Matteo Belli. Tra Italia e Stati Uniti, nel nome della composizione

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Matteo Belli è un giovane musicista e compositore. Ultimamente ha salutato l’Italia per andare negli Stati Uniti, Paese ricco di stimoli e di novità, che offre quindi un’importante opportunità di crescita. Belli ci parla della sua formazione, dei suoi progetti passati e di quelli per il futuro.

Ciao Matteo, per prima cosa ti chiederei di parlare brevemente di te a noi lettori.

Ciao a tutti. Sono un musicista nato e cresciuto a Firenze, con una formazione eclettica come pianista, direttore e compositore. Ho iniziato tardi gli studi musicali e questo mi ha richiesto una corsa contro il tempo! Ho lavorato come direttore e pianista soprattutto nel campo della musica contemporanea. Di recente mi sono trasferito negli Stati Uniti, dove mi sto perfezionando in Composizione con Michael Hersch alla Johns Hopkins University di Baltimora.

La musica colta non è molto seguita in ambito giovanile e tu sei un giovane che la musica colta la compone, da dove questa vocazione?

Ho avvertito l’irresistibile pulsione di improvvisare e scrivere musica fin dal primo momento in cui ho toccato il pianoforte, anche se la vera e propria vocazione, intesa come coscienza della propria inclinazione creativa e scommessa sul piano pratico, è maturata nel tempo, grazie all’incontro decisivo con alcuni compositori come Mauro Montalbetti, Andrea Portera e Detlev Glanert. È vivendo nel campo che capii di voler scrivere musica in prima persona.

Come descriveresti il tuo stile compositivo?

Questa è la domanda delle domande! Sempre difficilissimo parlare di sé, per cui parto dalle mie influenze artistiche. Nel 2013 ebbi un incontro shock con Pablo Picasso al Tate Modern di Londra (“Nude Woman with Necklace”, 1968). Può sembrare paradossale che parta da un artista visivo invece che da un compositore, ma credo di essere stato notevolmente affascinato, illuminato e guidato dalla capacità di Picasso di mantenere un ponte solido con la tradizione figurativa occidentale. Nelle sue opere, la figura viene modellata, espansa e distorta secondo una configurazione nuova. È una novità di visione che si dipana dal di dentro. Questa influenza è stata determinante nello scrivere “Lei, piangente”, un lavoro per ensemble elettroacustico commissionatomi da Camere Contemporanee (Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano 2017), che verrà ri-eseguito prossimamente all’Opera di Firenze.

In questo momento abiti negli Stati Uniti, perché questa scelta? Come trovi il Paese a stelle e strisce rispetto all’Italia per quanto concerne la sfera musicale?

Ho volutamente scelto gli USA in quanto Paese affamato di novità. In numerosi contesti, la musica “nuova” non viene vista come lusso di alcuni Club autoreferenziali, ma piuttosto come una normale esigenza espressiva di alcuni individui di cui la società musicale sembra essere bisognosa e recettiva. Intendiamoci, avanguardie e lotte culturali sono state e sono determinanti anche là, e ogni prodotto nuovo per natura è sempre una scommessa, ma come compositori si ha la sensazione di essere più considerati – detto questo, all’Italia devo tutto della mia educazione e delle mie prime commissioni come compositore, per cui non posso che esserne grato. L’altro aspetto che mi colpisce è il rapporto diverso con la sostenibilità economica, sia per la differente legislazione fiscale che per una prassi consolidata di interventi privati, fattori che consentono un maggiore e diffuso finanziamento dei progetti artistici.

Hai dato luogo a un progetto molto interessante, che pone insieme musica con altri personaggi del mondo dell’arte, quali Picasso, Shakespeare e Tarkovsky. Da dove questa idea?

Se un pittore ha determinato gran parte del mio cammino fino a ora, direi che è nella mia natura il cercare referenze extra-musicali. O forse sono loro che mi trovano! In ogni caso, dopo questo “trigger” iniziale, la musica riprende sempre il suo dominio.

A cosa assiste il pubblico? Come avviene l’unione tra la tua musica e la figura di riferimento?

Nel caso di “Lei, piangente”, il quadro di Picasso è una sorta di archetipo femminile, con il volto della sua seconda moglie Jacqueline Roque. Emana un’enorme e variegata vitalità, specchio della diversità e complementarietà degli elementi materiali e spirituali espressi da quella donna. Il mio lavoro alterna figure armoniche suadenti e delicate, incastonate in sonorità stagnanti, a figure ritmico-propulsive in sezioni più chiare come narrazione. Ma se dovessi indicare una nota di fondo che centri il cuore di quell’opera d’arte, citerei la trasparenza del suono.

E adesso? Progetti per il futuro?

Adesso mi aspetta un’estate di scrittura intensa! Ho “Fluß-Gott des Bluts” per grande orchestra, già composto e dedicato alla tragedia siriana degli ultimi anni, che sto revisionando per una premiere al Peabody Institute della Johns Hopkins University. E un progetto nuovo che nasce da “Stalker” (1979), film del regista russo Andrei Tarkosky: un monodramma in forma di cantata per soprano, ensemble corale e strumentale. Fui molto colpito dalla presenza costante di valori come il significato della vita e l’irriducibile dignità umana nella poetica tarkovskiana. Se siete interessati, potrete seguire il mio progetto sulla mia pagina fb! Grazie!

Stefano Duranti Poccetti

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