Gianni Amelio ospite alla “Sagra del cinema”

Data:

Teatro Mario Spina, Castiglion Fiorentino (AR). Sabato 28 gennaio 2017

“Storie di vite – Il cinema da degustare” è il titolo dell’edizione invernale della “Sagra del cinema”, evento che coniuga cinefilia e gastronomia e che dal 2015 si è trasferito dall’Umbria alla Toscana, proponendo proiezioni gratuite all’aperto –la manifestazione si svolge d’estate- e incontri con i protagonisti della “settima arte” (giusto per fare qualche nome, ricordo le partecipazioni di Daniele Ciprì, Sergio Rubini e Giuseppe Battiston); il tutto, arricchito dalla piacevole presenza di stand gastronomici dedicati alle cucine tipiche regionali. Una rassegna che potremmo definire, quindi, “cinegastronomica”. Lo stesso titolo “Storie di vite”, come spiegato dagli organizzatori, è un gioco di parole che si serve del duplice significato attribuito alla parola “vite” dalla lingua italiana: “vite” come plurale di “vita”, le vite raccontate dai protagonisti degli incontri; “vite” come il nome della pianta da cui si ricava il vino, ingrediente immancabile in ogni festa che si rispetti. Non ha certo fatto eccezione il presente evento, tenutosi al Teatro Mario Spina di Castiglion Fiorentino: in pieno stile “Sagra del cinema”, il programma è cominciato all’insegna del piacere enogastronomico, con aperitivo e degustazione di vini; questo, in attesa del momento-clou della serata e, aggiungerei, dell’intera rassegna…

Reduci dall’incontro dello scorso 19 gennaio (sempre al Teatro Spina) con l’attore Massimo Boldi, che ha presentato il libro Le mie tre vite, stavolta i ragazzi della “Sagra del cinema” si sono davvero superati, riuscendo a coinvolgere uno dei più grandi registi italiani viventi, vero e proprio punto di riferimento per i cinefili: Gianni Amelio. Intervistato dal giornalista Michele Lupetti con la collaborazione dei due organizzatori dell’incontro, il regista calabrese (classe 1945) ha presentato il libro Politeama, che costituisce il suo esordio nella narrativa. L’opera racconta la vicenda di Luigino, ragazzo del Sud affetto da una particolare anomalia fisica (ha una voce da donna) che lo ha reso un “diverso”, oggetto dello scherno e delle cattiverie della gente; costretto ad esibirsi nei circhi come fenomeno da baraccone (un freak alla Tod Browning), Luigino cercherà il riscatto inseguendo il proprio sogno: diventare cantante.

Un’opera prima (anche se non un debutto assoluto nell’ambito della scrittura: Amelio ha già pubblicato altro, tra cui saggi sul cinema) punteggiata qua e là da elementi autobiografici, un libro cui Amelio tiene molto e che non ha intenzione di trasformare in un film, per quanto, ha precisato, non gli dispiacerebbe se altri registi si cimentassero nell’impresa, in modo da poter vedere la propria opera da un punto di vista esterno, “altro”. La scelta di raccontare la storia con un romanzo, anziché con un film, è stata dettata dalla maggior libertà creativa che la letteratura garantisce rispetto al cinema. Infatti, mentre in quest’ultimo occorre pianificare la sceneggiatura a tavolino e in anticipo (anche perché è necessario renderne partecipi attori, produttori, scenografi…), in un romanzo l’autore, che essenzialmente lavora da solo (quindi non deve rendere conto ad altri, almeno nell’immediato, di ciò che fa), può affidarsi all’improvvisazione e creare l’opera un passo alla volta, senza aver necessariamente un piano prestabilito, assecondando spontaneamente il flusso creativo: Politeama è nato proprio così. Inoltre, ha aggiunto Amelio, la letteratura ha un altro vantaggio rispetto al cinema: consente una gamma espressiva più ampia. Questo perché, esprimendosi attraverso “LA FORZA DELLE PAROLE” (testuale) anziché per immagini, la letteratura è in grado di trasmettere messaggi più articolati e profondi (oltre che più poetici), lasciando inoltre un margine maggiore alla rielaborazione soggettiva del lettore di quanto ne lasci il cinema allo spettatore, la cui libertà immaginifica esce inevitabilmente ridimensionata di fronte all’obiettività delle immagini, che “impongono” il punto di vista, le visioni e le forme stabilite dal regista.

Non si pensi però, con tutto questo, che Amelio voglia prendere le distanze dal cinema, operando una sorta di abiura: pur non trattandosi di una “falsa sceneggiatura” né, tantomeno, di una sceneggiatura mascherata da romanzo, Politeama è un libro che risente fortemente della cultura cinematografica dell’autore, che, infatti, ha ammesso la legittimità della definizione di “cine-romanzo” per descrivere la sua opera. Almeno tre gli elementi del libro che “tradiscono” la sua parentela col cinema: la suddivisione in capitoli, provvisti di titoli che richiamano le scene all’interno di una sceneggiatura; la costante presenza di canzoni citate e suggerite come colonna sonora d’accompagnamento ideale, una per ogni capitolo; uno stile narrativo che predilige dialoghi e fatti rispetto alle descrizioni, brevi e sporadiche. Quest’ultima scelta, ha spiegato l’autore, è nata da una riflessione sul mutamento antropologico del lettore-tipo, un interessante ragionamento che si ricollega a quanto detto poco sopra a proposito del differente peso specifico dell’immaginazione nella letteratura rispetto al cinema. Data la natura spiccatamente mediatica dell’epoca attuale, una vera e propria “era delle immagini” in cui chiunque ha accesso a qualunque tipo di contenuto, i lettori, potendosi “aggrappare” a riferimenti visivi concreti recuperabili facilmente grazie alle varie risorse a loro disposizione (televisione, internet, cinema…), avvertono sempre di meno l’esigenza delle lunghe parentesi descrittive tipiche di tanta letteratura del passato; tali descrizioni sopperivano con le parole all’oggettiva impossibilità “pratica”, per i lettori di allora, di farsi un’idea concreta e precisa di certi luoghi, ambienti, oggetti, ecc… descritti nei libri. Aggiungerei che, come inevitabile conseguenza della “sovrabbondanza iconica” di cui sopra, probabilmente nel lettore contemporaneo si è ridimensionato il ruolo della fantasia, intesa come capacità di immaginare e costruire mondi con la sola forza della mente, una capacità che forse nessun’altra forma d’arte sa (o sapeva) stimolare quanto la letteratura…

Smessi gli abiti dello scrittore, nella seconda parte dell’intervista (ma direi, piuttosto, della chiacchierata, visto il tono confidenziale e rilassato dell’incontro) Amelio ha recuperato la più consueta veste di regista, tornando a parlare di cinema e soffermandosi, in particolare, sul recente L’intrepido (2013), film proposto a degna chiusura di questa ricca serata “d’autore”.

Protagonista della storia, quanto mai attuale visto il tema affrontato, è Antonio Pane, un uomo di mezza età che incarna la quintessenza del lavoro precario. Per riuscire a tirare avanti, infatti, s’inventa un mestiere a dir poco originale: quello del “rimpiazzo”. Come un vero e proprio jolly, si adatta a fare qualunque tipo di mestiere, sostituendo di volta in volta –anche solo per qualche ora- persone che, per vari motivi, si assentano dal lavoro. E così una volta fa il muratore, un’altra il cuoco, poi l’attacchino, il tramviere… Nel ruolo del protagonista c’è il bravo ed eclettico Antonio Albanese, che Gianni Amelio ha definito come “attore ideale” per la sua esemplare professionalità e per la disponibilità e umiltà con cui si affida completamente alle sapienti mani del regista, dalle quali si lascia modellare come creta. In alternativa ad Albanese, ha aggiunto Amelio, solo un altro attore sarebbe stato in grado di interpretare altrettanto efficacemente questa parte; si tratta proprio di uno dei figli più illustri di Castiglion Fiorentino, un premio Oscar ormai conosciuto in tutto il mondo: Roberto Benigni.

Tornando a L’intrepido, storia drammatica raccontata con leggerezza, Amelio ha rivelato di amarlo come e più di ogni altro suo film, poiché si tratta della sua opera più fraintesa e, forse, meno conosciuta e apprezzata dal pubblico; il regista ha poi raccontato un curioso episodio legato al film: durante la presentazione dell’opera in Canada, alcuni giornalisti gli hanno chiesto se in Italia esista davvero il mestiere del “rimpiazzo”…

Sollecitato dalla domanda di una persona tra il pubblico, Amelio ha trovato un po’ di tempo per parlare anche de Lamerica, forse il suo miglior film in assoluto, vertice artistico di un decennio irripetibile, quello dei ’90, che lo ha visto realizzare un memorabile trittico di capolavori (gli altri due sono Il ladro di bambini, 1992, e Così ridevano, 1998, Leone d’oro alla Mostra di Venezia) insieme all’attore siciliano Enrico Lo Verso.

E ora, come direbbe Vasco Rossi, “PICCOLO SPAZIO – PUBBLICITA’”: proprio a Lamerica è dedicata una delle recensioni (pubblicata, tra l’altro, pochi giorni fa) che ho scritto per la mia rubrica “Viaggio attraverso l’impossibile”, disponibile su questo sito; per accedere ai contenuti della rubrica basta cliccare sulla voce “Le nostre rubriche” (accanto a quella “Home”) nel menù di selezione in alto, proprio sotto il logo della testata.

Francesco Vignaroli

Un ringraziamento particolare a Giorgio e Filippo di “Sagra del cinema”

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