Quotidiano di Cultura diretto e fondato da Stefano Duranti Poccetti nel 2011

Doppelgänger

Data:

– Entra pure, figliolo. Ecco, siedi qui di fronte a me.
– Sì, padre.
– Vedi, mio caro Henry, vi sono alcuni fatti di gran peso, di cui è venuto il momento che ti parli. Oggi è un giorno impor­tante, tu compi la mag­giore età… Ed io avevo deciso da tempo di met­terti a parte, in que­sta spe­ciale occa­sione, di cose che risal­gono a molti anni fa ma ti riguar­dano direttamente.
Adesso apri l’astuccio che hai davanti.
– Un pugnale… Molto bello, padre… non ne avevo mai visti di così fine­mente lavorati.
– Quel pugnale, ragazzo, ha una sua sto­ria. Io l’ho con­ser­vato in tutti questi anni, con l’intenzione di far­tene dono quando ci fos­simo sepa­rati e tu fossi andato a intra­pren­dere una vita tutta tua.
– È bellissimo.
– Ora dimmi figlio… qual è il nostro motto?
– Eccel­lere, eccel­lere ed eccellere.
– E cosa richiede tutto questo?
– Volontà, costanza e appli­ca­zione, padre.
– Bene. Tu, Henry, fino a que­sto momento, mi hai reso sem­pre orgo­glioso di esserti padre. Negli studi non sei stato secondo a nes­suno, la tua con­dotta è stata, nel tempo, disci­pli­nata e rispet­tosa dei capi­saldi del vivere one­sto e civile. E ora dovrai pro­se­guire da solo, in un Paese lon­tano, e in una scuola che gli dà lustro da secoli, il per­corso intra­preso sotto la mia tutela di padre. Ma prima, vi sono alcune cose che devi sapere, e ricade su di me l’onere di par­lar­tene in fran­chezza e senza veli…
a costo di essere un po’ brutale. Quando tu sei nato, Henry, tua madre ebbe un parto gemel­lare, e purtroppo il tuo gemello morì durante il tra­va­glio. Fu un evento dram­ma­tico e inat­teso. Io e tua madre era­vamo in India, e tu sai che i miei doveri di amba­scia­tore mi hanno spesso tenuto lon­tano da casa e costretto a com­piere spo­sta­menti fre­quenti. Al tempo, ave­vamo con noi un nostro amico dot­tore, sul quale poter fare affi­da­mento per le dovute cure e la maie­utica neces­sa­ria al parto. Nel pae­sello dove eravamo stanziati ave­vamo per­fino appron­tato una stanza in buone con­di­zioni igie­ni­che e con mezzi e stru­menti suf­fi­cienti per tutte le eve­nienze del caso.
Pur­troppo, il parto ebbe luogo, prematuramente, durante uno spo­sta­mento inat­teso e senza la pre­senza del dot­tore nostro amico: dovetti assi­stere tua madre io stesso, con mezzi di for­tuna e in maniera del tutto ina­de­guata a garan­tire la piena riuscita del parto e a sal­vare la vita del tuo fra­tello gemello.
Il col­tello che hai davanti è la lama che ho usato allora per reci­dere il tuo cor­done ombe­li­cale… Sia, adesso, pegno del mio amore di padre e sim­bolo del tuo ven­turo affran­carti dalla fami­glia e dalla mia diretta tutela.
– Padre, io…
– Dimmi Henry.
– È que­sto ter­ri­bile evento che ha por­tato alla paz­zia la mamma? È per que­sto che si tolse la vita?
– Sì, figlio mio. Un mese dopo il parto rien­trammo in Inghil­terra. Tua madre cadde in uno stato di pro­fonda pro­stra­zione che l’avrebbe poi por­tata alla depres­sione e a forme gravi di deli­rio. Far­ne­ti­cava di fan­ta­sie mor­bose e assurde legate al culto della metem­psi­cosi… Tentò più volte il sui­ci­dio, fino a quando, nell’estate di diciotto anni fa, io non potei fare in tempo a soc­cor­rerla, e riu­scì a togliersi la vita. Eri così pic­colo che non ricor­de­rai niente, ma è giu­sto che ora tu sappia.

DOPPELGÄNGER

Mi chiamo Henry Wil­son e la mia sto­ria comin­cia sui ban­chi di una facol­tosa scuola, curvo su mate­rie in cui eccel­levo a costo di ore e ore di impe­gno meti­co­loso. Ricordo ancora la mat­tina in cui il mio dop­pio, la mia nemesi, fece ingresso nell’ampia aula inon­data di tra­verso dalla luce tetra di un cielo autun­nale; al suo ingresso, si alza­rono tutti in piedi, e i suoi passi mi par­vero risuo­nare come schianti nell’ambiente spo­glio dell’aula. Era straor­di­na­ria­mente simile a me, biondo, di linea­menti sot­tili e gra­ziosi, car­na­gione can­dida, ma i suoi movi­menti erano tra­sfusi di una gra­zia amma­lia­trice quale io forse non cono­scevo e cer­ta­mente non avevo veduto in nes­sun altro mio com­pa­gno. Fu pre­sen­tato, e un ampio sor­riso, attra­versò il suo volto; non arri­vando, però, a stem­pe­rare la ter­ri­bi­lità del suo sguardo ombroso e come per­vaso di feb­bri­ci­tante ten­sione. Pre­sto si fece amici in gran parte della sco­la­re­sca, nes­suno sem­brava resi­ster­gli: tutti quelli che l’avevano cono­sciuto desi­de­ra­vano fre­quen­tarlo ed era come se pen­des­sero dalle sue labbra. Impa­rai in fretta a odiarlo: por­tava il mio stesso nome, par­lava eru­di­ta­mente – come ero solito fare io stesso per distin­guermi – i suoi voti erano ottimi, la sua con­dotta bril­lante e inec­ce­pi­bile; per quanto si dicesse fosse stato cac­ciato da un altro isti­tuto causa una rissa. Pre­sto mi accorsi che tutto ciò in cui si distin­gueva, gli richie­deva un impe­gno minimo, e la riu­scita nel gioco come nell’attività sco­la­stica, era per lui qual­cosa di affatto natu­rale. Ovun­que pas­sasse appa­riva calmo e a suo agio, le ragazze se lo con­ten­de­vano, ma non una sola voce di scan­dalo per le sue abi­tu­dini liber­tine e disin­volte. Si era tenuto lon­tano dalle chiac­chiere con la stessa abi­lità con cui amava dis­si­mu­lare la sua supe­riore stazza intel­let­tuale ed il suo indi­scu­ti­bile fascino, quando era in pub­blico, con una buona dose di bono­mia. Blan­diva le teste calde e aiz­zava segre­ta­mente i miti, pra­ti­cando quella che Ora­zio chia­mava aurea mediocritas: lon­tano dalla riva sco­gliosa come dal mare aperto in cui sof­fiano venti infidi, ma sem­pre eser­ci­tando una presa salda su cuori e menti altrui. Dice­vano pure che avesse sanis­sime abi­tu­dini, alcuni par­la­vano di ecces­sivo igie­ni­smo, ma il suo aplomb ed il suosavoir fairemasche­ra­vano bene anche di que­sti certi usi che qual­cuno avrebbe potuto sospet­tare vicini all’idiosincrasia. Io, invece, ero un eccel­lente bevi­tore, inquieto per indole, e sia pure bril­lante nei rap­porti con i miei com­pa­gni, incre­di­bil­mente timido con le ragazze. Una sera, dopo essermi attar­dato su di un arcano ed eru­di­tis­simo testo di mne­mo­tec­nica com­pul­san­done faticosamente il con­te­nuto nei locali ormai deserti della biblio­teca di scuola, mi ritro­vai a pas­seg­giare solo lungo il viale albe­rato che dalla biblio­teca porta dritto al cuore della città. Pro­ce­dendo con la testa ancora piena d’astrusi cal­coli e di con­cetti astratti ridotti a con­ver­genze geo­me­tri­che, lo sguardo fisso al cielo stel­lato, d’un tratto mi parve di sen­tire dei passi alla mia sini­stra. Pro­se­guii certo che si trat­tasse di auto­sug­ge­stione, attri­buendo la cosa al fatto di non aver dor­mito per diverse notti suc­ces­sive; e subito mi venne fatto riflet­tere alla ragione del pun­golo che mi aveva por­tato allo stremo dei nervi: era lui. Da quando era entrato nella mia vita, tutte le mie atti­tu­dini migliori sem­bra­vano svi­lite, come oro che si fosse mutato in latta. Nel frat­tempo avevo rag­giunto la città. Un vento gelido sof­fiava capar­bio da die­tro le mie spalle, mi rav­viai il cap­potto e affret­tai l’andatura, ma gli altri passi con­ti­nua­vano e sem­bra­vano quasi sin­cro­nici ai miei, così che que­sti ne risul­ta­vano come am­pli­fi­cati. Mi fer­mai e ad alta voce chiesi chi mi seguisse. – Nes­suno, sven­tu­rato, solo un’ombra ti segue: la tua ombra! – La voce era risuo­nata nell’aria con una vaga eco metal­lica, gelan­domi il san­gue nelle vene. – Par­lami, – dissi: – che vuoi? Rispondi, o com’è vero che non sei fatto d’ombra ma di carne… – Mi feci vicino alla scura sagoma con cui avevo inteso par­lare, e con orrore mi accorsi che era lo spec­chio di una vetrina. Capii che il mio omo­nimo aveva comin­ciato ad incar­nare ai miei occhi, spet­tri con i quali non potevo esi­mermi dal fare i conti. Il pome­rig­gio seguente, durante una pausa dalle lezioni, mi avvi­cinò una ragazza molto bella, dai modi spi­gliati ma sce­vri di mali­zia, e al con­tempo squi­si­ta­mente fem­mi­nili e aggra­ziati. Voleva par­larmi in disparte. La seguii giù per la scala antin­cen­dio fino al cor­ti­letto sul retro della scuola. Lì mi disse che voleva cono­scermi meglio, che mi aveva osser­vato da lungo tempo e pro­vava del sin­cero inte­resse per la mia per­sona. Rimasi spiaz­zato: avevo rice­vuto già molte di quelle avances, da parte di ragazze delle vicine scuole, ma mai nes­suna così limpida e diretta. Ebbene, quella ragazza divenne la mia ancora di sal­vezza fra i marosi delle mie osses­sioni per Wil­son. Riu­sciva a distrarmi sem­pre, quando ero calato in pen­sieri ombrosi. Non ne aveva mai abba­stanza delle mie carezze. Entrammo in una sorta di sim­biosi empa­tica, un sen­ti­mento for­tis­simo che ci legava sal­da­mente. Insieme ci sen­ti­vamo entrambi miglio­rati – io, per certo, una per­sona più leg­gera e disinvolta. Per­sino l’aria sem­brava più fre­sca al suo fianco. Fin­ché non venne il giorno della festa. Pareva avessi dimen­ti­cato il mio dop­pio e le sue stra­va­ganti abi­tu­dini coro­nate di suc­cessi, quando ebbi modo di imbat­termi nuo­va­mente nel suo insi­dioso e odiato sfog­gio di attitudini. L’occasione fu una par­tita a carte. Erano tutti dei dilet­tanti ed io li avevo saputi tenere allo scuro della mia abi­lità di gio­ca­tore di poker e dei miei tra­scorsi di baro. Pareva potessi rime­diare una discreta somma, se me li lavo­ravo tenen­domi basso per i primi giri e facendo poi sul serio. Conoscevo una sva­riata gamma di truc­chi per riscuo­tere le mie vit­to­rie anche quando la sorte non era dalla mia. Mr. Wil­son era già al tavolo da gioco quando arri­vai: era stato coop­tato nella com­bric­cola e già faceva sfog­gio della sua sim­pa­tia. La cosa non mi piac­que fin dall’inizio, quel tipo m’innervosiva al paros­si­smo: i suoi tratti così somi­glianti ai miei, la sua voce netta e fic­cante, così diversa dalla mia… era come vedermi par­lare con intenti e timbro cambiati. Per un attimo pen­sai che se riu­sciva al gioco tanto bene quanto in altri cimenti in cui l’avevo visto all’opera, la serata era già rovi­nata. Comin­ciai la prima mano con dif­fi­denza, cer­cando di non mostrare la ten­sione che, nel frat­tempo, si ampli­fi­cava den­tro me… Persi più di un giro, cominciava a girarmi male, e nel frat­tempo Wil­son non faceva altro che ridere e vin­cere – mi stava logo­rando i nervi. Decisi di bluf­fare su una mano con­si­stente cer­cando di non dare a vedere che ero fuori di me. L’intento era di vin­cere abba­stanza da risol­le­varmi e comin­ciare a bluf­fare su somme alte, ma con­ti­nuavo a sudare copio­sa­mente e mi tre­ma­vano sen­si­bil­mente le mani. I due sprov­ve­duti si riti­ra­rono, ma Wil­son, Wil­son con­ti­nuava a guar­darmi negli occhi con quel suo sguardo fermo e inda­ga­tore – le pupille, punte di spillo con­fitte in due pezzi di ghiac­cio. Feci per trarre un asso di pic­che, dal dop­pio fondo della giacca, ma mi accorsi che il suo sguardo aveva seguito il movi­mento della mia mano. Gli altri non si erano accorti di niente, men­tre Wil­son, comin­ciò a fare un gesto di diniego con la testa, che voleva essermi di avver­ti­mento. Ritrassi la mano, decise di venire a vedere il mio gioco, fu la rovina. Persi più di quanto avrei potuto pagare, stavo già al piatto di una con­si­de­re­vole cifra. Wil­son sog­ghi­gnò sod­di­sfatto e fece per riti­rarsi dal gioco. Fu più di quanto potessi sop­por­tare, l’afferrai per il brac­cio e giu­rai che gliel’avrei fatta pagare. Quello scrollò abil­mente il brac­cio dalla mia forte presa, si ricom­pose la giacca e disse: – Hai la stoffa del per­dente, ma ancora non hai impa­rato cosa vuole dire per­dere dav­vero… Lo impa­re­rai pre­sto -. Una fine­stra si spa­lancò nella stanza, e il cupo mug­ghiare del vento accom­pa­gnò la sua fuo­riu­scita dalla casa. Rimasi alli­bito: le sue parole, pro­nun­ziate con una voce fredda e mono­corde, mi ave­vano pie­tri­fi­cato. Cosa inten­deva, veramente? Il giorno seguente, Wil­son non si pre­sentò a scuola e mi tro­vai a spe­rare che gli fosse suc­cesso qual­cosa di grave - lo odiavo di un odio non comune. Ero nell’ampio giar­dino della Facoltà. Gio­cosi raggi di sole bagna­vano l’ampia piana erbosa, attra­ver­sando di sguin­cio le nude chiome dei tigli e pro­iet­tando sul verde delle intri­cate lin­gue d’ombra simili a fasci di ser­penti… Per un attimo rimasi incan­tato da quella vista, quando vidi Lisa, la mia ragazza, addi­tarmi da lon­tano e poi scop­piare in un pianto dirotto. Feci per avvi­ci­narmi, ma scappò via cor­rendo. La sua amica pure, gri­dan­domi die­tro parole furi­bonde che non colsi. Tornato in aula dopo la pausa pranzo, tutti mi guar­da­rono in modo strano, come di sbieco, mor­mo­ran­do con­ti­nua­mente tra di loro. Chiesi spie­ga­zioni, ma nes­suno volle rispon­dere: mi tene­vano in disparte. Final­mente, venni a sapere l’accaduto da un mio fidato amico. Lisa aveva con­fi­dato alla sua migliore amica che io l’avevo bru­ta­liz­zata. Era paz­ze­sco! Tutto avve­niva come un ful­mine a ciel sereno: le chiac­chiere erano già corse, lei non voleva par­larmi più e minac­ciava di avver­tirne i suoi geni­tori. Ero iso­lato, messo ad un angolo. Non avevo fatto niente e di colpo il mondo stava crollandomi attorno.

Stavo seduto sulle gra­di­nate del campo da gioco, rimu­gi­nando sull’assurdità dell’accaduto, il sole che mi esplo­deva in fac­cia e le gambe che tre­ma­vano, quando lo vidi ai piedi degli spalti: era vestito di rosso, con un fou­lard dello stesso colore infi­lato nella cami­cia, i capelli scar­mi­gliati dal vento, l’angolo della bocca incre­spato in un imper­cet­ti­bile sog­ghi­gno… – Adesso stai comin­ciando a impa­rare, non è vero? – Non risposi. – Stai impa­rando cosa vuol dire per­dere! – Capii in un baleno: era stato lui, si era spac­ciato per me ed aveva fatto vio­lenza a Lisa. – Mostro, – gri­dai con tutto il fiato che avevo in petto, – paghe­rai anche per questo… Io ti uccido, ti uccido! – Poi avvenne qual­cosa d’incre­di­bile… Wil­son tuffò il volto fra i palmi delle mani, e comin­ciò a sin­ghioz­zare. Non avevo mai sen­tito niente di uguale, emet­teva un suono stri­dulo e grot­toso allo stesso tempo. Infine, sem­brò cal­marsi un po’ e disse: – Tu non sai cosa voglia dire essere con­dan­nati a vivere solo per metà! “Avrei potuto nascere com­pleto, una per­sona in sé risolta, ma manco di auto­no­mia e mi nutro della stima e del rispetto degli altri senza averne mai abba­stanza. La mia anima è in fran­tumi… Ogni mat­tino, quando mi guardo allo spec­chio, vedo una teo­ria di spec­chi den­tro lo spec­chio ed un solo volto, il mio, con­dan­nato ad essere, spec­chio su spec­chio ‚ un riflesso di riflessi che non hanno fine. Tu hai ciò che mi manca. Quando ti ho cono­sciuto eri per­fet­ta­mente pago della tua vita, sod­di­sfatto, felice, secondo a nes­suno; men­tre io, sono in fondo uno schiavo, un dispep­tico dell’anima, il mio livore non ha limite e nes­suna pas­sione, per quanto potente,è capace di saziarmi: ho biso­gno di emo­zioni sem­pre nuove e sem­pre di accre­sciuta portata. La mera­vi­glia che suscito negli altri mi è di nutri­mento… Ah, ma mai nutri­mento fu più vola­tile e incon­si­stente! Tu m’invidi per­ché ho tutto ciò che a te manca, tu mi invidi per­ché rie­sco senza sforzo nelle stesse cose che ti richie­dono ener­gie men­tali e fisi­che, ma non sai cosa voglia dire strin­gere già tutto in pugno e non poter pro­vare, una volta mai, il bri­vido di una vera conquista.

Le sue parole, invece di pro­durre in me una sorta di com­pas­sione, accreb­bero a dismi­sura la rab­bia che già por­tavo den­tro: lo vedevo come una crea­tura meschina, avida degli altrui sen­ti­menti di stima per­ché vuota den­tro. Estrassi il col­tello di cui mio padre mi aveva fatto dono – che por­tavo sem­pre con me, infi­lato den­tro lo sti­va­letto – e mi lan­ciai verso di lui con un impeto disu­mano. Egli cadde a terra ed io lo pugna­lai due volte al fianco. Il col­tello pene­trò la sua carne come il burro una lama rovente. Restai caval­cioni sul suo corpo a vederlo ansi­mare e gru­gnire di dolore e di colpo mi accorsi che di lato al suo corpo c’era una maschera di uno strano mate­riale ela­stico che mai avevo visto prima di allora. Corsi con lo sguardo dalla maschera al suo volto e rimasi sbi­got­tito: il suo vero volto era in tutto uguale al mio, non sol­tanto simile, come aveva voluto spac­ciarlo fino a quel momento. Vedere la sua ago­nia era come vedere la mia. Un sen­ti­mento di orrore misto a pena mi stra­ziò den­tro. Poi, prima di spi­rare, pro­nun­zio que­ste parole: – Tu hai vinto – mi disse, – ed io cedo. Ma tu pure, da que­sto momento, sei morto. Sei morto al Mondo, al Cielo, alla Spe­ranza! In me tu esi­stevi , e ora, nella mia morte, in que­sta mia imma­gine che è la tua, guarda come hai defi­ni­ti­va­mente assas­si­nato te stesso -. Fuggii via e men­tre cor­revo le lacrime scen­de­vano calde sulle mie guance; avevo segre­ta­mente desi­de­rato essere come lui e lui voleva qual­cosa di me che non poteva avere. ‘Schiavo’ si era detto. Ma se lui, schiavo, era stato degli altri, dell’altrui stima e considerazione… Io, schiavo, ero con­dan­nato a rima­nere di me stesso. Per sempre.

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