Alberto Burri: la duplicità dell’atteggiamento umano nel duplice volto del mondo

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L’opera di Alberto Burri (1915 – 1995), Artista di Città di Castello, mi ha sempre affascinato; forse, per la sua particolarità espressiva non figurativa. La stessa che lo rende un artista unico nel suo genere. Captare il messaggio della sua opera non è facile, per farlo è necessario guardare attentamente ogni minimo particolare, contente dei messaggi profondi, che ci donano una conoscenza o rappresentazione del nostro duplice atteggiamento umano nel mondo. Allo stesso tempo, l’opera può divenire un processo educativo e formativo. Ma vediamo alcuni tratti del suo “Rosso Plastica” del 1966, raffigurante un mondo duplice, proprio come doppio è il nostro atteggiamento (Cit. M. Buber filosofo) al suo cospetto, per via degli effetti emozionali che lo ci procura.

Questa duplicità fa riferimento all’esistenza di due mondi con cui ci rapportiamo. Il primo riguarda la nostra esistenza in relazione con i nostri vissuti o eventi (un mondo esteriore), che ci procurano delle emozioni che determinano il nostro atteggiamento con gli altri. Quelle emozioni generano un secondo mondo, cioè interiore, determinato dal movimento o azione del primo e che influenza il nostro agire. In un primo momento l’opera di Burri appare come la rappresentazione di un uomo che ha visto un orrore umano. Ciò è ipotizzabile e non da escludere, ma egli raffigura qualcosa in più, cioè la materia umana nel suo complesso. Burri raffigura un passato che non è facile dimenticare o che ha lasciato i suoi segni. La luminosità dell’opera – a mio avviso – ha una sua simbologia: un passato indimenticabile e truce, ma guardato con una luce di sollievo. La stessa vuole simbolizzare che da quel passato bisogna ripartire. Quella luminosità al mio giudizio significa che non dobbiamo commettere gli errori precedenti. Per non farlo dobbiamo partire da noi stessi. Forse quella luce vuole esigere la necessità di comunicare molto, ogni giorno e istante della nostra vita, perché ogni istante determina il nostro comportamento, ma vediamo alcuni dettagli dell’opera. Come possiamo notare dall’immagine, sul lato sinistro c’è una specie di faccia umana deformata con una grande bocca. Questa simbolizza forse un urlo di fronte a qualche orrore umano. La medesima bocca è dipinta di nero, probabilmente rappresenta il vuoto di qualcosa di misterioso. Sopra quella grande bocca aperta, sembra che ci sia un volto coperto da un velo. Lo stesso copre qualcosa o delle cose, come corpi umani (morti, lottatori o sofferenti) o forse di animali. Come se il protagonista del vissuto abbia dimenticato le persone ma non gli eventi oppure come se lo stesso abbia steso quel velo per cercare di dimenticare ma senza riuscirci perché impossibilitato di farlo. Al centro della figura, troviamo la faccia di un uccello che sembra dirigersi in velocità verso qualcosa che egli vuole attaccare. Sempre qui, appare una specie di albero, o meglio delle radici di questo, ma che forse sono degli esseri umani che stanno vicini l’uno con l’altro. Spostandoci sul lato destro invece, sembra che l’opera sia composta da un lenzuolo rosso trasparente che copre qualcosa. Come se questo qualcosa volesse coprire delle brutte immagini che il protagonista o autore non vuole vedere o ricordare. Il lenzuolo appare come se volesse rappresentarci delle braccia tendenti verso l’alto. Come le braccia di qualcuno che cerca aiuto o che vuole fuggire da qualcosa.

In “Rosso Plastica” del 1962 vediamo una bocca, all’internio dipinta di nero. Sembra che in essa ci sia raffigurato il volto di uno scheletro umano, che rappresenta il simbolo della morte. Al di fuori invece ci sono delle specie di membra che sono probabilmente esseri umani deformati. La mancanza di una forma sta a simbolizzare la perdita dell’identità dell’essere umano. Nell’opera di Burri tale perdita avviene di fronte a delle angosce umane. Quando parliamo di mondo interiore, possiamo ipotizzare che in questo ci sia angoscia, dolore e frustrazione che ognuno prova dentro di sé e che nessuno a parte noi conosce. Quello che proviamo emerge fuori attraverso il nostro comportamento che ha una natura multipla. Allo stesso tempo, ciò che proviamo non sempre possiede una rilevanza d’attualità e il nostro atteggiamento che sfocia verso gli altri o le cose possiamo consideralo un accumulo di vissuti. A volte di fronte alle cose o eventi abbiamo reazioni immediate. Altre volte più meditate. Quello che viviamo determina il nostro comportamento. Ci sono momenti che non riusciamo a portare avanti dei progetti di vita che avevamo fatto, questo perché qualcosa che abbiamo vissuto ci blocca. Abbiamo una reazione aggressiva e questa non è determinata da situazioni d’attualità, o meglio non sempre e così. Infatti, certe volte all’attualità si aggiunge anche l’accumulo del passato. Burri credo che durante la sua vita abbia captato tutto questo, che ha raffigurato nella sua arte. Un grande artista Burri che si è dedicato allo studio e all’analisi della materia. La materia volta verso uno sguardo del divenire e dei mutamenti umani.

 La materia di Burri è descritta nell’alienazione dello spirito […] Come momento della vita, nella crescita e nello sviluppo. La materia è posta come essenza non valida […] poiché […] l’ente […] Si distacca dalla sensibilità. Il naturale, il materiale, e il sensibile […] Metafisicamente devono essere negati, come la natura in quanto avvelenata. Il naturale è […] Assorbito nella ragione, nell’io, nello spirito, ma fa parte della ragione in qualità di elemento irrazionale dell’io in qualità di non io (Cit. L. Feuerbach).

 In altre parole, l’essere umano incontra la sua alienazione nei suoi momenti di vita, nella crescita e nello sviluppo. Ciò non li dobbiamo intendere solo come processo educativo o costruttivo di etica – morale che fonda l’Io della persona. Lo dobbiamo intendere anche come vissuto o come momenti di vita che determinano la follia umana, nel luogo in cui l’essere è privo di un suo Io. Infine, premetto che quanto qui sostengo è frutto di una interpretazione e analisi personale dell’opera di Burri. Tale mio lavoro, non è andato a ricercare la storia dell’Artista e tanto meno non sono andato a ricercare dei manuali che descrivono la sua opera. Ho sempre preferito cercare di entrare in contatto diretto con l’opera e captare il messaggio in modo diretto. Forse ciò è un errore, ma credo che nel lavorare su testi e manuali non si entri in contatto diretto con l’opera. Ciò può portare un allontanamento dall’Arte o dal messaggio che ella vuole trasmettere. Attraverso l’Arte, possiamo arricchire la nostra capacità di provare sentimenti che conduce alla comprensione umana.Attraverso la stessa possiamo capire noi stessi e i nostri atteggiamenti o comportamenti. L’Arte la possiamo considerare un Diario di vita, laddove possiamo trarre momenti di vita, conoscenze utili a comprendere il duplice atteggiamento umano.

Giuseppe Sanfilippo

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