Quotidiano di Cultura diretto e fondato da Stefano Duranti Poccetti nel 2011

“La Marea”. Racconto di Roberta Attanasio

Data:

Breve descrizione dell’autrice

Ne La marea vi è Niccolò, un giovane uomo che attraverso le lettere di uno scritto che desidera donare al suo amico più caro, Lorenzo, e che «ha ceduto alla lusinga di diventare un diario», esprime le sue impressioni, le sue idee, i suoi desideri, le forze che animano la sua vita, i suoi dubbi, i suoi furori; descrive, cioè, momenti della sua vita in cui si trova, come un esule, in terra straniera alla ricerca di un lavoro stabile, dopo aver conseguito la laurea: «sì, esule, amico mio, non sempre è un’arma a decretare un esilio». È uno spirito animato dalle lettere, «immaginati un mondo con sola tecnica, senza più cognizione letteraria ed artistica […] Un mondo vuoto, sbiadito, senza sfumature di luce, senza porpore e ramati colori, ma solo rosso, cruento, di un fisso tono e monotono, un mondo senza umanità», e che vive tra ragione e sentimento, tra scotimento delle passioni e calme contemplazioni; è un uomo che vive il suo tempo, «avrei avuto queste idee se fossi stato uomo non di questo nostro tempo?» e che partecipa al suo corso e porta avanti le sue idee: «impara dai padri, accusa i loro errori, accusali per non ripeterli, ma conoscili Lorenzo, conosci e dubita». È un giovane che vive gli spiriti della letteratura: «Personifico le lettere, forse? Ma tu dimmi, Lorenzo: le lettere non sono forse specchio della nostra vita?»

Non si tratta di una storia, di un personaggio e di vicende realmente accadute ed esistite, ma ho immaginato come un uomo potesse vivere, tra desiderio e realtà, un avvenimento particolare, quello della realizzazione nel mondo,

«SPARTO IL MIO NOME TRA GLI ECHI E I SILENZI.

SPARTA LA VIA, MI SI MOSTRA LA SCELTA:

SPIRTO O RAGIONE, RESTARE O FUGGIRE?

PENSARE, E INSIEME SENTIRE: ECCO L’ARDUO»;

ed è nata così La marea.

Roberta Attanasio

Alcuni passi da La marea

Forsan et haec olim meminisse juvabit

Caro Lorenzo,

avevo già deciso, prima di intraprendere questo viaggio, di tenere un diario non giornaliero, ma una raccolta di pensieri, riflessioni, stati d’animo da donarti quando ci rivedremo. Il giorno della tua laurea non è poi così lontano: tra qualche mese, quasi un anno, ci riabbracceremo, sarà per un giorno o per sempre, questo non lo so. Ritornerò in patria, nella mia terra amata e resterai con me; o te ne andrai tu cercando, come me ora, altrove il tuo futuro? O sarò io che qui approderò ancora o verso altri lidi, tra genti e genti che non saranno le mie? A queste domande non so darti davvero risposta. Per aspera ad astra; e queste stelle, questo so dirtelo mio buon amico, riusciremo a rivederle.

Spero che questo diario ti potrà servire. Sono appena giunto in terra straniera. Ti saresti aspettato un finalmente, forse, eppure trionfi un già nelle mie parole: ecco già il mio piede aver lasciato il suolo natio. Ormai il passo è fatto: non testa che ambientato, non so a che presso ma spero ne sia valsa la pena. Ho ancora il bagaglio da disfare, le mie quattro cose e le mie amate carte da sistemare. Quando ti dicevo che ero appena giunto ero preciso alla lettera. Ti saluto Lorenzo, mi manchi già.

Il tuo amatissimo Niccolò

***

Ti scrivo nella notte, Lorenzo, non riesco a prender sonno. Nel letto mi giravo e rigiravo e cercavo di non far parlare la testa, ma i pensieri continuano ad andare. Penso a mia madre, Lorenzo, a ciò che mi scrive; mi manca, mi manca la mia famiglia, i miei più cari affetti, mi mancate tutti, fratello mio. Ed ecco che mi si aprono domande nel buio di questa notte profonda: un giorno mai potrò essere padre nei sacri lidi della patria nostra, o ancora come un esule sarò, andando tra genti straniere e portando solo il ricordo d’esser suo figliuolo? Potrò mai donare alla mia terra il fiore della mia giovinezza e dire: te ne chiedo ora il frutto, oh terra mia? Mi pare di non avere più la forza per trattenere il pianto. La notte porta consiglio ma, credimi, anche i più crudeli timori. Mi pare di sentire le sacre nostre acque, sacre perché patrie, di udire il loro pianto infrangersi tra gli scogli, sentire l’odore del mare e la voce del vento che accarezza le onde ed i gabbiani che vanno lentamente portando sulle loro ali i pensieri nostri.

A questo sono, Lorenzo, sento la voce dei miei stessi tormenti! E ancora mi par di sentire quel gemito tra le onde lontane, come un’eco portata alle nostre orecchie, come una voce che risponde alle mie domande, che risponde ai mie pianti:

LA SVENTURATA SORTE DEL FRATELLO

AL FRATELLO VOLUTA, TRISTE IO PIANGO.

Sì volontà, Lorenzo, volontà. Una volontà che sta arbitrariamente muovendo i nostri destini.

NON QUESTO CI PRESCRISSE

LA VITA, NON I FATI.

Utopia, Lorenzo? No; vogliono farcelo credere. Ogni cosa permessa all’uomo prima che accada pare utopia, ma poi col coraggio si realizza; e non è forse felicità stata permessa all’uomo fin dalla sua venuta sulla Terra? A volte un caso, una causa a noi ignota, ma spesso mi pare la disgrazia sia cagionata da una volontà umana; umana?, che dico, inumana! Ascolta le mie parole: è per la volontà di alcuni che la nostra resta irrealizzata; c’è del tragico e dell’inumano in questo. Utopia? No, semplice desiderio opposto alla volontà di tiranni che trascinano i nostri giorni nella speranza di una nostra resa. Ma noi sappiamo cosa vuol dire vivere, cosa vuol dire umanità e come la loro volontà di farci credere utopia ciò che in realtà possiamo benissimo realizzare non è più accettata da noi. Noi possiamo crederci Lorenzo, dobbiamo!, perché questa è la verità, una volontà che non vuole dar voce ad un’altra volontà, ma questa sana, giusta, umana. E allora vedrai, Lorenzo mio, come l’utopia non è più al di là che ad un passo da noi.

***

[…] Omnia mutua sumpta in Terram, tutto è in prestito su questa Terra. Guardo fuori e mi chiedo: che vita ha la Storia, e che storia ha la nostra vita oggi? La mia? La tua? No, Lorenzo mio, la vita di quelli che inconsapevolmente si trascinano le loro vite, senza un domani, senza uno scopo, senza una domanda: chi siamo, Lorenzo mio? Chi siamo? Questa domanda, desiderosa di una risposta, è a quelli totalmente ignota; ed io mi chiedo per loro: incontro a quale destino andranno, incontro a quale destino andremo noi, trascinati da questa folla strabordante dalle vie senza un ordine e come senza meta? Riusciremo ad aggrapparci ad un argine? Ci sarà tesa una mano? O dovremo continuare a batterci inascoltati e a farci forza a vicenda fuggendo di vicolo in vicolo per salvarci dall’inumana follia? Come estirpare questa radice del male che opprime i secoli? Vedo il Sole spandersi nella mia stanza, sopra queste carte, su di me, e vorrei si spandesse sopra le coscienze come questa calda luce al tramonto per far sì che la notte chiara non sia che il preludio di una nuova alba.

***

Raggio divino al mio pensiero apparve,

Donna, la tua beltà

Non ti scrivo, Lorenzo, delle nostre intime giornate, ma ho nel cuore giardini in Primavera, campi d’Estate, questo cuore e questo corpo scolpiti dalle onde che mi vengono incontro. Ricordi le parole dell’Ortis? Misuro l’universo con uno sguardo; contemplo con occhio attonito l’eternità; tutto è caos, tutto sfuma, e s’annulla. E quando sono con lei è il rimedio ad ogni mio affanno. Comprendi queste parole. Spesso ride, mi chiede come sia possibile che nell’amoroso riposo io addormentato la senta allontanarsi dal mio abbraccio. Che dire, Lorenzo? Quando la felicità è tra le nostre braccia, abbandonata come la nuda Estate tra i campi, come poter lasciare che sfugga? Sono felice, Lorenzo, sì, felice! Mi sono appena ridestato dal più bello dei sogni e la rivedo. Amabile in tutta la sua arcana voluttà. Ah, Lorenzo mio, mentre ti scrivo ho ancora gli occhi pieni d’amore e ancora il mondo mi pare tutto rosa. Dici che è strano per uno spirito guerriero come il mio? Non meravigliarti, è il rimedio dell’amore, l’amoroso balsamo che cura le ferite, anche le più profonde. Ora che le sue labbra hanno incontrato la mia anima come vivere se non nell’immagine dei suoi sorrisi? La guardo, così dolcemente abbandonata nei suoi sogni e il suo respiro pare ancora essere la fonte dei miei respiri. Il furore e l’estasi d’amore mi tengono ancora tutto rapito. Sotto questa mano diventata sacra ho sentito palpitare il suo cuore. Avrei voluto suggere ancora da un bacio tutto il suo nettare dato alla donna quale celeste ambrosia per noi uomini, ma non ho osato.

 L’angelica tua forma, inchino il fianco,

Sovra nitide pelli, e circonfusa

D’arcana voluttà

Se non ne conoscessi l’origine dal Leopardi direi, ascoltandole, che queste parole siano state donate a lei dalla Natura. Ah, come sono accorto, mentre ti scrivo, a non fare rumori tali da poterla svegliare. E sorrido mentre la guardo in questa così alta reverenza. La amo! Hai in mano un uomo, donna, penso, contemplandola, e puoi distruggerlo, a tuo volere farlo vivere, puoi togliergli il fiato e ridargli il cuore, puoi fare e disfare i fili della sua anima; così mi ha preso, Lorenzo, ed è una dolce prigionia la mia. So cosa stai pensando ma ormai non mi chiedo più cos’è che renda pace e tempesta al mio cuore, ne ebbi già risposta: Il flusso e riflusso de’ miei umori governa tutta la mia vita. E per quale uomo non è così? Personifico le lettere, forse? Ma tu dimmi Lorenzo: le lettere non sono forse specchio della nostra vita?

 ***

Solleva il tuo occhio alla condizione umana e vedrai uomini e donne graffiare ai legni di sorde porte sbarrate, tentando alla buona e meglio di farsi una breccia in cui a malapena infilarsi. E comprenderai quanto sia grande e trista la miseria umana di quelli che dall’interno dei loro giardini ricusano e ripudiano i loro stessi fratelli. Ma si può essere davvero dimentichi delle proprie sofferenze o è davvero miseria umana a fare atri di disumana caligine quei cuori impietosi? Che dire? Pare che la parola umana taccia di fronte a tali turpi istinti. Quando questo sconforto mi assale vorrei rifugiarmi nelle sue carezze e trarre tutta la forza che pare perduta in quei suoi due occhi così appassionati di viva fiamma ardente che mi hanno fatto comprendere il senso più profondo dell’esistenza, e con esso la verità profonda dell’illusione. E così in questi miei deliri io ti dico che non dobbiamo sempre vedere la vita come quel pendolo che oscilla tra l’illusione e la consapevolezza dell’illusione stessa perché questo pendolo ugualmente oscilla tra la felicità e l’inconsapevolezza della felicità. Io questa meravigliosa presenza l’ho vissuta amando. Come chiamare inganno la vita quando arrivi a vivere di un respiro infuso nella tua anima? No Lorenzo, l’amore non è solo l’odoroso balsamo alle tue ferite ma è esso stesso la vita. Ed è quando non amiamo che non viviamo, ed è per il disamore altrui che a noi quello pare solo temporanea cura e la vita pendolo di un eterno dolore. Ed ecco allora che lei, la creatrice della mia vita più bella, diviene la cagione delle dolorose ed inquiete mie veglie notturne: quale futuro potrei donarle io ora? Ah quale senso di profondo sconforto ancor mi riprende e mi turba nel vedermi irrealizzato in questo mondo. Ed ancora la delusione mi assale. E non trovo il coraggio di chiedere, di sapere!, cosa domani ne sarà di me, di noi… Ma dimmi: noi non cerchiamo le nostre domande o, piuttosto, come credo, ne temiamo le risposte? Il male del mondo! Ma se tu hai quest’arma Lorenzo io l’imploro per estinguere tutto il male del mondo, tutto questo male che ci attanaglia, che ci costringe fin dentro alle viscere. Soffro Lorenzo, è questa una notte amara per me. Come sempre tutto parte da un pensiero, da una riflessione, data alla mente come per caso e invece nascosta dentro la nostra anima, spirito addolorato da questa troppa, sempre troppa!, miseria umana che ci circonda. Eppure ricorda queste mie parole: memoria ed innocenza. Immagina e vivi, amico mio. Spera, desidera, ama: è così, Lorenzo mio, che posso davvero dirti che io vivo.

Roberta Attanasio

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