le loro menzogne non sono semplici inganni, ma meccanismi di autodifesa per sopportare una “livida alba” collettiva che ha tradito, raggirato, imbrogliato, deluso, disatteso, abbandonato, rinnegato ogni aspettativa di Pace. Sono alla ricerca del proprio posto nel mondo. Si interrogano mentre il mondo gira sempre più veloce, mentre sale l’alba dopo la fine della Storia. Hanno attraversato un’epoca nella quale le aspettative sono andate deluse, le promesse di pace del 1989 sono svanite, la caduta del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica non hanno migliorato il corso della vita e il collasso della Jugoslavia non è stato solo un incidente di percorso. Si attraversa la storia europea durante l’ambiguo salto nel vuoto degli anni ‘90.
I sei personaggi sul palcoscenico non sono che proiezioni di un’intera generazione smarrita (“anime perdute”, “anime sperdute”, “dispersi”), cioè la frammentazione dell’identità sia personale che collettiva.
Tra le tante notevoli figure mi ha colpito Franco (il venditore millantatore, che tanto “franco” non è) che incarna il nuovo cinismo economico di un’epoca che accelera sempre più velocemente, mentre i personaggi faticano a capire dove si trovano e chi sono (Mercificazione ed Esistenzialismo). Guarda caso è italiano, guarda caso, come l’Araba Fenice, risorge ogni volta dalle sue ceneri. Guarda caso il suo inno, la sua personale colonna sonora è la canzone “L’italiano” di Toto Cotugno. Lui è la personificazione, ahimè, dell’alba dopo la fine della Storia.
Chissà se i desideri, le menzogne e le paure dei singoli abbiano ancora un peso effettivo nella macro-storia o se siano diventati del tutto evanescenti!
La narrazione si scontra violentemente con la realtà geopolitica degli anni Novanta, in particolare nell’area di confine dell’Est Europa. Mentre l’Occidente celebrava la globalizzazione e l’apertura delle frontiere, a pochi chilometri di distanza il sanguinoso collasso che, ribadisco, chiamerei “implosione”, della Jugoslavia mostrava il riemergere di nazionalismi feroci e della violenza più cupa. L’opera affronta la cecità dell’Europa occidentale, chiarendo che la guerra nei Balcani non fu un semplice “incidente di percorso”, ma la dimostrazione lampante dell’incapacità dell’Europa di mantenere le sue promesse democratiche e umanitarie
C’è tutto in questo potente spettacolo: tutte le speranze come la Pace; tutti gli orrori come gli stupri di guerra e l’accanimento sulle vittime da parte dei carnefici; tutta la voglia di sopravvivenza, come il portare i bambini orfani in Italia e poi perderne le tracce (il “kako si” iniziale è riferito proprio ad un incontro dopo molti anni della protagonista /scrittrice con un bimbo che ha avuto questa sorte ed è diventato adulto); tutto il voler indagare e cercare di rappresentare tutto ciò, che però verrà osteggiato da tanti; tutta la mancanza di tatto da parte di coloro che, appena firmata la pace, si sono precipitati in quei luoghi sperando che si fosse usata la bacchetta magica e tutto fosse sanato; tutta la difficoltà di vedere e ricordare: più volte viene ripetuto che “non si vede niente”, come se il presente, il passato e persino le immagini della guerra fossero stati cancellati o resi indistinguibili; Mostar è presentata come una città trasformata dal turismo e dalla spettacolarizzazione della storia, ma ancora segnata da murales, piccoli cimiteri e lapidi. Compare il riferimento “Don’t forget ’93- Non dimenticare il ‘93”, collegato alla necessità di non dimenticare le vittime e la distruzione.
E il finale, con la giostra che rotea e lei, l’Autrice, che cammina nel senso opposto, mentre la nebbia fitta copre e ricopre tutto, però non può cancellare, può solo “celare”.
Lo spettacolo è di una potenza incredibile, per me, per noi che in quegli anni “c’eravamo”. Gli attori sono molto bravi, alcuni di loro recitano sia in italiano che in Sloveno (Viktor, che però è sloveno) e in Croato/Bosniaco (Gloria e il Tenente, che sono italiani).
Paolo Di Paolo dimostra nel suo testo come quella “fine” non sia stata un traguardo pacifico, ma il preludio a un risveglio traumatico in un mondo fragile, disorientato e privo di coordinate morali che egli chiama la “livida alba”.
Utilizzando il cortocircuito tra verità palesi e clamorosi falsi storici (come il personaggio di Gloria che interpreta un “finto Gorbacëv”), Di Paolo anticipa il concetto contemporaneo di post-verità (Vero vs Fake). Negli anni Novanta la manipolazione dell’informazione mediatica e la narrazione della realtà iniziano a confondersi, lasciando l’individuo nell’impossibilità di distinguere il reale dal simulato. Cosa che altro non era che l’embrione di ciò che accade oggi.
Ottima scelta registica di Giacomo Pedini (che ha curato anche la drammaturgia) per la scelta di fondere il linguaggio prettamente teatrale con la tecnologia del live cinema (regia video curata da Stefano Bergomas): sul palco sono presenti telecamere che riprendono gli attori dal vivo, proiettando le immagini sui grandi pannelli led scenografici. Non si tratta di video preregistrati, ma di una vera e propria regia cinematografica che si compie simultaneamente all’azione teatrale. Questa tecnica permette al pubblico di osservare contemporaneamente il corpo dell’attore nello spazio scenico e i dettagli microscopici del suo volto sullo schermo (un battito di ciglia, un’espressione impercettibile, gli occhi pieni di lacrime). Questo amplifica l’introspezione psicologica dei personaggi e lo spettatore diventa complice dei loro segreti.
Il live cinema serve a rafforzare il tema della manipolazione mediatica. Lo spettatore è così spinto a interrogarsi su ciò che è reale e ciò che è artificiale, in un rimando alla transizione culturale dagli anni Novanta verso l’era della post-verità.
Uno spettacolo molto complesso e davvero potente. Purtroppo, non tutti i presenti hanno voluto veleggiare fino alla fine, ed hanno perso molto. Ma gli applausi finali, partiti con leggero ritardo e divenuti poi veri e propri apprzzamenti, hanno dimostrato che si era tutti col fiato sospeso. Ogni tessera del complicato e difficile mosaico era al suo posto (forse?).
Il rush finale poi mi ha riportato alla mente tante cose, tanti pensieri, tante voci spente per far sì che il mondo vedesse e sapesse: voglio ricordare qui Marco Luchetta (inviato RAI), Alessandro “Saša” Ota (operatore), Dario D’Angelo (fonico / collaboratore) che hanno perso la vita a Mostar, e Franco Di Mare, che ha contratto, un tumore molto aggressivo (mesotelioma pleurico), legato all’inalazione di polveri e amianto durante i suoi anni come inviato di guerra nei Balcani. Proprio lui si portò via ed ha adottato una bimba proveniente da quei teatri: la dolce Stella.
Da Trieste per oggi è tutto.
Rosa Zammitto Schiller
L’alba dopo la fine della storia
Testo di Paolo Di Paolo
regia e drammaturgia: Giacomo Pedini
con (in ordine di apparizione)
Monika: Valentina Bartolo
Viktor :Primož Ekart
Franco: Roberto Marinelli
Emiliano: Francesco Migliaccio
Tenente: Alberto Pirazzini
Gloria, Fake Gorbacëv : Matilde Vigna
Scene: Alice Vanini
Costumi: Gianluca Sbicca e Francesca Novati
live cinema e regia video: Stefano Bergomas
musiche: Cristian Carrara (eseguite in registrato da FVG Orchestra)
direttore d’orchestra: Paolo Paroni
drammaturgia: Jacopo Giacomoni
luci: Stefano Laudato
suono: Corrado Cristina
Produzione: Associazione Mittelfest

