Dogman – in concorso a Cannes e nelle sale italiane. Matteo Garrone concorre al Festival di Cannes con Dogman, da oggi nelle sale italiane

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Il film prende spunto dalla vicenda di cronaca del Canaro avvenuta nel 1988 per sviluppare una narrazione originale che investiga il limite tra umanità e bestialità, tra vittima e carnefice.

Il regista ha fin da subito dichiarato che non era interessato a raccontare la violenza delle torture avvenute nel fatto di cronaca, dal quale si distacca. Si focalizza sulla natura umana evidenziando la sensibilità psicologica e le dinamiche relazionali del protagonista. Tuttavia evitando la vessazione di Simoncino (Edoardo Pesce) Marcello rimane coerente, giustificabile, lineare. Non c’è quella rottura psicologica che manifesta la dualità umana tra bestia e uomo, tra male e bene. Piuttosto è una lenta e costante seduzione di potere, Marcello vuol essere Simoncino, lo ammira, lo segue, si lascia umiliare e intanto osserva. Eppure ognuno ha la propria natura a cui segue un ruolo e chi va’ contro natura perde, perché non sa controllarsi. Così se un uomo per lo più onesto, affabile e lavoratore cerca di fare il malvivente non ottiene ciò che spera, ma anche lì ne esce dominato dagli eventi. Marcello per chiedere rispetto uccide Simoncino e si scava una fossa con le sue stesse mani, perdendo l’unica persona che gli era rimasta vicina. Una discesa lenta e incontrollabile verso il buio, di un uomo che lotta per salvare un cagnolino chiuso nel freezer ma che riesce a uccidere una persona tre volte più forte di lui.

Nel percorso di perdizione il protagonista tradisce l’amico del Compro Oro favorendo una rapina nei suoi riguardi. Da quel momento tutti gli altri commercianti con cui giocava a calcetto gli voltano le spalle e quando gli viene chiesto “Non provi vergogna?” non risponde. Ha cambiato schieramento, perché in un mondo dove vige la legge del più forte la fragilità umana viene privata di etica e quindi di valori.

Questo è il film di Garrone, che racconta con sapienti movimenti di macchina, concentrandosi sui dettagli che trapelano il cambiamento. Entra nell’intimità di Marcello, nella sua solitudine rivelando un’ambizione inconscia che prima o poi si manifesta.

Se prima quello che contava era la felicità della figlia e le immersioni erano un momento di libertà, poi si trasformano in esperienze claustrofobiche. Fa male rimanere con se stessi quando si perde l’identità. Quando tutto cambia improvvisamente e si accusano le conseguenze delle proprie azioni. Quando si accetta di essere schiacciati e umiliati per poter avere una ricompensa. Un ingranaggio perverso e sadico che non ha via di uscita se non abbandonare il gioco.

Una narrazione delicata, accompagnata da una colonna sonora lirica, in quel paesaggio tra civiltà e selvaggio, tra costruzioni sulla sabbia e mare aperto. La macchina da presa guarda la storia da dentro, quasi a cercarne i respiri. Il film si apre con un primo piano di un cane e resta vicino al viso di Marcello. La macchina a spalla segue i dialoghi e cede il passo ai totali per raccontare il luogo.

L’ambiente non è un contenitore, ha una sua personalità che si riflette nello stile di vita, nelle dinamiche relazionali. Una sopravvivenza continua perché due forze non possono battersi in eterno, l’una dovrà vincere sull’altra. Arriva la pioggia a rendere tutto fangoso, arriva la bestialità a distruggere la civiltà. Spettatori di tutto questo sono proprio quelle bestie, quei cani, che sono stati tolti dallo stato naturale e umanizzati, pettinati, addomesticati e ora guardano sangue e urla. Con quegli occhi di pietà e umanità, che al contrario mancano a Marcello e Simoncino.

Federica Guzzon

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