“Immagini performative” I confini e la poetica/politica della fotografia contemporanea

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“Cosa posso capire io se questo luogo l’ho solo amato” (Alessadro Cirillo, Bari, 26/10/2016): potrebbe essere questo lo snodo fondamentale della giornata di ricerca e didattica – Immagini performative” I confini e la poetica/politica della fotografia contemporanea – promossa dal gruppo di artivisti “S/Murare il Mediterraneo” presso l’Università degli Studi di Bari (https://smuraremediterraneo.wordpress.com/). La sperimentazione di momenti distinti per forme, luoghi e linguaggi ha interrogato la ricerca accademica sull’intreccio tra la performance artistica e la politica nelle giornate del 25 e del 26 Ottobre. L’evento, infatti, si è misurato nel primo giorno con una performance di danza nello spazio pubblico durante il quale il prof. Fernando Goncalves (visiting scholar proveniente dall’Universidade do Estado do Rio de Janeiro) assieme ad un’altra artista vestita di rosso scintillante e dalla chioma corvina hanno presieduto con due poltroncine da salotto la piazza antistante il Dipartimento di Psicologia, Formazione e Comunicazione in attesa di danzare con i passanti. La performance prevedeva che chiunque potesse digitare su una parte del corpo dei due protagonisti attraverso due monitor che mostravano una figura femminile e una maschile. Ogni tocco innescava una musica diversa che rappresentava un invito a danzare con l’uno o con l’altra. La popolazione studentesca ha risposto vivacemente a questa insolita strategia di liberare il tempo dal significato di “pausa”, “velocità”, “anonimato”, “passività”, scegliendo appunto di sfidare lo sguardo altrui e danzare come se fossero co-attori in uno scenario abituale e ordinario.

L’incontro del 26 si è sviluppato attorno alla riflessione sulla fotografia come pratica sociale capace di sollecitare il conflitto tra riconoscimento ed invenzione. I relatori che hanno contribuito a sollevare attraenti incertezze e discussioni in merito sono stati – tra gli altri, oltre al già citato Goncalves – la prof.ssa Zaccaria (S/Murare il Mediterraneo), il fotografo Alessandro Cirillo che ha proposto i suoi “Ricordi di viaggio e di occhi” sul Brasile, il fotografo Domingo Milella attualmente in mostra con la sua prima personale presso la Galleria Doppelgaenger di Bari e varie componenti della community Instagramers Puglia che hanno portato la loro esperienza di racconto del territorio attraverso la mobile photography.

Le questioni metodologiche sono state tratteggiate da Goncalves mettendo in evidenza come la fotografia sia una scelta di restare in superficie e di non inoltrarsi nella trasparenza. Nella pratica di ri-fotografare le foto si legge la funzione di ri-attualizzare il passato e di non scattare un eterno presente. La fotografia, dunque, non concederebbe verità nella misura in cui non incarna la testimonianza ma il vissuto di un momento di azione sulla realtà che rispetta il gioco della manipolazione umana. In questo senso, Goncalves ci riconsegna un’idea di finzione estetica ed emotiva della fotografia dai tratti fortemente poetici, intenzionali. Il progetto fotografico-artistico dal titolo “Imagined Border Project” basato su ricerche sul campo in Puglia e Sicilia ha mostrato come lo spazio fisico diventi un confine geopolitico. L’imagined border discusso da Goncalves è la materializzazione di percorsi politici di differenziazione Nord-Sud, Qui/Lì, Noi/Loro che lo stesso ricercatore ha attraversato nei suoi spostamenti via aereo e treno dal Nord-Africa fino a Palermo. Distanze fisiche ridotte divengono straordinariamente complesse con l’intervento dell’uomo e solo una cartografia dell’alterità può problematizzarle.

rossella_traversa_corriere_dello_spettacoloLe immagini distendono il tempo e nell’atto di guardare/rsi c’è sempre uno straniero, un guardato. Gli scatti di Alessandro Cirillo parlano dell’iniziativa d’amore nella conoscenza fotografica, di quel moto di morte al sol pensiero di fare ritorno in uno dei luoghi visitati, il Brasile appunto. La ricerca di un lontano per cui soffrire o estasiarsi è stato anche un importante spunto di riflessione sulla mobile photography rispetto alla quale Marika Marangella – fra le altre Instagramers Puglia – ha sottolineato come le immagini caricate sui social network possano avere una funzione scenica, narrativa o di promozione personale. La fotografia possibile su Internet è quella più esposta, più presente sul muro immaginario più grande del mondo e la community degli Instagramers agisce attraverso una costruzione dell’immagine dettagliata da lunghi lassi di tempo in posa (almeno 20 minuti) in contrapposizione al comune sentire sull’improvvisazione e l’immediatezza dei social network. Instagram, la fotografia e l’arte sono poli performativi che riconoscono la nostra esistenza – seppure per una durata sempre più effimera – ma confermano le sommosse tra verità e visione, analogico e digitale.

L’uso della tecnologia ci sta sempre più spingendo verso immagini autoreferenziali e narcisiste. Domingo Milella si interroga a lungo su quale cultura produca quale forma temporale rispetto alla sua fotografia di confini e  spazi e accusa la cultura digitale di enfatizzare proprio quell’antica malattia dell’originalità di derivazione greca. Uno degli aspetti più interessanti della ricerca di Milella è proprio concepire l’immagine di un paesaggio come evento interno, didascalico, piuttosto che come illustrazione o pubblicità. La materialità della visione non sarebbe, quindi, mera auto-evidenza ma architettura della memoria che racchiude e suggerisce valori non antropomorfi, rovine vive. Attraverso alcune immagini tratte dalla mostra “Solitario”, l’artista ci ha posto di fronte a caverne del Paleolitico situate in Spagna in cui è proibito l’accesso e che nascondono qualcosa di noi nel momento in cui le collochiamo fra le idolatrie di un passato evolutivo, assieme alle fonti d’acqua e ai dipinti. La ricerca di un *inizio* che trapela da queste immagini mostra la volontà di scoperta, la domanda di vita, a fronte di un “utero mortuario”, come ipotizzato dalla prof.ssa Zaccaria.

Il paesaggio è un’invenzione, anche quando è molto vicino a noi e a noi noto. Il racconto del territorio attraverso gli scatti presentati da Sara Meledandri e Annarita Dipace (Instagramers Puglia) mostrano come la community metta a contatto le persone rendendo familiare l’esperienza dello spostamento nello spazio in misura maggiore rispetto alla funzione storica di una rivista come National Geographic. Uno dei più famosi Instagramer citati, Muradosman, è l’esempio della personalizzazione dei luoghi attraverso l’utilizzo di un social network in cui collezionare foto-ricordo con la cifra poetica della mano stretta alla propria fidanzata inquadrata a mezzo busto posteriormente. La ricorrenza e l’esperienza sono stati il fulcro di un fervente dibattito sulla democratizzazione e la produzione di senso: sapere qualcosa in anticipo (guardando ad esempio immagini del luogo che si sogna di visitare) rende effettivamente migliore l’esperienza? Dovrebbe renderla migliore? Su questo snodo è importante mettere in risalto come il nostro vissuto sia notevolmente diverso da quello esperito nel passato con altri mezzi (libri, riviste, documentari TV) e che sollevare tali questioni non è anti-storico o anti-scientifico, bensì inerisce profondamente agli effetti che dirompenti dinamiche di diffusione delle informazioni e di percezione spazio-temporale stanno attualmente rivestendo.

“La fotografia è la riproduzione di ciò che è stato e che non sarà mai più” (Roland Barthes): conservare ricordi in una memoria collettiva è più trascinante della vita in prima persona? I mezzi li abbiamo? Sono solo alcune delle domande che ci piacerebbe continuare a porci.

Rossella Traversa

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