Dittico contemporaneo. “Eccessivo è il dolor quand’egli è muto” e “Cefalo e Procri”

Data:

Teatro Malibran, Venezia, dal 29 settembre al 7 ottobre 2017

Cefalo e Procri di Ernst Krenek nacque nel 1934 in seno al III Festival internazionale di musica contemporanea della Biennale di Venezia, durante quel delicato equilibrio creatosi tra Germania, Italia e Austria in seguito all’assassinio di Engelbert Dollfuss. Per la prima volta il Duce concesse il sostegno statale alla manifestazione, oltre alla sua fisica presenza al Così fan tutte, portato in laguna dalla Staatsoper di Vienna. La politica si fa anche a teatro, non solo a tavola. Il 15 settembre 1934 Cefalo e Procri fece trittico al Teatro Goldoni con Una favola di Andersen di Antonio Veretti e Teresa nel bosco di Vittorio Rieti nella serata dedicata all’Opera da camera. L’allestimento della breve “moralità pseudo-classica” di Krenek fu affidato ad Anton Giulio Bragaglia, alla sua prima regia d’opera. Curioso come, in una lettera datata 1 agosto 1934, Bragaglia chiedesse ad Adriano Lualdi, curatore del Festival musicale veneziano fino al 1936, la metamorfosi dei pini, previsti dal libretto, in cipressi, non riuscendo egli a riprodurli secondo i canoni futuristi. In un’altra, risalente all’8 maggio 1934, Krenek invece esige cantanti italiani, vista la natura celebrativa del pezzo, omaggio voluto a forme musicali e letterarie seicentesche. Sui quotidiani, così come in sala, da cui alcuni spettatori defezionarono a scena aperta, Cefalo e Procri riscosse pareri contrastanti, collezionando dagli strali infuocati di Bruno Barilli (“Il giornale d’Italia”, 25 settembre 1934) e Gian Francesco Malipiero (“L’ambrosiano”, 17 settembre 1934) alle critiche misurate di Guido Pannain (“Il mattino”, 18 settembre 1934) e Mario Labroca (“Il lavoro fascista”, 19 settembre 1934), solo per citarne alcuni. Unanimi elogi vennero invece indirizzati al direttore Hermann Scherchen e alla compagnia formata da Giovanni Voyer, Sara Scuderi, Ines Alfani Tellini, Rhea Toniolo e Apollo Granforte.

Oggi, per ironia della sorte nei frangenti di Biennale Musica, il Teatro La Fenice la ripropone in dittico con due brani di Silvia Colasanti, Eccessivo il dolor quand’egli è muto, derivato dal Lamento di Procri di Francesco Cavalli, e Ciò che resta. L’accostamento è tematicamente coerente, ma ne esce un confronto impietoso. Colasanti modifica lievemente la linea di canto del lamento e sceglie soluzioni ritmiche accattivanti, esponendo invece l’orecchio a movimenti tellurici dall’effetto angosciante in Ciò che resta, pregna di quell’inquietudine propria dell’uomo del nostro tempo. Cefalo e Procri, invece, non può che confermare le originali perplessità. Per svolgere il mito in meno di mezz’ora ci vuole un librettista capace di sintesi e agilità lessicale, qualità non possedute certo da Rinaldo Küfferle che approntò un testo “più frigido di un poemetto per musica seicentesco” (“Gazzettino di Venezia”, 16 settembre 1934). La sperimentazione di Krenek, miscuglio di nibelungica tempra, tradizione italiana e suggestioni straussiane, non porta a risultati convincenti, perdendosi in tessiture anonime, monotone e prive di slanci degni di nota.

Lo spazio asettico e dicotomico creato da Massimo Checchetto è una sorta di obitorio in cui gli dei, travestiti da umani, si divertono a giocare con gli sventurati amanti, relegati in un’oscura nicchia centrale. I costumi di Carlos Tieppo caratterizzano i personaggi secondo la loro funzione drammaturgica. Sul piano visivo, grazie anche alle luci di Vilmo Furian, il colpo d’occhio è appagato, fornendo gli artisti tableaux vivants dalla forte impronta fotografica. Al suo debutto all’opera, il regista teatrale Valentino Villa legge la vicenda con poca inventiva, chiudendosi in un eccesso di simbolismi arcani basati sul doppio e scegliendo una partitura gestuale quasi più adatta a un oratorio che al palcoscenico.

Sul versante musicale, la concertazione di Tito Ceccherini convince per una buona dose di analiticità, attenta nell’evidenziare, seppur nella continuità dell’azione, le peculiarità dei due differenti lavori.

Nel ruolo di Procri troviamo Silvia Frigato, interprete versatile nel barocco quanto nel repertorio contemporaneo, che si distingue per fraseggio variegato e duttilità di mezzi, seppur riscontri qualche difficoltà in volume e nelle note alte di Colasanti. Leonardo Cortellazzi, Cefalo a petto nudo, sa come affrontare la tessitura impervia della parte. Ottimo anche William Corrò nei panni di Crono, sapientemente risolto grazie a salde capacità sceniche e vocali. Francesca Ascioti è una Diana matronale, dai giusti accenti, mentre l’Aurora di Cristina Baggio, vaporosa nel vestito di tulle rosato, se la deve vedere con una scrittura difficilissima, ma risolta con discreto successo.

Applausi di cortesia per tutti alla prima del 29 settembre da parte del pubblico davvero sparuto.

Un ringraziamento particolare va all’ASAC-Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Fondazione La Biennale di Venezia che mi ha permesso di consultare il materiale citato.

 Luca Benvenuti

Eccessivo è il dolor quand’egli è muto
Dal Lamento di Procri di Francesco Cavalli
Musica di Silvia Colasanti
Personaggi e interpreti:
Procri: Silvia Frigato
Cefalo e Procri
Moralità pseudo-classica in un prologo e tre quadri
Libretto di Rinaldo Küfferle
Musica di Ernst Krenek
Personaggi e interpreti:
Cefalo: Leonardo Cortellazzi
Procri: Silvia Frigato
Diana: Francesca Ascioti
Aurora: Cristina Baggio
Crono: William Corrò
Maestro concertatore e direttore: Tito Ceccherini
Regia: Valentino Villa
Scene: Massimo Checchetto
Costumi: Carlos Tieppo
Luci: Vilmo Furian
Orchestra del Teatro La Fenice
Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
Foto Michele Crosera

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