Marco Carniti, da Strelher a Cocteau

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Marco Carniti è un regista, che ha iniziato il suo percorso dalla recitazione e dalla danza. Ha studiato con grandi personaggi quali Grotowski e Bob Wilson, ma la sua formazione principale è quella avvenuta al Piccolo Teatro di Milano. Fino al 30 ottobre sarà al Teatro Brancaccio con il suo ultimo spettacolo…

Quanto ha significato per la tua carriera lavorare con un Maestro della genialità di Giorgio Strelher?

Essere vicino a Strehler nel momento della creazione e’ stata sicuramente la scuola più’ importante che ho avuto la fortuna di avere. Ed ero cosciente della fortuna che avevo: ogni giorno, ogni momento ringraziavo di essere presente. E’ stata una scuola dura e totale e la cosa  più’ straordinaria del suo “dare” era  farti capire l’educazione che si deve avere per questo lavoro così difficile da poter definire e classificare. Come una madre che insegna a stare a tavola, Strehler ti faceva capire la posizione mentale, fisica e psicologica necessaria per “essere nel teatro”. Come essere umano e come artista. Come “stare in palcoscenico”.  Con quale impegno oltrepassare la linea che separa la vita della strada al palcoscenico. Cosa lasciare fuori. Cosa portare dentro. Come affrontare un testo, fin dal primo momento, quale la tua posizione di fronte all’autore e alla sua opera. L’impegno civile. L’impegno e lo studio quotidiano.

Non è certo riassumibile  in poche righe quello che resta dentro di me di  Strehler. Ma a parte l’educazione all’arte e al palcoscenico posso dire che quello che ho capito  e’ l’importanza di trovare il nodo poetico dell’opera teatrale. E rappresentarlo.  L’idea di un “Teatro umano “ e di poesia. Un’idea di teatro che parli a tutti. La poesia offre la possibilità di ricostruire una nuova chiave di valori.

Quando hai sentito la vocazione per la regia?

Fin da piccolo organizzavo recite in casa oltre ad editare  un  giornalino a scuola. Credo  quindi di aver dimostrato immediatamente di avere uno spirito creativo e organizzativo.

La famiglia mi portava spesso a teatro, all’Opera. Ho visto Nureyev ballare   e  soprattutto vidi il “Giardino dei ciliegi” di Strehler  nel momento in cui la mia famiglia viveva un dramma molto simile. Capii il potere di comunicazione del teatro e di come agiva dentro di me. Iniziai lo studio della danza del corpo e della musica e da quel momento  sono scivolato dentro il teatro come unico luogo possibile da vivere. Da lì la recitazione e quasi parallelamente la regia.

corriere_dello_spettacoloC’è uno spettacolo che porti nel cuore?

Sono tanti gli spettacoli che porto nel cuore come i film e i libri. E non riesco a scegliere davvero. Ma a parte  gli spettacoli di Strehler. “L’opera da tre soldi” “Arlecchino servitor di due padroni” “Faust” e “Don Giovanni” alla Scala di Milano. E di Bob Wilson “Re Lear”, “Amlet”. Il “Mahabharata” di Peter Brook e Robert Lepage ora.  Ho due esperienze che restano indimenticabili nella mia memoria: un  laboratorio con Grotowsky  durato  20 giorni in mezzo alle montagne negli Stati Uniti  e “L’Elvira o la passione teatrale” di Strehler per l’inaugurazione  del Teatro Studio di Milano. Un testo di Louis Jouvet  che racchiude la mia Bibbia teatrale su modello del teatro popolare francese: Jacques Copeau.

Quali sono i maestri cui ti ispiri, quali le tue fonti d’ispirazione?

L’ispirazione credo sia qualcosa di molto personale e che dopo aver visto molto bisogna dimenticare tutto per trovare il proprio modo di comunicare.

Ho avuto dei registi feticci come Fellini, Visconti, Rossellini ma anche Truffaut, David Linch e Tarkovsky e ora Steve Mac Queen e Garrone. Ma penso che molta della mia ispirazione di oggi venga dal cinema e dall’arte contemporanea e naturalmente  dalla cronaca  quotidiana.

Come scegli un attore o un’attrice?

La scelta dell’attore è sempre un momento molto delicato. Odio i provini tanto quanto li odiano gli attori, sono come l’esame di maturità,  ovvero il peggior momento psicologico per essere giudicati. Ma non ci sono molte altre forme a disposizione. In ogni caso il modo più’ sano per entrambi sono i laboratori. Anche ultimamente ho scelto Desdemona per l’Otello al Globe Theatre in un laboratorio su Goldoni. Comunque se esiste un talento si scopre immediatamente. Il talento è una delle poche cose difficile da nascondere.

La scelta dell’attore dipende dalla sua aderenza fisica e psicologica al personaggio che si cerca. Ma questo è anche un metodo molto legato al cinema. In teatro l’attore si trasforma tanto da essere totalmente altro da quello che e’ nella vita. Ecco perchè per scegliere o affidare una parte in teatro e’ bene conoscersi il più’ a fondo possibile. Oltre a capire che possibilità ha quell’attore di inserirsi all’interno di una comunità di persone che vivranno insieme. E non sono loro a scegliersi. Ma sei tu a decidere. Lo spirito che si crea nella compagnia è la vera forza del teatro. Quindi la scelta dell’attore dipende anche dalla sua capacità di rapportarsi con il mondo che lo circonda.

dal 27 al 30 ottobre sei in scena al Teatro BRANCACCINO con “UNA VOCE (IN) UMANA”  di Jean Cocteau  con Carmen Giardina. Come nasce questo progetto teatrale?

“La Voce Umana” nasce da un’idea di interpretazione.  L’idea di riproporre un testo importante del primo novecento ponendolo sotto un’ottica  diversa da come siamo abituati a vederlo. Un testo sempre rappresentato dalle più grandi attrici drammatiche di tutto il mondo, dalla Bergman alla Magnani pensato ora per un’attrice “brillante”.  Spostare tutto dal melodramma al tragicomico. Dalla farsa alla tragedia.

la_voce_umana_corriere_dello_spettacoloUna “donna sull’orlo di una crisi di nervi” che, straziata per l’abbandono dell’amante, vive in un suo spazio fermo nel tempo, invasa dai mezzi di comunicazione. Uno spazio dominato da un totem sacrificale. Una lapide meccanica a cui la protagonista si aggrappa ostinatamente nella speranza di cancellare tracce, azioni, odori, ricordi, della persona amata. La sua condizione non può che svelare l’involontaria comicità dei nostri comportamenti, l’assurdità dei nostri processi interiori. Condannando l’ipocrisia dei nostri rapporti sentimentali.

Ho trasportato l’”amante dolorosa” di Cocteau in una dimensione contemporanea incastrando il personaggio in un ingranaggio emotivo infernale di una routine quotidiana invasa dai nuovi mezzi di comunicazione. E come questi nuovi mezzi di comunicazione interferiscono all’interno dei nostri rapporti più’ intimi creando maggior disagio e caos. Questo esperimento teatrale ci dà l’opportunità per un dialogo contemporaneo con Cocteau sul buio esistenziale ed il vuoto interiore causati dall’amore. La metabolizzazione del dolore causato dall’abbandono per amore. Nel maschio genera furore omicida, nella donna autodistruzione.

Nulla è più drammaticamente attuale. L’amore è pazzia e l’abbandono è il vuoto. Così Cocteau rappresenta l’Amore in un testo nel quale, ancora oggi, tutti ci possiamo rispecchiare. Così come per Shakespeare, l’innamorato è un folle chiuso nella sua prigione, vittima della sua stessa follia masochistica. “L’amore è pura follia, e merita una stanza al buio e una frusta come per i pazzi. Il solo motivo per cui gli innamorati non vengono puniti e curati è perché questo tipo di pazzia è talmente diffuso, che chi dovrebbe frustare è a sua volta innamorato”  (Shakespeare As you like it). Ecco perché ho dedicato questo spettacolo a Shakespeare in onore del suo anniversario.

Claudia Conte

www.claudiaconte.com

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