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Emanuele D’Aguanno, un concentrato di energia e determinazione

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Nelle sue vene scorre sangue veneto e siculo, romano di nascita ma vicentino di formazione, un concentrato di energia e determinazione: stiamo parlando del tenore Emanuele D’Aguanno, che nonostante la giovane età ha già all’attivo moltissimi ruoli, sotto la guida di alcuni tra i più importanti direttori d’orchestra al mondo. Qualche giorno fa ha debuttato nel ruolo di Camille de Rosillon al Teatro Massimo Bellini di Catania con “La vedova allegra” di Franz Lehár diretta da Andrea Sanguineti e con la regia di Vittorio Sgarbi.

Quando ha capito che la musica sarebbe stata la sua professione?

 Fin dall’età di tredici anni, allora già suonavo la chitarra. Una sera durante un concerto a Roma rimasi folgorato dal duetto “Libiamo nei lieti calici” da “La traviata” di Verdi. Da quel momento ho capito che sarei diventato un musicista, pertanto prima mi sono trasferito a Vicenza dai miei nonni e poi sono entrato al Conservatorio Pedrollo per intraprendere un percorso serio di formazione.

Negli anni 2003 e 2004 si è distinto all’interno del concorso “Toti Dal Monte” ed è arrivato finalista al 55° Concorso per giovani cantanti lirici As.Li.Co. Quanto è importante la vetrina di un concorso canoro e quali sono i più prestigiosi in Italia?

Ormai in Italia i concorsi degni di nota sono pochi, fra questi vanno ricordati il Concorso “Comunità europea” città di Spoleto e quello dell’As.Li.Co di Como, che consentono agli interpreti di avere grande visibilità, permettendo loro di essere notati da un gran numero di direttori artistici sia in Italia sia in Europa. E’ sicuramente più importante partecipare ai concorsi per ruolo (quei concorsi nei quali a chi vince viene assegnata una parte in un’opera ndr) piuttosto che ai concorsi che prevedono premi in denaro, perché nel primo caso si dà la possibilità ai giovani interpreti di debuttare in palcoscenico. Fermo restando che all’estero ci sono concorsi importanti che mettono in palio non solo premi in denaro molto cospicui  ma contribuiscono a dare popolarità ai partecipanti. Tra questi il “Tenor Viñas” di Barcellona e “Operalia”, istituito nel 1993 da Plácido Domingo, che si svolge in giro per il mondo.

Come ha costruito il suo repertorio musicale?

Tutto dipende dalla caratteristica fisica dello strumento quindi dalle corde vocali. Le racconto un aneddoto: nel 2013 a Toronto in occasione del gala di fine anno mi fu chiesto di cantare, accompagnato da un’orchestra di cento elementi, la romanza di Calaf “Nessun dorma”. Nonostante le mie perplessità, essendo all’epoca un tenore leggero, mi prestai al gioco, anche perché si trattava di un unico concerto, ma adesso che mi è stato offerto di interpretare il “Simon Boccanegra” di Verdi ho rifiutato perché credo sia fondamentale preservare il proprio dono e non eccedere mai. Sono nato come tenore lirico leggero e ho sempre affrontato un repertorio rossiniano, anche se negli anni ho ricoperto altri ruoli come Elvino ne “La Sonnambula” di Bellini e Nemorino ne “L’elisir d’amore” di Donizetti. Ultimamente la voce si è assestata da tenore lirico ma so che non potrò mai andare oltre certi titoli come “La traviata” di Verdi o il “Werther” di Massenet.

Come si approccia allo studio di un nuovo ruolo?

Dipende dai ruoli: quando mi hanno proposto “La straniera” (l’opera che ha aperto la stagione 2017 del Teatro Massimo Bellini ndr), poiché di Bellini avevo affrontato solo le arie da camera quando ho inciso un cd con una casa discografica di Vienna, ho dovuto cominciare leggendo lo spartito e suonando le note al pianoforte. Poi ho ascoltato qualche registrazione storica, giusto per avere un’idea dell’insieme e infine ho iniziato a studiarla vocalmente e tecnicamente con il mio maestro e ripassatore di spartito. Per preparare questo ruolo ho impiegato alla fine solo due mesi, non solo perché mancava l’aria del tenore ma anche perché il personaggio non presentava problemi particolari. Al contrario “La vedova allegra” ha richiesto molto più tempo, tanto che è da settembre che la studio, perchè tecnicamente il ruolo di Camille de Rosillon è molto complesso. Ruolo che prossimamente dovrò affrontare in tedesco per una mise en scene firmata da Hugo De Ana che debutterà in gennaio a Pechino.

Qual è la difficoltà maggiore nel dover interpretare lo stesso personaggio a così breve distanza di tempo e con due letture registiche differenti?

Innanzitutto partirei dicendo che questo debutto catanese l’ho vissuto come un trampolino di lancio, poi credo che sia inevitabile avere delle contaminazioni, dei ricordi, pertanto sarà un lavoro di reset. Sono inoltre certo che dovrò rivedere interamente il ruolo riadattando la tecnica alla lingua tedesca perché le note da cantare, tanto per fare un esempio, cadono il più delle volte su vocali diverse rispetto all’italiano e inoltre in tedesco dovrò anche recitare. In più so già che De Ana ha l’idea di un Camille che balla il valzer dall’inizio alla fine.

La recitazione ha un peso non indifferente nell’operetta, ha preferito improvvisare o si è affidato al metodo attorale?

Camille dal punto di vista recitativo e psicologico è un personaggio molto semplice, la sua complessità è racchiusa sostanzialmente nel canto. Per di più avendo avuto poche indicazioni dal regista molto di quello che ho dato al personaggio, è venuto proprio dalla mia sensibilità.

MG_2337Quando ha cantato in Asia ha trovato grandi differenze fra il loro e il nostro pubblico?

Negli ultimi anni la Cina ha preso il sopravvento nel mondo della lirica e in tutto il paese continuano a costruire teatri d’opera, basti pensare che hanno finito un teatro di 2000 posti in tre mesi. A ottobre sono stato a Xi’an, la città dall’esercito di terracotta, per una “Turandot” e la cosa che mi lasciato sbalordito è stata che il pubblico era in visibilio. Non conoscono nulla del melodramma eppure i ragazzi che studiano canto non appena vedono cantanti occidentali si prostrano.

Anche in Germania, a Monaco di Baviera, il pubblico partecipa con più entusiasmo rispetto a quello italiano. Gli spettatori alla fine della rappresentazione sono fuori ad aspettarti per un autografo, un’abitudine che in Italia si è persa totalmente tranne che per la prima alla Scala o davanti al grande nome. L’impressione è sempre quella che si vada a teatro per i motivi sbagliati, facendo la comparsata senza nessun altro interesse.

Purtroppo non si vedono tanti giovani all’opera. Quale potrebbe essere il modo per avvicinarli?

Portandoli a teatro sin da piccoli. Spesso i ragazzi non ci vanno perché ignorano ciò che è l’opera lirica. Prima al Teatro Verdi di Pisa, Lucca e Livorno e poi al Teatro Sociale di Como, dove sono arrivato in seguito al concorso, si è sempre prestata grande attenzione a questo aspetto tanto che è nato già da tempo il progetto “Opera Domani”, appositamente pensato per le scuole elementari e medie. In tre mesi abbiamo fatto 75 repliche con due turni ogni mattina, mettendo in scena le riduzioni delle opere. I bambini di fronte a questo sono impazziti, la loro straordinaria capacità di assorbire dal mondo che li circonda li porta, se stimolati a dovere, a partecipare con entusiasmo. Lo vedo anche con mia figlia, che ha otto anni, e ogni volta che la porto con me in teatro non vuole più andare via e d’altra parte per un bambino capire come funziona questo mondo è affascinante.

C’è un direttore d’orchestra con il quale è stato particolarmente in sintonia?

Mi ha entusiasmato Marco Armiliato, il fratello di Fabio, perché dirige a memoria senza lo spartito. Bruno Campanella, invece, con cui feci un Elisir d’amore a Firenze, è uno degli ultimi direttori che durante una prova musicale fa davvero musica. Non si limita a leggere lo spartito dall’inizio alla fine ma si ferma, ti fa capire la sua idea e ti fa modificare la frase a seconda del suo volere aiutandoti e facendoti capire come poterci arrivare. Sono prove musicali ma allo stesso tempo ripassi di spartito. Oggi si fa una musicale sola, si legge lo spartito e poi si va in scena anche se qualche volta il tempo di fare un lavoro più approfondito ci sarebbe.

Per chiudere, qual è il personaggio che le piacerebbe interpretare?

Ce ne sarebbero tanti ma che vanno oltre le mie capacità fisiche tipo Des Grieux della “Manon Lescaut” che penso non arriverò mai a cantare. Certamente nelle giuste condizioni ci terrei molto ad affrontare il “Werther” di Massenet.

 Laura Cavallaro

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