Simone Weil – La vita e il pensiero

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Simone Weil nasce a Parigi il 3 febbraio del 1909 da una famiglia ebrea non praticante che educa i due figli, Simone e Andrè, nel culto della libertà di pensiero. Simone  è spesso in competizione con il fratello Andrè, di poco più grande e genio matematico, a cui però è legatissima.  E’ una bambina fisicamente gracile ma di intelligenza precoce e vivissima. A 14 anni scrive: “La vocazione alla Verità è la vocazione di tutti, bisogna solo saperla riconoscere.Durante il liceo subisce la profonda influenza del filosofo Alain, cioè Emile Chartier, il suo professore e, a diciassette anni, scrive:Bisogna uscire dalla caverna del Punto di vista che ci impedisce di vedere e di percepire puramente gli al­tri e le cose. Il punto di vista è il più mortifero e devastante ­focolaio di ingiustizie.” Durante questo stesso periodo va maturando in lei un antimilitarismo radicale e scrive:bisogna pretendere la distruzione di tutte le fabbriche d’armi, arrivare a mettere la guerra fuorilegge.”

Nel 1931, dopo la laurea in filosofia, insegna in alcuni licei e contemporaneamente si dedica a un’intensa attività sindacale: organizza scioperi, crea scuole per operai e scrive: “E’ necessario porre le basi per una nuova etica del lavoro. E’ la salute del pensiero che deve essere preservata. La squalificazione del lavoro è la fine della civiltà, è questo il vero materialismo, l’uomo ridotto a “cosa”. Il lavoro è il rapporto fra l’uomo e il mondo e non può essere maestro di efficacia, ma dev’essere maestro di libertà..  e ancora: Non basta sollevarsi contro un ordine sociale fondato sull’op­pressione, bisogna cambiarlo, e per cambiarlo bisogna conoscerlo. Una vera rivoluzione deve tener conto del fattore tecnologico o corre il rischio di essere solo cruenta, velleitaria, vana. Gli operai dovranno prendere possesso della cultura umana. E’ questa la  vera, la sola  rivoluzione”

Simone_Weil

Nel 1932, nonostante la sua origine ebraica, si reca in Germania perché vuole capire su cosa sia fondato il successo del nazismo e scrive: “Comunisti, socialdemocratici e nazisti la chiamano: Rivoluzione socialista ma i più forti sono i nazisti perché, sfruttando la debolezza di coloro che desiderano ciecamente qualcosa di diverso, si servono di una massa  amorfa d’incoscienti e di irresponsabili e sfruttano la paura e l’avidità della grande borghesia, mentre la piccola borghesia è letteralmente conquistata dal nazionalismo. I nazisti danno l’illusione della forza tramite la violenza, l’illusione dell’ordine difendendo la famiglia, la proprietà pri­vata e la religione e offrono ai bruti la promessa di poter finalmente picchiare e assassinare chiunque, restando impuniti. E tutti questi deboli vanno verso il nazismo come le mosche vanno verso la fiamma…”  Nel dicembre del 1934, spinta dalla certezza che per conoscere la verità delle cose occorra farne l’esperienza diretta, abbandona la vita comoda d’insegnante e va a lavorare in fabbrica. Qui scopre sulla sua pelle fino a che punto quel lavoro tolga dignità e umanità all’operaio/a ridotto  puro ingranaggio della macchina. Così facendo sottopone il suo fisico, già debole e sofferente di feroci mal di testa, a quelle stesse privazioni e patimenti subiti  dalla classe operaia. Intanto scrive una quantità impressionante di testi, costringendosi a lavorare anche di notte. Nell’agosto del 1936 parte per la Spagna e partecipa con gli anarco-sindacalisti a quella rivoluzione che voleva cambiare la Spagna.

Qui le si rivela l’atrocità di un massacro sfociato poi in guerra civile. Delusa, parte per Assisi alla ricerca di Dio e si avvicina alla religione cattolica che però critica come “cosa sociale” cioè come qualcosa che nel tempo si è allontanata dal Vero, cioè da Cristo, e scrive: “nessuno di noi mangia per Dio ma perché ha fame, altrettanto noi non dobbiamo dar da mangiare all’altro per Dio o perché apparteniamo a un determinato movimento, ma perché l’altro ha fame. Altrimenti anche la carità rischia di diventare una ideologia…” .

Tornata in Francia, a Marsiglia, riprende i contatti con gli ambienti della Resistenza. Nel 1942, essendo ebrea, deve emigrare negli Stati Uniti dove raggiunge il Comitato nazionale di “France libre”, con la speranza di rientrare clandestinamente in patria e partecipare attivamente alla Resistenza.  Il 14 dicembre torna in Europa e, a Londra, è redattrice della “Direction de l’interieur de la France Libre”. Già estremamente debilitata, sviene in ufficio e viene costretta a ricoverarsi in sanatorio dove muore il 24 agosto 1943 e viene sepolta nel cimitero di Ashford, nella parte riservata ai poveri. Ombretta De Biase

Olympe de Gouges – una donna di teatro     (1748-1793)

Olympe de Gouges è tuttora pressocchè ignorata dai libri di storia e ricordata negli ambienti del femminismo europeo soprattutto per la sua “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” scritta nel 1791. In realtà la sua vita di drammaturga e i suoi scritti, agiti in perfetta simbiosi, testimoniano che, in largo anticipo sui suoi tempi, espresse un complesso pensiero socio-politico, peraltro oggi acquisito da tutto il mondo occidentale. Nata il 7 maggio a Montauban, un paese del sud della Francia, come Maria Gouze figlia di Anne Olympe Gouze e del marchese di Pompignan, da cui però non fu mai riconosciuta,  poco meno che ventenne arriva a Parigi con un figlio e qui, ispirandosi al nome della madre,  cambia il suo in Olympe de Gouges. Grazie alla sua vivace intelligenza e alla sua bellezza si fa strada come femme galante negli ambienti mondani ma poi opta per quelli intellettuali dove viene ammirata per le sue indubbie qualità di drammaturga ma anche velenosamente attaccata perché non ha una cultura adeguata. Intorno al 1780 scrive: “la letteratura è per me una passione che sfiora il delirio, una passione che mi occupa costantemente e che ha le sue inquietudini, i suoi allarmi, i suoi tormenti, come l’amore.” Nel 1788 la Rivoluzione è in cammino e lei vi aderisce totalmente fin dai suoi prodromi. Inizia così un’intensa attività politica che fa confluire anche in quella teatrale: io sono la mia opera, scrive. Con le commedie, diffonde pamphlets, Progetti utili e salutari, manifesti che a volte affigge personalmente agli angoli delle strade, pubblica lettere aperte alle donne, al popolo, al re, alla regina, a Marat e Robespierre….

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Eleva la sua voce in favore di tutte le componenti più deboli della società: le donne e i tanti derelitti di quei tempi. Propone alla Convenzione una sorta di welfare ante-litteram in cui delinea la struttura di leggi per la protezione della maternità e dell’infanzia, per la divisione dei beni, per introdurre il divorzio, per l’abolizione della schiavitù, per la tutela dei vecchi e dei malati, per l’abolizione della pena di morte… Scaglia i suoi strali anche contro le donne che si servono della bellezza e della seduzione per gli intrighi di potere: “Svegliati, donna! Schiavitù e dissimulazione ci toccò in sorte! Riscopri i tuoi diritti! La campana della ragione sta suonando anche per te, e in merito aggiunge: se la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere ugualmente quello di salire alla tribuna”.  Nel 1791, in polemica con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo pubblica, dedicandola a Maria Antonietta, la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina in cui vuole sottolineare il fatto che la prima non riconosce i diritti basilari, fra cui il voto, dell’altra metà dei cittadini.

Olympe non è il tipo della proto-suffragetta bensì una donna di teatro a tutto tondo nel senso che espone se stessa senza remore o falsa modestia: l’impronta del genio è in tutte le mie produzioni, senza moralismi e con equanimità, rifiutando cioè ogni deviazione ideologica. Infatti, benché frequenti i girondini, dichiara: Io non conosco alcun partito: il solo che mi interessa davvero è quello della mia patria  e continui sono i suoi appelli perché si accantonino gli spiriti di parte e si operi solo per il bene comune. Si dichiara una convinta repubblicana ma non esita a difendere la vita Luigi XVI che lei considera solo un pover’uomo, un inetto travolto da eventi più grandi di lui:” per uccidere un re non basta far cadere la sua testa: un re è morto veramente solo quando non sopravvive alla sua caduta. La clemenza onora sempre i vincitori.”

All’ avvicinarsi della guerra predica la pace e difende la Costituzione che definisce  una delle grandi meraviglie del mondo. Alla fine del 1792 attacca violentemente il miserabile Marat e definisce Robespierre, l’abominio, l’esecrazione della Rivoluzione, responsabili entrambi di una criminale guerra al genere umano. A questo punto è chiaro che la sua morte, da lei prevista con largo anticipo, è ormai inevitabile. Il pretesto è un pamphlet in cui Olympe propone alla Francia di scegliere, con libere elezioni, fra tre forme di governo: repubblicano, federale e monarchico. Accusata di essere una ‘sovversiva’ per aver proposto altre forme di governo oltre l’unica ammessa dalla Rivoluzione, cioè la repubblicana, viene arrestata il 6 agosto 1793 e condotta davanti al tribunale del popolo. Dopo un processo-farsa durante il quale le viene negato persino un avvocato con la frase sarcastica: avete abbastanza spirito per difendervi da sola, è ghigliottinata il 3 novembre 1793.

Olympe de Gouges, considerata come figura potente ed emblematica del femminismo occidentale, va di diritto inserita  nel vasto panorama storico delle grandi donne di ogni tempo. Come molte di loro, assunse su di sé la responsabilità delle proprie idee e per questo non esitò ad affrontare la morte pur di tenervi fede. Sta quindi a noi, donne del XXI secolo, valorizzare, raccogliere e perpetuare la sua eredità.

Ombretta De Biase

 

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