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A tu per tu con Paolo Rossi. Italiano nel cuore e nel pallone

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Paolo Rossi. Non occorrono molte presentazioni, bastano poche frasi messe qua e là: Campione del Mondo di calcio con l’Italia nel 1982. Capocannoniere del Mondiale. Vincitore del Pallone d’oro. Un volto che ormai colleghiamo tutti a quello straordinario evento, che ha posto la nostra nazionale sul tetto del mondo. Ascoltiamolo…

Per iniziare, come ho chiesto in passato ad altri intervistati, secondo te quanto il calcio può essere definito anche spettacolo?

Direi che il calcio è sempre spettacolo, sia che una partita sia bella o non lo sia. Spettacolo e calcio sono due cose che secondo me stanno decisamente insieme e non a caso sono unite anche in ambito istituzionale, se pensi che io prendo la pensione dall’ENPALS, organo che racchiude in sé sia gli sportivi che i personaggi dello spettacolo.

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Possiamo certamente dire comunque che certi campionati sono più spettacolari di altri e quello italiano non ne è tra i più.

È vero e questo accade per un motivo storico, visto che nel nostro Paese c’è sempre stata una visione del calcio come risultato utile finale, che non si è sposato sempre con il bel gioco. In Italia c’è sempre stato molto tatticismo e non a caso il famoso catenaccio, che ci ha portato comunque a raggiungere notevoli risultati, è italiano. Da Sacchi in poi qualcosa è cambiato. Egli era convinto che era più facile ottenere risultati attraverso il bel gioco e aveva pienamente ragione, se oggi Guardiola e altri fanno lo stesso con successo. Devo dire comunque che il Mondiale che ho vinto io in Spagna nel 1982 è stato un po’ un’eccezione, visto che vincemmo proponendo un bellissimo gioco e le ultime quattro partite contro Polonia, Argentina, Brasile e Germania furono veramente spettacolari.

A proposito di questo, vorrei chiederti: qual è la cosa che ti è rimasta più impressa di quella straordinaria vittoria?

Non mi dimenticherò mai che dopo la finale contro la Germania, durante il giro con la coppa in mano, mi sono fermato stremato e coi crampi alle gambe ai cartelloni pubblicitari. Mi sono accasciato a terra e ho alzato lo sguardo al cielo… lo stadio era pieno di bandiere italiane. È stata la cosa più bella ed emozionante che abbia forse mai vissuto, perché ho sentito veramente il senso di appartenenza al mio Paese. In quel momento rappresentavo tutti, milioni e milioni di italiani, ai quali ero riuscito a regalare una grande gioia. Ero felice, anche se allo stesso tempo quell’avventura era già finita e stava scappando via. Questo per farti capire che la felicità è un momento, poi tutto passa… siamo sempre e comunque inghiottiti dal presente.

Tutto passa, ma sono sicuro che ancora le persone ti fermano per ringraziarti per quei momenti.

In effetti, la cosa bella, oggi a distanza di trentaquattro anni, è che ancora mi fermano per strada per un fattore così positivo e continuano a ringraziarmi per quello che ho fatto loro provare. Mi piace che le persone mi ricordino per quella impresa, tanto è vero che di norma la mia immagine è associata proprio alla maglia azzurra. La maggior parte dei giocatori sono associati alla loro squadra di club, io invece vengo associato all’Italia.

Maradona ha detto che quel famoso goal contro l’Inghilterra a Messico ’86 l’aveva sognato tutta la vita. Tu la vittoria del Mondiale l’avevi mai sognata? Avevi avuto dei segni premonitori che l’avresti vinto?

No, assolutamente no, nessuna premonizione, sono cose che sogni davvero! Sono quei sogni nel cassetto che restano tali fino all’istante stesso in cui vengono realizzati. Certo, quando ho iniziato la carriera calcistica, l’ambizione è sempre stata quella di raggiungere il massimo dei risultati, però non ho mai pensato lontanamente di arrivare a vincere il Mondiale, esserne il capocannoniere, vincere il pallone d’oro, diventare in quel periodo il giocatore più famoso del mondo… era impensabile per me. Fino a quando non li realizzi i sogni sei inondato da mille incertezze e da infiniti dubbi, poi un giorno si avverano, inaspettati…

Il ricordo di quella vittoria s’intinge di un’aura poetica.

La mia epoca calcistica rappresenta un calcio poetico, dove c’era poesia. Oggi non c’è più questo, perché il potere economico viene prima di tutto; una volta c’erano anche altre cose e molti calciatori erano veramente più poeti che calciatori. Era un’epoca diversa, in Italia si stava diversamente ed esistevano personaggi del calibro di Bearzot e Pertini, di una statura morale che oggi faccio fatica a trovare in giro.

Nonostante la celebrità, è evidente che dai tuoi atteggiamenti e dalle tue parole sei riuscito a mantenere il contatto con la vita di tutti i giorni e questo è lodevole.

Io arrivo da una famiglia normalissima e sono stato educato alle cose più semplici possibili. Sono rimasto sempre a contatto con la mia famiglia e con le altre persone che la circondavano. Sono cresciuto con valori onesti, umili, semplici. Ci sono dei momenti nella vita in cui è possibile che la popolarità e il successo ti facciano perdere di vista la realtà, ma, ti assicuro, sono momenti che durano poco. È quello che ti porti dietro come bagaglio di educazione che conta e che ti ritrovi sempre. Anche se ho vinto un Mondiale sono una persona come tutte le altre e non vado in giro con un cartello con scritto: “Sono stato campione del mondo”. La felicità d’altronde non sta in queste cose straordinarie e fuori dal mondo, come può essere appunto quella di vincere un Mondiale; la felicità è quella che riesci ad avere tutti i giorni con la famiglia, gli amici, le persone; è il tuo equilibrio di vita, la tua serenità che ritrovi nella soddisfazione in quello che hai e che fai.

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Hai detto che a volte la popolarità può traviare e mandare fuori strada. Credi che in un mondo bombardato dai media come quello odierno questo sia più facile che accada rispetto ai tuoi tempi di calciatore? Balotelli può essere preso a esempio per questo.

Oggi forse è più facile, sì, anche se in generale un ragazzo che arriva al successo a venti anni è pur sempre un ragazzo e difficilmente avrà la maturità per gestirsi. Balotelli ne è l’esempio, sì. Lui è finito in una specie di tritacarne senza volerlo. Viene indicato come presunto colpevole di tutto, ma in realtà la colpa credo sia da imputare ai media, che con lui hanno esagerato a dismisura. È stato messo a paragone con campioni a mio parere troppo elevati per il suo effettivo livello. Potrebbe essere un ottimo calciatore, certo, ma non credo un campione. In ogni caso quello che è realmente ormai credo che non lo sapremo mai, perché, o per causa sua o di altri, il suo talento è rimasto inespresso. Questo comunque è un problema un po’ di tutti i Paesi, ma in Italia credo sia più evidente, perché in altri stati le società riescono forse a gestire i propri giovani in modo più ponderato, permettendogli di esprimere le loro potenzialità.

Un’ultima domanda. Con quali obiettivi cresce un aspirante calciatore di oggi e con quali invece cresceva un calciatore della tua generazione?

La mia generazione era ancora una generazione, forse l’ultima, in cui non si giocava per farsi le macchinone e per arricchirsi, obiettivi che invece si fissano le generazioni più odierne. Crescevamo nella speranza di poter diventare un esempio per i nostri tifosi e per le persone in generale. Le macchine e i soldi sono beni effimeri, che rischiano di allontanare dalla realtà. Ognuno deve mantenere i suoi interessi, questo è legittimo, ma questi interessi non devono diventare gli obiettivi primari. Gli obiettivi primari dovrebbero essere quelli di fare un gesto sportivo, di poter diventare un vero professionista, aldilà dei ricavi materiali.

Stefano Duranti Poccetti

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