Roberto Ormanni & Quartet e il nuovo album “Quello che non siamo”

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Ciao a tutti, prima di parlarmi del vostro nuovo disco, potreste parlarmi brevemente della vostra storia? Come è nato tutto? Quando vi siete assemblati?

Con Roberto Tricarico e Marco Norcaro il rapporto parte da lontano, tra i banchi di scuola. Ed è con loro che ho iniziato a propormi sui primi piccoli palchi per presentare le canzoni che scrivevo. Abbiamo suonato, siamo cresciuti, abbiamo coltivato insieme i nostri sogni. Fino ad arrivare all’ultimo anno e mezzo, quando tra il 2014 e il 2015 abbiamo conosciuto Enrico Valanzuolo e Antonio Barberio. Con loro c’è stata una sinergia totale da subito. E’ per questo che ci considero non solo un gruppo di musicisti, ma un gruppo di persone che si vogliono bene, che condividono passioni e speranze.

Abbiamo parlato di quello che siete, adesso parliamo di “quello che non siete”… sicuramente avete capito a quello che mi riferisco…

Non poteva che chiamarsi così il nostro primo disco, “Quello che non siamo”. La canzone è un po’ il nostro manifesto interiore. Siamo una generazione cresciuta in un mondo privo di certezze, dove sembra impossibile definirsi. Le generazioni dei nostri nonni vivevano e lavoravano guardando ad un futuro dai contorni chiari. In questo momento storico, invece, è difficile dire ciò che si è e ciò che si vuole. Ma dalla consapevolezza di questa impossibilità non credo debba generarsi un pessimismo. Anzi. Sono convinto che bisogna distruggere l’autonegazione e ricercare un’autoaffermazione al negativo.

Spero che non vi offendiate se ve lo dico, ma mi sembra che il vostro intento – tra l’altro riuscito – sia quello di cercare un giusto connubio tra musica jazz (quindi alta) e musica più orecchiabile. Insomma cercate di arrivare, ma attraverso un prodotto di qualità…

E’ bello ciò che dici, ti ringrazio. In verità quando mi trovo a comporre, e quando poi ci troviamo ad arrangiare i brani, cerchiamo di ragionare in libertà. Ognuno di noi porta con sé un bagaglio musicale, dal jazz al rock, dal cantautorato al folk. Semplicemente, quando suoniamo insieme, le identità individuali scompaiono e dal nulla compare qualcosa di nuovo, che neanche noi conoscevamo e credevamo esistesse.

Quanto è difficile muoversi oggi per musicisti originali come voi in un terreno molto complicato e dominato dai talent show?

La grande difficoltà sta nel riuscire a vedere la musica come qualcosa di vivo, di creativo, di libero. La televisione e i talent abituano a pensare alla musica come qualcosa di plastica, una specie di karaoke solo con più effetti speciali. Eppure, sto iniziando a pensare che i talent musicali potrebbero avere una funzione di stimolo se canalizzati bene. Mi spiego meglio: se tutti quelli che vedono X-Factorandassero una volta a settimana ad un concerto dal vivo, la percezione distorta della musica (e dell’arte in generale) riacquisterebbe valore. Forse il punto è che bisognerebbe trasformare i telespettatori passivi in pubblico reale.

Tromba, chitarra elettrica, contrabbasso e batteria… un organico particolare, dove la chitarra elettrica dialoga con gli altri strumenti rinunciando al suo tono rockettaro e arrivando a una dimensione jazzistica…

E’ un organico insolito, miscellaneo. Batteria e chitarra elettrica, tipici strumenti rock, sposati con contrabbasso e tromba, elementi della tradizione jazz. Ma è un po’ come le dita di una mano: ognuno ha la sua specificità, ma soltanto dialogando, ascoltandoci e confrontando le dimensioni individuali riusciamo a raggiungere un equilibrio. Jazz, folk, rock, pop: ci hanno dato diverse etichette. La verità è che sentiamo i nostri contorni sfumati, non definiti.

 Vi ispirate a qualche gruppo? Chi è il vostro idolo musicale, se c’è?

Difficile trovarne uno. Portiamo con noi tanta tradizione italiana, da Fabrizio De André a Vinicio Capossela passando per De Gregori e Pino Daniele.Ma anche Joe Barbieri e Sergio Caputo. Per guardare fuori dai confini, amiamo molto la musicalità di Zaz.

Che cosa rappresenta per voi il Jazz e perché cercare di unire questo genere di musica a uno stile cantautoriale?

Crediamo che la musica cantautoriale oggi non possa più permettersi di restare legata esclusivamente ai dogmi e ai vincoli del cantautorato classico. Pur rimanendo nei margini fissati dalla tradizione, forse c’è bisogno di trovare nuovi spunti, anche derivati da altre correnti musicali come il jazz (ma non solo). In questo senso è possibile portare avanti un discorso cantautoriale senza legarlo necessariamente ad un’idea statica.

Di cosa ha bisogno in questo momento il mondo della Musica?

Di ascolto, condivisione, spazi, possibilità. Ci sono tante realtà interessanti che meriterebbero di arrivare lontano.

Progetti futuri?

Adesso, finalmente, ci dedicheremo ai concerti dal vivo. La nostra dimensione ideale è e resterà sempre il palco. E’ lì che la nostra musica raccoglie l’empatia necessaria. Appuntamenti fissati: il 21 aprile suoneremo al Mazz di Napoli, il 22 al Mumble Rumble di Salerno, il 23 e il 24 all’Eboli Buskers Festival, il 25 alle Grotte di Pertosa. A maggio torneremo a Napoli, ma ci sposteremo anche a Roma.

Stefano Duranti Poccetti

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