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“IT” di Andres Muschietti, una trasposizione al cinema che non s’ha da fare

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È impossibile attuare una trasposizione cinematografica del romanzo IT di Stephen King. L’ultima conferma ci arriva dal film omonimo, IT, di Andres Muschietti, che già dal primo weekend di programmazione sta letteralmente conquistando le sale italiane. La matrice è troppo letteraria, c’è troppa letteratura dietro l’opera di Stephen King, troppe immagini che vivono, e riescono a farlo, perché create con le parole; tradotte in un senso recondito che solo pagine di un romanzo possono svelare ed attuare; c’è una tensione drammatica, un horror, e anche un’ironia dell’orrore, ma soprattutto una paura e un atteggiamento verso questa, talmente percepibili e forti che la macchina da presa non riesce a codificare in immagini di altrettanta grandezza e potenza cinematografica; o meglio non riesce a ispessire, a non banalizzare, a rendere, d’altro canto, credibili, autentici, viscerali. C’è poi tutta una corposità, una densità, un surplus di temi, di situazioni, di tutto e di più, che anche la miglior sceneggiatura del mondo non può sintetizzare, amalgamare, scremare, e valorizzare. L’opera di King al cinema, probabilmente, proprio non funziona. Oggi, con lo spopolare delle serie Tv, si sarebbe dovuto pensare ad una trasposizione per il piccolo schermo. Come giustamente, ormai anni fa, hanno fatto con le saghe fantasy di Martin per Il trono di Spade. Il linguaggio seriale avrebbe garantito meno dispersione, meno didascalia e ridondanza con una storia distribuita in più puntate e almeno due stagioni; e avrebbe saputo flirtare meglio con la natura clownistica dell’orrore (che si deduce) dall’opera di King.

Il film di Muschietti sa come costruire i vari momenti, mixando sapientemente il teen movie con tutte le sue caratteristiche e simpatie, e le paure più tremende che attanagliano i giovani protagonisti. L’horror funziona, ma in scena, con sonoro, inquadrature, suspense, sangue splatter e gore; meno però ante-scena o post-scena, cioè laddove si imbastiscono riflessioni e sensi su queste paure. La sceneggiatura prova fin dalle prime sequenze a creare solidi ponti tra il ghigno malefico di IT/Pennywise e le paure reali di Bill e il suo gruppo di amici, ma il tutto resta un po’ troppo posticcio, astratto e slegato dal contesto: difficilmente la paura si incarna nella vita reale dei bambini, diventando “vera” paura, e perciò facendo “veramente” paura anche allo spettatore, e non solo su un piano sensoriale. Così il percorso narrativo a lungo andare si fa didascalico, racchiuso in compartimenti che si aprono e si chiudono, e si ripetono, e tanto da diventare prevedibile e a tratti anche faticoso. Funziona Bill Skarsgård nel ruolo di Pennywise, anche se il personaggio in sede di scrittura sembra più pensato come un villan da cinefumetto che presenza demoniaca di terrore, perciò anche in questo caso la paura si riduce all’effetto prodotto, all’azione generata. Funzionano i giovani attori, funzionano le dinamiche di gruppo, le vicende scolastiche ed extra scolastiche, la scoperta del mondo femminile, le battute cariche di ironia spensierata, i momenti più naturali e involontari, freschi e semplici; funzionano i primi battiti d’amore, con cartoline e poesie (meno la deriva finale che prendono, oltremodo scontata, e banale), che bagnano la vicenda di tenerezza, riportandola a quella umanità di adolescenti costretti a diventare adulti fin troppo presto, che il contesto drammatico della vicenda, insito nelle loro realtà familiari disagiate, non riesce pienamente a descrivere e raccontare.

IT, in sintesi, sarebbe stato veramente un grande film solo se avesse avuto il coraggio di distanziarsi profondamente dalla densità letteraria dell’opera di King. Tradire l’originale, per una visione originale, e cinematograficamente valida. A fronte, anche, di tutti “è meglio il libro” privi di ogni logica e senso, che gli sarebbero, così facendo, piovuti addosso.

Voto 6 su 10

Simone Santi Amantini

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