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“Le donne gelose”. Tra perfida avidità e spassoso divertimento

Data:

Piccolo Teatro Studio Melato (via Rivoli 6 – M2 Lanza), dal 13 al 29 ottobre 2016

LUGREZIA: Mi dei vostri marii no so cossa farghene. Matte, zelose inspiritae! Ma saveu perché sé zelose? Perché se brutte. (parte)

“Questa, Lettor carissimo, che or ti presento, è una Commedia veneziana, venezianissima, che forse
felicemente non sarà intesa da chi del costume nostro e della nostra lingua non sia informato. Molti
termini, molte frasi troverai a piè delle pagine toscanamente tradotte”.

Così scrive Goldoni nell’introduzione alla sua commedia in tre atti “Le donne gelose”, rappresentata per la prima volta in Venezia durante il Carnevale dell’anno 1752 e dedicata a “A SUA ECCELLENZA LA NOBIL DONNA ELISABETTA MOCENIGO VENIER”.

Sicuramente la battuta in veneziano pronunciata dalla vedova Lugrezia, il bel personaggio principale, interpretato da una splendida Sandra Toffolatti, senza nulla togliere a tutti gli altri attori, autoritaria e forte, seducente e furba, avida e generosa, intorno alla quale Goldoni fa ruotare “Le donne gelose”, in un girotondo di doppi sensi e situazioni divertenti, equivoci e bugie, può ben esser compresa da tutti. Veneziani e non.
Parole che, sebbene ciniche e senza mezze misure, ugualmente provocano risate e commenti, e se non spiegano il significato principale della commedia, ne sono una chiave di lettura interessante. Lugrezia è una vedova non più giovane, donna ancora piacente e di grande personalità, che fa paura alle altre donne perché vive sola, libera, non ha più “padroni”, nessuno la comanda, la picchia, la umilia, come succede per esempio alla Siora Giulia o alla Siora Tonina e allora queste “donnette”, brutte e insignificanti, non possono fare altro che invidiarla, parlarne male, considerandola una poco di buono, una seduttrice di poveri indifesi mariti. Non solo non esiste una minima solidarietà femminile ma nemmeno un tentativo razionale di capire il suo comportamento. Le “donnette” provano solo una grande gelosia. E mentre gli uomini della vicenda, Sior Todero, Sior Boldo e Sior Baseggio, si recano dalla vedova semplicemente per avere delle dritte su che numeri giocare al lotto, o per rivendere oggetti da cui ricavare “bezzi”, soldi, o per prendere in prestito somme di danaro, loro passano il tempo a tramare, a dubitare, a rodersi il fegato. I mariti, un orefice e un bottegaio, d’altra parte, si rivelano disonesti verso le consorti, tramano alle loro spalle, si recano dalla vedova di nascosto, giocano d’azzardo, dediti alla costante ricerca di una rivincita, di un antidoto alla miseria.
L’avidità è il carattere principale di tutti i personaggi, l’attività più comune sembra sia contare e parlare di soldi, imbrogliare e mascherarsi, e non solo durante il carnevale.

Goldoni è quel genio che sappiamo, qui più attuale che mai, nel fondere la realtà con la farsa, le battute ironiche con la comicità popolare, i problemi sociali con la leggerezza tipica dell’ambiente veneziano, che sembra vivere in un lungo carnevale. E carnevale è simbolo di maschere e allora ricordiamo un’altra significativa battuta della vedova:

LUGREZIA: No ve tacchè co le mascare che no cognossè, perché co la mascara le par belle, e sotto el volto ghe xe dei mostri.

Lugrezia, in questo caso, si riferisce alle donne ma possiamo benissimo allargare il concetto alle maschere sociali, ai travestimenti, ai trucchi che quotidianamente le persone indossano, per nascondere il marcio che hanno dentro. Per questo motivo, il regista Giorgio Sangati con quelle scenografie scure, la pioggia, la penombra, l’uso di maschere grottesche, i costumi opachi, la musica che ricorda un requiem, mette in scena una dark comedy che ricorda più un disegno di Goya che un dipinto di Longhi. Non c’è allegria, non c’è divertimento, in quel carnevale, anche l’Arlecchino non ha colori nel suo costume, è solo grigio come uno spazzacamino, cereo come un cadavere.
Si ride, ma è come ridere su un moribondo, e quella figura mascherata, ubriaca, malconcia, che ci passa davanti tenuta per le estremità, è forse il simbolo di questa borghesia avida e corrotta, pettegola e furba, meschina e taccagna, in una Serenissima che nel 1797 avrebbe visto la sua caduta.

Ricordiamo che lo spettacolo, meritatamente, è stato ospite all’International Theatre Festival “Alexandrinsky”, unica rappresentanza italiana nella selezionatissima vetrina internazionale del Festival, del quale si celebra la decima edizione insieme ai dieci anni di collaborazione del teatro Alexandrinsky, diretto da Valerij Fokin, con il Piccolo Teatro di Milano.

Daria D.

Le donne gelose
di Carlo Goldoni
regia Giorgio Sangati
scene Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
luci Claudio De Pace
trucco e acconciature Aldo Signoretti
Personaggi Interpreti
Lugrezia Sandra Toffolatti
Giulia Valentina Picello
Boldo Sergio Leone
Tonina Marta Richeldi
Todero Leonardo De Colle
Orsetta Sara Lazzaro
Chiaretta Elisa Fedrizzi
Baseggio Ruggero Franceschini
Arlecchin Fausto Cabra
Siora Fabia Federica Fabiani
Maschere/servitori del ridotto David Amadeus Meden, Daniele Molino, Nicolò Parodi
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

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