Pubblichiamo con piacere alcune nuove liriche del poeta Massimo Triolo

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Bruciando

 

Stanotte semplicemente sto bruciando, cieco e feroce come un fuoco

le scintille salgono verso la nera conca del cielo,

i cani latrano con più cattiveria e sento nelle vene

questa forza animale che incendia i sensi e rende più vivi i pensieri…

Rinunci a mordere la strada e la strada è una tagliola,

rinunci a gettarti un passo più in là,

il tuo incedere si è fatto più cauto e ti chiedi se sentirti il mondo su un palmo

non sia stato solo un breve sogno di gioventù.

Stai seduto su gruzzi di stanchezze e rimpianti,

mendichi l’obolo di un’occasione al tempo che incanutisce le tue voglie

e mentre ti rigiri d’ufficio una lattina di birra triste tra le mani,

stai alzando lo sguardo alla luna sardonica che non ti rende i tuoi lanci di dadi.

Ma stanotte brucio, prova a raggiungermi se puoi, ragazza,

sto correndo nella notte,

dove tutte le strade perdute arrivano allo stesso incrocio.

Voglio fare un patto col diavolo:

che la mia anima si perda per un nuovo lancio di dadi –

e forse quella luna smetterà di ridere di me!

Ti ho vista in un bar della zona industriale che vestivi un abito color confetto,

girando leziosamente un dito attorno a una ciocca dei tuoi capelli di satin

su cui danzavano il vento e il sole,

le labbra dipinte di nero e due occhi grandi come azzurri pianeti

che si perdevano nei barbagli metallici delle vetture fruscianti sulla statale polverosa

avvolta nella luce di caramello dell’ultima sera …

È accaduto qualcosa in me, qualcosa si è spezzato forse, ma un fuoco divoratore

mi brucia dentro.

In pochi istanti, ti ho dato un nome e ti ho assegnato un sorriso,

ti ho deciso dolci parole nei miei riguardi, e ho lasciato un penny fortunato

al tavolo dov’eri seduta, mentre nella tua gazzosa si squagliava il ghiaccio

di un’attesa che non era per me.

Stanotte ti ho dentro come una preghiera immensa e luminosa

nella notte fonda e selvaggia e senza più indugi – non so dove portare

questi quattro stracci di speranze peregrine che vestono il tuo nome e un sorriso,

ma ho dentro un fuoco e non lascerò che si spenga.

 

 

Risposta alle stelle

 

Gelsomini ubriachi di luna effondono nell’aria spessa

tutto un effluvio tumido e dolciastro che si impossessa finanche

dei miei pensieri in forma di rugiada di stelle.

La fucina d’infinito che è la notte trapuntata di grani asperrimi e lucenti,

esorbita il mio senso della vita, versa nel mio orecchio un dolce veleno.

L’ho conosciuto il giardino tutto staccionate della Ragione,

la sua erbetta domestica e ben curata,

ma in me parla la voce selvatica e incolta d’erbe gramigne

e grappoli di fiori silvestri, rovi, edere tenaci, bacche e ortiche:

in me non v’è riposo né tregua d’addomesticata vita,

i pensieri piani e pacati m’intossicano il sangue e privano d’ossigeno,

la saggezza non è in carattere con la mia acerba natura

che dura oltre il proprio ingenito tempo biologico!

Adusta, vi dico, e infertile è la terra di un cuore, d’ogni cuore che fu creato,

e se vi cade una goccia di sollievo tutta la sugge avida senza beneficio.

Il mio, di cuore, poi, è cosa controversa:

s’abbevera a circostanze tutt’altro che naturali,

invertito e controverso è il mio cuore, disuso al canto delle belle cose,

ma dategli una stilla di bellezza

e certo sarà bastevole a renderlo fertile di gratitudine e amore inusitati.

Come un ulivo decano del Sud, ritorto e nodoso,

cresciuto torcendosi in cerca di luce che vita gli fosse,

così io m’aggroviglio e soffro per quel tanto di spiraglio che la vita mi offre.

Non celebrate lo spiccio e il facile, se non dalla fonte alla foce di un duro esercizio,

cimento che scudiscia l’ovvio fino a dettargli il sangue di sé,

rovescia come un guanto le logore ragioni tessendole del broccato dei sogni più ardui.

L’ho conosciuto il giardino tutto steccati del buonsenso,

delle piccole usate storie di sempre,

degli investimenti sicuri e duraturi,

ma poi, più desto, più vero inoculando linfa zuccherina nel tronco della vita,

ho compreso il monito di Edmund Pollard!

A che servono sentimenti larvati e amori larvali, fedi modeste e angelicate morali scorsoie?

A che giova partecipare al gran banchetto della vita come un furtivo estraneo?

È viva la nostra anima? Allora che possa cibarsi!

D’accordo, le stelle rimangono un enigma, il sole sorride spesso sardonicamente,

ma la vita pare il lancio di dadi di un fanciullo crudele,

e sempre rompe gli argini e travolge gli oculati come gli avventati,

assicuratevi di non centellinarla come fosse un tesoro che si estingue

se non si ha di conto la misura,

perché è un tesoro che premia solo gli scialacquatori di sé –

chiedetevi piuttosto: quanto vita ha in sé il mio sé?

Gelsomini ubriachi di luna effondono nell’aria spessa

tutto un effluvio tumido e dolciastro che si impossessa finanche

dei miei pensieri in forma di risposta alle stelle.

 

 

Primo intermezzo

 

I raised the foolish, naked nature, keeper of a graceful sadness, from the darkness chains to a distant, kingly sky… Smashing hinges of Time, which went unveiling a deeper sound in quiet, filled accordance with the quiet place of me. And even my eyes trembled in such beautiful a smile of relief. The violent light of despairing a life, achieved the aspired award of a definitive solution to exhausted circles of me.

Repeating ancient language and dim light of a wounded consciousness, I hold off the bright dwelling of a sacred mystery; but my defeat was never a crown, and losing a sense to my sharp direction, the crown of whole life is gone. It comes a religion made of nothingness, and the sacred voice of my inner sacred place: the same voice that God never heard at all, so I denied any kind of calculation about God score in a world named “never more”. Nothing I can measure, nothing well received: just the pale trace of a lost treasure conducting me not to believe… The ultimate destination for being a human response to the stars far impervious scheme concerning their vibrating part of the night, it consist to serve the light with its mute scene of nonsense gleaming beneath the skin of human lack of delight. God built the highest beguiled and His Son was killed! On the peak of His own truth, he was killed just to forget human guilt; but the guilt was rebuilt dislocating a less human Jesus by His Father throne to reinforce the strict voice of the Law, in a strict Lawed kingdom such as to Jesus message fold justifying more blood sacrifices on its deceiving road.

Put Salvation out from my journey of redemption!

 

 

Il canto del cigno

 

Lascia che ti avvicini al canto del cigno,

alla sua algente sconfitta baciata dal pallore

di mille anemici soli.

Varca la soglia e vieni a dimorare questo regno

consunto e dilavato dal tempo villano,

deprivato d’essere

finanche nelle sue già vanescenti sembianze.

Le ferite ancora buttano sangue,

e fremono e pascono dolore.

Inusitati picchi di speranze, lì addimoravano,

e sentine e fulcri di faticata vita

fragili come arenaria,

dal gocciare del dolore livellati

con diligente, inevaso insulto.

Era la mia voce fioca e dolente che ti chiamava

su questa disastrata terra di rovine?

Tu sei testimone di quanto fortemente ho voluto,

ma puoi capire che sapore abbia questo digiuno?

Quanto spessa sia la mia amarezza?

Hai avvicinato e vezzeggiato come una cagnetta entusiasta

la mia forma poetica e il suo ansimo,

la sua fame di carezze,

e ore te ne allontani come da un estinto uso.

Lascia che ti avvicini al canto del cigno…

sai dove porta questa emorragia

di parole rubine come vivo sangue,

ma vive di vita apocrifa

come riflesso su di uno specchio?

Non cantai celi netti e azzurri,

azzurri auspici sotto salubri raggi,

né, così pare, schiccherai quadretti contemplativi

con versi leziosi,

né fui conciliante e pretesco nel gesto del recitare il mio credo

che serba desto, temo, il culto della terribilità

di un’anima sola ma disusa al lamento.

Ah, quanto caro mi fu questo nostro amore,

In tutte le sue forme e manifestazioni,

versatile come una sciagura,

plasmato nella sua insana natura d’indolenze fitta,

affiorante nervi cui concedemmo l’aceto intollerabile

di una persecuzione diligente e barocca.

Le mie parole sono ora silenti come coltri nevose,

sdutte come pallenti foglie,

sono carcasse ripulite dai tuoi pensieri sparvieri,

meccanismi perfetti d’automazione

che rinnovano un inerziale moto su glabre superfici d’odio.

Questo è il canto del cigno,

benvenuta sia la tua bellezza violenta come un sole

e benvenute le tue briciole di considerazione

per questo cuore vinto che esulta,

nel venir meno a più facili sentieri

che quest’aspra via ferrata di morti vagoni.

 

 

Omaggio a Pasolini

 

L’incendio di un’anima pur povera

è arte della forma al servizio di una parabola.

Non una cronaca degli attimi dirimpettai della morte, ma l’ardua

messa in scena, con fini morali,

di un ramingare innocente a spasso per

luoghi anticamente acerbi

che sfidano il reflusso della Storia:

dalle cimase ai pinnacoli, dalle corti ai cortili, dalle

cupole lontane e ramate,

col cospetto igneo delle eburnee vedute statuarie, ai

bassifondi dove la storia drena ogni atto,

parola e circostanza –

minutaglie, ora più di ieri, indotte e eteronome –, e il senso

perfino che spetta loro:

non votato che alla stentata forma di protovita che

orba ostina il proprio perpetrarsi senza cimento di discrezione

né decidendosi infine che per cognite ragioni senza riscatto;

atavicamente ostile agli illustri testimoni stenografi di ciò che

è convenuto non trascurabile.

Io qui vedo e sono testimone della fine,

non di una fine genericamente intesa ma di una fine stereotipa,

del limitare di un immenso gravame di Secoli e perfidia,

maltorti sciacalleschi, ratti e abusi,

acerrime contese, papaline codardie.

Elisi proclami di libertà, infine, che altro non sono

se non gli abiti da cerimonia

della più profonda confisca che di essa mai si sia veduta,

fanghiglia del potere più vessatorio e conforme a regola,

seriale declinazione della propria violenta apodissi.

 

 

A Cristina

 

Mi sono condotto fino a questo luogo di macerie e fantasmi

solo per parlarti, provare a prenderti la mano,

acchetando il respiro e conciliandomi calma,

tregua da me stesso e da violenti tremiti.

Non potei mai celebrare con parole degne la luce che eri,

che fu gioventù da carezzare con dita mai abbastanza lievi

da non turbare l’incanto perfetto della tua sorgiva bellezza:

prodiga di sé e vereconda da struggere

come brina al sole

il più saldo cuore d’armatura.

Feci dei miei versi cunicoli, prigioni,

cercando di scordare la tua bellezza semplice e vera.

Pure ho avuto bagliore di te

un giorno lontano,

ma perseverando nella parte sbagliata del mio credo,

l’ho smarrito fin dentro il capzioso inganno

ch’è stato ed è ora ancora

la controversa vicenda di me stesso.

Ti ritrovo solo presso queste rovine spettrali,

strascichi il passo ancora degna di un Dio,

ma più pallida e come appena parvente,

disusa ai bei giochi di gioventù

che incarnasti in giorni di più vivore ed ebbra gioia:

profusi a questo cuore il cui pulsare

era già allora inganno e intrigo,

dolce malia destinata a estinzione

sulle soglie di tanto amaro.

Ma io posso vederti ora nelle tue trame di luna,

posso tornare al luogo sacro che fu il meglio di te,

ed è il solo sorso che ho di vita,

dopo tanta foia d’incontrarmi,

colpevole e puntuale,

e a ogni incrocio avere strada dettata

da vanità di vanità.

Solo stanotte mi sei vera, quasi più che allora.

Ora che solo il limaccio dell’anima

è mio dettame sordo,

attraverso giorni quali gemelli orfani di senso,

io riprendo la tua mano e chiara torna la via:

addimorare la zona franca che m’è il ricordo di te,

lontano da certami di tanto sangue a fango mischiato,

lontano da grida d’incendio e stridore di catene,

fino a suggere il tuo miele denso

dall’arnia mio segreto,

cantuccio sacro e votivo dove celebro di te onde e cieli,

la cosa immensa che fosti e che ora torna a se stessa

nel mio esatto equilibrio.

Danzante funambolo che rende stabile il movimento,

con lievissima approssimazione,

io cammino i tuoi giardini e vedo regni oltre le rovine.

E se le parole sono un canto storpio,

più non mi nascondo

nel mantello della vergogna,

perché intera ti ho

dove gli altri ignorano e non sanno

e un riflesso di me mettono in tasca,

consegnando perimetro puntiforme

non alla mia anima che tutta t’appartiene,

ma al guscio che di me sopravvive solo e soltanto

nel sacro ricordo a loro interdetto.

 

 

Ritratto di uno scrittore

 

Albionico e scialbo. Eccolo serafico nel suo doppiopetto autoriale.

Innervata di buonsenso era la sua acribia letteraria.

Un inventario malcelato in cui si manifestavano nomi e circostanze.

Lo immagino così:

le mani intrecciate adagiate sul panciotto. Sguardo sussiegoso e nervino.

La pendola che, proprio come in un film di Bergman,

scandisce e accora ogni istante –

e lui un Ulisse schiumante la propria Hybris tra quattro pareti.

Diremo che la sua arte sfiorava la mera cronaca,

esibendo un estro scafato nel navigare le parole con puntiglio.

Ginnastiche proteiformi di stili puntuti e variati.

L’estro messianico e le licenze erotiche coadiuvate – stemperate? –

da una pruderie morale residuo di un Super Io sovrabbondante.

C’era la grazia e la freschezza del comporre un ikebana

nei suoi profluvi descrittivi,

acerbo ancora il senso dello scacco e di un destino,

ma meno naif di un cattivo librettista.

A chi può nuocere la sua prosa composita e compostamente serafica?

Forse questo dovremmo chiederci,

e la risposta è presumibilmente: a nessuno.

Ma l’arte e la letteratura sono uno scudiscio,

sono fatte di magma e tempesta, irrorano e inverdiscono l’anima

squassando le sue denudate forme elise.

Se mai commise un errore, fu avere l’estro del garbo eccessivo,

la capziosità della verosimiglianza,

e l’accuratezza pedissequa di uno stenografo…

Ma qua e là si ergevano come leviatani, parole sediziose e terrifiche,

incoronanti una parte ragguardevole d’ombra e fosforo.

 

In copertina “Abbazia nel querceto” (Abtei im Eichwald) del pittore romantico tedesco Caspar David Friedrich

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