Milena Vukotic ovvero Émilie du Châtelet…

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Nel monologo che Milena Vukotic dedica a Émilie du Châtelet, la scena si apre come un laboratorio segreto: un luogo in cui la materia del pensiero si fa corpo, gesto, respiro. La regia di Maurizio Nichetti non impone, non sovrascrive: accompagna. Disegna un perimetro lieve, quasi trasparente, entro cui l’attrice può far emergere la complessità di una figura che fu, nel Settecento, un’anomalia luminosa.

La Vukotic non interpreta Émilie: la distilla. Ne raccoglie l’ironia, la fame di conoscenza, la libertà intellettuale che sfidò convenzioni e gerarchie. La sua presenza scenica è un paradosso vivente: regale e minuta, fragile e inesorabile, come se il corpo stesso fosse attraversato da un’equazione che cerca soluzione. Ogni frase è un piccolo teorema emotivo, ogni pausa un’apertura verso l’infinito.

Il testo, costruito con intelligenza drammaturgica, non si limita a rievocare la biografia della scienziata: la interroga. La mette in tensione con il nostro presente, con la nostra idea di sapere, con la nostra incapacità contemporanea di tenere insieme ragione e desiderio.

La celebre frase che Émilie sussurra:

«Non dobbiamo lasciare che la ragione distrugga i nostri sogni»

non è un aforisma, ma un monito politico, un gesto di resistenza epistemica.

La regia di Nichetti lavora per sottrazione: un palcoscenico essenziale, attraversato da tagli di luce di Umberto Fiore che sembrano diagrammi, vettori, linee di forza. Il suono di Giorgio Vitaleri non accompagna: vibra come un campo magnetico, suggerisce la presenza di un pensiero che non si vede ma agisce. I costumi di Fiorenzo Niccoli, sobri e nobili, evocano la corte del Re Sole senza mai cadere nel decorativo.

La Vukotic, in questo spazio calibrato, costruisce un personaggio che non è solo figura storica, ma principio attivo: una donna che ha osato pensare quando alle donne era concesso solo di essere pensate. La sua Émilie è un corpo che attraversa i secoli, che porta con sé la vertigine della scoperta scientifica e la vulnerabilità di chi sa che il sapere non basta a proteggere dal mondo.

Il monologo procede come un esperimento: ipotesi, deviazioni, improvvise illuminazioni. E quando arrivano i colpi di scena non servono a stupire, ma a ricordare che la vita di Émilie fu un continuo scarto rispetto all’atteso. Una traiettoria obliqua, come quelle che la fisica newtoniana cercava di descrivere.

In questo equilibrio tra rigore e incanto, tra biografia e visione, lo spettacolo trova la sua forza più profonda:

Milena Vukotic, non celebra Émilie du Châtelet, la riattiva. La restituisce al pubblico come una domanda aperta, come un invito a non rinunciare alla complessità, a non separare ciò che la modernità ha diviso: la scienza e la poesia, il calcolo e l’immaginazione, la lucidità e il sogno. Alla fine, quando la Vukotic lascia cadere l’ultima frase, non resta un ritratto: resta un’orbita. E noi, per un istante, ci sentiamo dentro il suo movimento.

Giuliano Angeletti

Milena ovvero Émilie du Châtelet…

di Francesco Casaretti
con Milena Vukotic
regia Maurizio Nichetti
sound designer Giorgio Vitaleri
costume Fiorenzo Niccoli
disegno luci Umberto Fiore
assistente alla regia Martina Glenda
assistente di produzione Orazio Schifone
organizzazione Aurora Spada
Ge.A Off/Off Theatre

 

 

 

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