‘’Storia di una…’’. Recensione teatrale Come una capinera

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«Perché il rumore di taluni passi si sente col cuore come se il cuore udisse?»
Sono queste le parole che nel 1896 Verga scrisse in Storia di una capinera, romanzo epistolare che riscosse un subitaneo successo, nonostante fosse il frutto di una scrittura giovanile. Il rumore insistente di una goccia che cade in un pozzo profondo accoglie la platea la sera del quattro settembre, presso il Teatro Umberto Giordano a Foggia. La scenografia è avvolta nella penombra: una cornice di ragnatele, una scrivania, delle lettere, una rosa spezzata. Un letto dalle lenzuola impolverate che emana la sensazione di sofferenza, di dolore, i segni della malattia di un corpo di chi, prematuramente, si è lasciato morire. Il sapiente gioco di luci soffuse e il leit motiv del sottofondo musicale, scandiscono il corso della narrazione e permettono allo spettatore di cogliere i repentini e cangianti stati d’animo della protagonista. Non è solo una cella, è anche un luogo dell’anima, quella della giovane Maria, la novizia che lascia momentaneamente le mura del convento per un’epidemia di colera. Lei è la capinera a cui hanno spezzato le ali e hanno impedito di vivere l’amore e la libertà agognata, sentimenti che la stessa ha vergogna di provare, perché costretta dalla famiglia a monacarsi. La giovane Maria si presenta sulla scena fin da subito giovane nel corpo, ma anziana in viso e con i capelli bianchi. Il trucco teatrale è infatti curato da Gaetano Trotta. Durante il racconto della felice e spensierata residenza in campagna, trascorsa in compagnia della sua famiglia e dei vicini di casa, si muove e parla come una giovane della sua età, ma al ricordo del futuro ritorno in convento, si incupisce, incurvando la schiena e rallentando i suoi movimenti, come invasa improvvisamente da stanchezza fisica e psichica. Il tormento si trasformerà ben presto in ossessione. Sentimenti e sensazioni si intrecciano nella mente e nel corpo della protagonista, in un climax ascendente, fino all’esplosione, espressa in un emozionante monologo interpretato magistralmente dall’attrice Anna Rita Vitolo, prima del doloroso finale. La sceneggiatura, curata sensibilmente dal coreografo e attore-regista Roberto Matteo Giordano, seppure fedele alla scrittura letteraria del romanzo, subisce necessariamente di tagli funzionali alla rappresentazione. La Vitolo, attrice di lunga esperienza, ha utilizzato in modo anti-canonico il suo corpo nello spazio scenico. Recita infatti da sola. Tutti i personaggi del racconto con i quali dialoga, sono voci fuori campo (di Alfio Battaglia, Mattia Coppola e Maria Sperandeo), tranne Nino, interpretato dal giovane e talentuoso Roberto Matteo Giordano, scrittore e coreografo, cha ha curato anche la regia. La trasposizione agli anni ’60, che compare in conclusione, non è prevista nel testo del Verga, ma è il frutto della scelta del regista. Questo comporta la trasformazione della protagonista in uno spirito che ricorda la vicenda vissuta in vita. Il pubblico, però, lo comprende solo alla fine, quando nella cella entrano un medico (interpretato sempre da Roberto Matteo Giordano e che Maria crede essere Nino) e un’infermiera (Francesca Annunziata), intenti a svolgere un’ispezione. Il personaggio di Maria diventa qui invisibile agli occhi dei presenti, trasformandosi in un fantasma, intrappolato per sempre tra quelle mura. Una scelta registica che scenicamente funziona in modo magistrale ed è stata accolta con successo dal pubblico pugliese e quello napoletano, come dimostrano le numerose repliche di ‘’Palco 11Zero8’’ nel salernitano. Struggente, febbrile, angosciante e doloroso Come una capinera è uno splendido esempio di connubio tra romanzo e teatro, un legame che da secoli resta indissolubile.

Elena Dentato

Liberamente tratto dal romanzo di Giovanni Verga “Storia di una capinera”
CON: Anna Rita Vitolo e Roberto Matteo Giordano e la partecipazione di Francesca Annunziata
REGIA E ADATTAMENTO: Roberto Matteo Giordano
DURATA: 60 minuti circa
COMPAGNIA TEATRALE: Palco 11zero8, Salerno

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