Kilowatt Festival 2018. La diversità che fa centro nel comune denominatore dell’Arte

Data:

Kilowatt Festival, Sansepolcro. “Diversi perché umani”. Dal 13 al 21 luglio 2018

Come ormai si è potuto già certificare nel corso delle diverse stagioni, anche quest’anno il Kilowatt Festival è riuscito a portare a Sansepolcro degli spettacoli d’indubbio interesse tematico e artistico. Mi sono fermato nella cittadina toscana i giorni del 15, 16 e 17 luglio, in cui, a parte il festival, ho avuto il piacere di vivere la città, apprezzando la Casa di Piero della Francesca, dove sono conservati dei preziosi gioielli forgiati sul modello di quelli che possiamo trovare nei dipinti dell’Artista; poi il Museo Civico, con i capolavori di Piero e non solo – adesso è anche presente una mostra temporanea dal riuscito e suggestivo allestimento che riguarda la prospettiva (“Piero Della Francesca. La seduzione della prospettiva”, curata da Filippo Camerota e Francesco P. Di Teodoro). Infine l’Aboca Museum, dove è veramente possibile inebriarsi con l’odore delle prelibate spezie mostrate al visitatore, insieme ai pregiati pezzi di piatti, maioliche e ceramiche.
Faccio il mio plauso a tutta l’organizzazione per avere portato anche quest’anno un festival all’altezza delle aspettative, che crea sempre un grande interesse a livello nazionale e non solo.

A seguire gli spettacoli da me visti.

Domenica 15 luglio 2018 – Virgilio Sieni “Ballo 1450_Resurrezione”, 30′, ore 19.00, Museo Civico di Sansepolcro

Nella ieratica Sala della Resurrezione del Museo Civico, dinanzi al capolavoro di Piero della Francesca, si muovono due gruppi di persone (di tutte le età, di tutte le etnie, disabili e normodotati). Lo fanno in modo solenne, rituale e criptico, riprendendo le gestualità dei personaggi rappresentati nell’affresco, in cui emerge la figura del Cristo risorto che s’innalza al di sopra dei soldati ancora addormentati e incuranti dell’accaduto. I gruppi si muovono emettendo suoni, inchinandosi di fronte al Signore, lasciando poi via via il palco – che non è altro che un rettangolo tratteggiato per terra – a insiemi più piccoli di performer, che si cimentano ancora in movenze che paiono veri e propri rituali, che aiutano a mettere in risalto l’indole di ciascun individuo, ciascun essere umano del quale lo spettatore può captare il vissuto e la storia.
Sicuramente il tutto è ieratico e suggestivo, sacro e mistico, anche se più che di spettacolo si dovrebbe parlare di rituale o di liturgia, mancando quegli elementi che diano luogo a una vera struttura artistica.

Danza / omaggio a Virgilio Sieni
Ven / Fri 13, Sab / Sat 14, Dom / Sun 15 luglio,
Museo Civico / Sala de “La Resurrezione” di Piero Della Francesca, ore 19:00, 30′

Domenica 15 luglio 2018 – Daniel Hellmann, “Traumboy”, 85′, ore 23.00, Chiostro di Santa Chiara

Hellmann, in arte Phil, ci racconta la sua storia – vera o fittizia? – di gigolò. Lo fa attraverso una carrellata di foto con le quali ripercorre gli stadi della sua vita; poi attraverso spogliarelli e performance canore, ma soprattutto parlando (sia in inglese che in in italiano), cercando un diretto contatto con il pubblico, il quale durante lo spettacolo ha anche possibilità di mandare messaggi telefonici all’artista, che non esita a rispondere non appena li vede. Alla fine della performance sarà invece lui a fare delle domande molto intime a persone scelte tra gli spalti, domande circa la sfera sessuale, dove alcuni spettatori hanno trovato il coraggio e lo slancio di mettersi a nudo completamente.
Se da una parte ho trovato questa manifestazione gradevole, dall’altro ho delle perplessità: qual è il confine tra verità e finzione? Qual è il senso del tutto, soprattutto se una storia così delicata ci viene raccontata senza ombre, come se una vita del genere possa essere vissuta nella piena allegria e nella piena leggerezza? C’è stato forse un pizzico di malizia nel voler sponsorizzare il proprio mestiere? Questo spettacolo è credibile? In ogni caso, rappresentazione carina e simpatica, ma preferiremmo sempre vedere attori sul palco, invece di gigolò.


concetto e performance Daniel Hellmann
drammaturgia Wilma Renfordt
assistente Ivan Blagajcevic
costumi e manager di scena Theres Indermaun
suono Leo Hofmann
luci Anna Lienert
produzione Daniela Lehmann, 3ART3
In coproduzione con Gessnerallee Zürich e Festspiele Zürich.
sostenuto da Stadt Zürich Kultur, Fachstelle Kultur Kanton Zürich, Pro Helvetia Schweizer Kultur-Stiftung, Migros Kulturprozent, Nestlé Fondation pour l’Art, Schweizer Tanzarchiv – Preis für Videodokumentation, wpZimmer Antwerpen.
Sélection Suisse en Avignon
durata 85′
prima nazionale

Lunedì 16 luglio 2018 – Progetto Demoni, “Come va a pezzi il tempo”, 40′, ore 17.00, abitazione privata

Una casa a due piani dall’arredamento semplice. Anni Settanta. Un giradischi che nel sottofondo intona un brano lirico. Una coppia che rivive i suoi momenti finali in dei flash, dei ricordi che riemergono dinanzi gli occhi del pubblico. Si tratta degli ingredienti di questa intima performance (pensata per quattro spettatori alla volta) perfettamente riuscita, che colpisce grazie all’ottima drammaturgia e soprattutto grazie alla bravura degli attori Alessandro Miele e Alessandra Crocco – specialmente quest’ultima si dimostra profondamente espressiva, capace di entrare emotivamente nella parte di una donna che da un lato vorrebbe salvare la sua relazione, dall’altro è già consapevole interiormente che essa è destinata a finire, e lo fa alternando momenti di contemplazione e spaesamento ad altri di forte ira. Miele interpreta il ruolo di uno scrittore, o presunto tale, che però non riesce a emergere, un po’ per sfortuna, un po’ per presunzione, un po’ per incapacità, ed è forse questa sua ossessione la causa scatenante della crisi di coppia, che i due attori riescono a rendere veritiera, credibile, disperata, visceralmente potente.


di e con Alessandra Crocco e Alessandro Miele
(crediti in via di definizione)
prima assoluta

Lunedì 16 luglio 2018 – Laden Classe, “193 problemi”, 55′, Piazza Torre di Berta

La compagnia ha tempo di darci solo un assaggio del suo istrionico e circense talento, infatti dopo circa un quarto d’ora comincia a piovere ed è così che lo spettacolo si perde nella notte dei tempi. Sembrava simpatico, ma non sapremo mai come si sarebbe presentato nella sua interezza a Sansepolcro e questo mistero lo rende già mito 😉

performer Lucia Granelli, Leonardo Cristiani, Javier Varela Carrera, Enrico Formaggi
luci e audio Raffaele Biasco
sguardi artistici esterni Salvatore Frasca, Alessandro Maida, Francesco Sgrò
coproduzione Scuola di circo Flic Torino, SmartIT
con il sostegno di Teatro Nucleo Ferrara, Festival Mirabilia, Festival Dinamico, La Corte Ospitale, Estruch Fabrica de Creaciò, Espai de circ Cronopis, Fabbrica C, Flower power Torino
durata 55′

Lunedì 16 luglio 2018 – Claire Dowie, “When I fall if I fall”, 60′, Chiostro di Santa Chiara

Un’anziana danzatrice ricorda i gloriosi fasti di quando nella giovane età era in grado di ballare il Can Can di Offenbach, nel momento in cui ancora il suo corpo era atletico e le sue ossa non soffrivano di osteoporosi. La performer dà luogo al suo monologo vestita coi tipici abiti rossi da Can Can, prima seduta per terra, poi spostandosi sulla sedia disposta sul palcoscenico o stando in piedi. Il testo è in inglese – il pubblico ne può comunque seguire la traduzione – ed è un misto di ironia e sarcasmo, tramite il quale la Dowie mette in rilievo i paradossi e anche le idiozie della nostra società del consumo, attraverso volute ripetizioni, dischi rotti, domande retoriche, giocando sulla sua condizione di perduta giovinezza.
Claire Dowie è un’attrice sicuramente brava ed espressiva e ci fa gustare la dizione perfetta e altisonante del suo inglese. La drammaturgia però è veramente indigesta, ripetitiva e noiosa. Sul palco inoltre mancano l’azione e il dinamismo – il Can Can insomma (ballo brillante e gioioso) rimane sullo sfondo, solo come pretesto per parlarci di tutt’altro. 60 minuti sono troppi, forse sarebbero stati meglio 30.

scritto ed interpretato da Claire Dowie
regia e scenografia Colin Watkeys
prima nazionale
durata 60′

Martedì 17 luglio 2018 – I sacchi di sabbia, “Ssshhh…”, 20′, ore 17.00, Ex Scuola Luca Pacioli

La poesia del libro pop-up si mostra con tutta la sua intensità. All’interno dell’intima sala sono quattro i libri animati disposti, che le performer (vestite di nero) aprono uno ad uno sotto i nostri occhi sorpresi, raccontandoci quattro storie diverse. Ricordo quella che riguarda gli Antichi Egizi, dove sfogliando le pagine emergono più piramidi di differenti misure – pare una matrioska. Poi si arriva al sarcofago e in conclusione alla mummia. Si tratta di disegni di ottima fattura tecnica, che si presentano allo spettatore in modo tridimensionale. Ricordate i libri che da bambini vi regalavano e che aprendoli mostravano immagini che magicamente si alzavano diventando vere e proprie sculture di carta? Ecco, quelli sono i libri pop-up, che a livello artistico assumono una profonda forza emotiva, donata dagli archetipi espressi, dal buio in sala, dalle musiche scelte. Durante la performance si è assistito anche alla proiezione di un video, in cui le due attrici si cimentano in un vero e proprio virtuosismo di divertimento.

a cura di Giulia Gallo e Giovanni Guerrieri
con la collaborazione di Giulia Solano
durata 20′

Martedì 17 luglio 2018 – Marco D’Agostin, “Avalanche”, 50′, ore 20.30, Teatro alla Misericordia

I due performer danzano su di uno sfondo bianco con tute per certi versi spaziali. In questa atmosfera, che sta tra il metafisico e il fantascientifico, si muovono con gestualità a tratti turbolente, a tratti contemplative, sembrando come cristallizzati all’interno di un ambiente che li condiziona. Entrambi proferiscono frasi in cinque lingue differenti – italiano, francese, inglese, portoghese e spagnolo -, facendo del plurilinguismo un espediente fondamentale di questo spettacolo. Si tratta di parole alle quali possiamo trovare difficilmente un senso e che a tratti sono in grado di rubarci anche qualche sorriso, tanto è grande la bravura dei performer d’inserirsi precisamente nei tempi della composizione, contraddistinta anche da suoni aritmici e volutamente cacofonici che avvertiamo sullo sfondo. È come se si trattasse di due esseri umani dimenticati in un luogo sperduto, in questo caso in un blocco di ghiaccio, come ci suggerisce il programma di sala. A me piace pensarli come due individui alla ricerca della propria identità, due individui che vogliono liberarsi dai luoghi comuni della società per raggiungere una propria identità precisa, due individui che accettano il divenire della vita e così anche la morte spirituale provocata dai diversi passaggi.
Spettacolo ben congegnato, bel ritmo e due bravissimi interpreti – attori, danzatori, performer. Tutto da seguire e da capire attraverso le personali prospettive.

di Marco D’Agostin
con Marco D’Agostin, Teresa Silva
suono Pablo Esbert Lilienfeld
luci Abigail Fowler
vocal coach Melanie Pappenheim
coaching Marta Ciappina
consulenza Chiara Bersani, Tabea Martin
direzione tecnica Paolo Tizianel
cura e promozione Marco Villari
coproduzione Rencontres Choréographiques de Sein-Saint-Denis, VAN, Marche Teatro, CCN de Nantes
con il supporto di O Espaco do Tempo, Centrale Fies, PACT Zollverein, Tanzhaus Zurich, Sala Hiroshima, ResiDance XL
durata 50′

Martedì 17 luglio 2018 – Collettivo No Name, “Nameless”, 60′, ore 22.05, Auditorium Santa Chiara

In un allestimento che sta tra lo scenario del cabaret e la prestidigitazione, si muovono personaggi disperati alla ricerca della propria identità. Tutto è filtrato dallo sguardo di un conduttore, intenzionato a ridare a quegli individui un volto e un obiettivo di vita. Il tema è quello della spersonificazione, in un mondo in cui ci si sente soli anche alle feste, proprio perché se non siamo riusciti a risolvere prima i nostri problemi in solitario, essi certo non si risolveranno stando tra la gente. “Nameless” è un inno per quegli uomini che hanno perso il loro nome, nome che sta per memoria – eventi della vita che abbiamo cancellato per un vivo dolore o semplicemente perché il nostro archivio mnemonico aveva bisogno di spazio -, oppure che l’hanno perso letteralmente, proprio come Piano Man, il pianista ritrovato misteriosamente anni fa in una spiaggia del Kent, completamente nudo, non in grado di parlare, ma soltanto di disegnare un pianoforte e di saperlo suonare eccezionalmente.
Uno spettacolo sofisticato, dove il protagonista ricerca un dialogo con il pubblico e dove la capacità attoriale degli interpreti si è dimostrata sicuramente all’altezza nello sviluppo di queste tematiche. Una scelta musicale ottima (dal rock alla colta) ha reso poi il complesso ancora più piacevole e fresco. Spettacolo dalla regia organica e contraddistinto da una piacevole drammaturgia, con un finale poi inaspettato.

di Lorenzo Garozzo
con Enrico Pittaluga, Luca Mammoli, Graziano Sirressi, Susanna Acchiardi, Alessandro Maione
regia Gabriele Benedetti
luci Diego Labonia
assistente alla regia Susanna Acchiardi
produzione Armida Artaud Teatro – Caracò teatro
con il sostegno di CapoTrave/Kilowatt
prima assoluta
durata 60′

Stefano Duranti Poccetti

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