Manuel de Freitas, “Poco allegretto”. (Il ramo e la foglia edizioni, Roma, 2021.)

Il nome di De Freitas, classe 1972, poeta, traduttore, saggista nonché editore, appartiene alla schiera dei più validi autori della poesia portoghese, una poesia di per sé, per tradizione e impronta, nobilissima nella narrazione di una modernità ora aperta ai più diversi mari delle sue evocazioni ora nel trattenimento delle sue intimità nascoste. Grazie all’infaticabile cura della neonata “Il ramo e la foglia edizioni” è possibile ora di quest’autore così raffinato nell’unicità delle sue rappresentazioni avere un quadro a tutto tondo nella breve antologia di una sessantina di testi circa qui presentati. Il viaggio è dentro un’anima pienamente avvinta alle regressioni e agli splendori di una vita data, appresa più nelle sue miserie, nelle sue disillusioni di irraggiungibilità d’amore, e di vita stessa, per corruzione e per naturale incapacità umana a dirsi, ad essersi tra i circuiti delle proprie vaghe e vane aspirazioni. Così l’affondo con l’autore tra le strade e le taverne di una Lisbona nell’eterna agonia delle sue mummificazioni ha il sapore di una esistenza percepibile e condivisibile solo dalle crepe, nel riconoscimento sospeso di attimi in una misericordia di stordimento e perciò dischiusa all’orrore di una accettazione che mai potrebbe. Non è un poeta tenero De Freitas ma grato e per questo anche rabbioso a fronte delle piccole luci in avanzamento e in richiesta da una contemporaneità in vendita e in abbandono di sé, la musica, la letteratura sole nella dimensione di un tempo perfetto perché dimentico, inesausto e libero alla propria bellezza. Il peso è quello del corpo, metronomo tra cadute e piccole, magnifiche bieche aspirazioni quotidiane di qualcosa a noi sempre in ritardo, di amori e cose non avute, non amate perché impossibili, a perdersi allora nel sistema di significati teorie e filosofie che non reggono (la poesia in fondo non essendo che questo, il “modo/inaccettabile di dire che non abbiamo toccato il corpo/che è stato, per una volta, così vicino/a noi – e che neppure un nome breve ci ha lasciato”). Di una carne allora offesa e offendente nella catena dei richiami e delle prigionie, a dire, a confermarsi a ogni istante a quell’unica vocazione di cui tutti davvero siamo campioni, quello della morte.

La vita allora (questa “rissa senza oggetto”) dai suoi marciumi, dalle sue grida di dignità ferite e raccolte dal bancone di una umanità al tracollo può esser letta solo allo specchio di questa sua sola definizione, quella dell’appartenenza a una fine che ogni volta preannunciandosi ci ridice arridendo nella fedeltà ora maligna ora materna dei suoi accompagnamenti. Verrebbe con lui di rovesciare l’assunto del caro De Curtis, i vivi appartenendo alla morte a partire dal suo disconoscimento, per questo de Freitas nella dimensione di una classicità che non gli è lontana, in polemica con i rivoli quelli sì perennemente immortali di una facile e retorica poesia di una modernità di pulpiti. Un discorso sulla morte inaccettabile e per questo necessario nella disperazione di un tempo che negandosi, nel mantenimento della distanza insieme va a fagocitarla nei mostri di solitudine e violenza d’ogni giorno. Bene allora, riportare, aggiungere (chiedendo scusa per le ripetizioni ma funzionali all’incisività degli approfondimenti) quanto già in passato avemmo a scrivere della forza di tanto dettato in cui appunto pure “il dialogo coi morti su cui la riflessione va a insistere ha il sapore di un’acre rivelazione intorno a noi stessi, ad una presenza, la nostra, per gli altri per certi versi infernale e che nulla- e nessuno- nonostante le illusioni, può salvare” ed in cui il mondo stesso va ad accadere “nonostante il dolore- ed in cui la cosa strana è sopravvivere a tanto”. Ma il viaggio non è solo questo nella sanguinaria dilatazione dei versi, conveniamo coll’introduzione del bravo Roberto Maggiani, offrendo anche l’opportunità di un percorso tra le risonanze e le strade oltre che della sua capitale tra le distese di un intero paese, tra i più belli del nostro continente, negli omaggi anche ad autori, poeti, figure della sua storia (tra gli altri gli amati, alcuni molto anche da scrive, Jorge de Sena, Mário de Sá-Carneiro, Herberto Helder, Sophia de Mello, e Fernando Pessoa certo). Per questo anche è un libro che consigliamo caldamente, seppure o forse perché nell’accensione franca dell’angoscia come tramite di “conoscenza,/quella <realtà arbitraria> e forse incondivisibile”. Altre creature, gli animali, a rammentarci comunque, ancora  “che siamo/vivi – meno felici, ma vivi –/alla mercé di un verso, dell’ombra/pallida dei libri, della musica/contraria all’evidenza del mondo./Questa nave sta partendo ora./Non naviga, non cavalca, non ha specchi./Pagina a pagina ci uccidiamo”. Questi portoghesi, “miti, così concreti”.

Gian Piero Stefanoni

Il nome di De Freitas, classe 1972, poeta, traduttore, saggista nonché editore, appartiene alla schiera dei più validi autori della poesia portoghese, una poesia di per sé, per tradizione e impronta, nobilissima nella narrazione di una modernità ora aperta ai più diversi mari delle sue evocazioni ora nel trattenimento delle sue intimità nascoste. Grazie all'infaticabile cura della neonata "Il ramo e la foglia edizioni" è possibile ora di quest'autore così raffinato nell'unicità delle sue rappresentazioni avere un quadro a tutto tondo nella breve antologia di una sessantina di testi circa qui presentati. Il viaggio è dentro un'anima pienamente avvinta alle…

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