Sergio Fabio Ferrari regista, Milano Londra solo andata

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Incontro Sergio Fabio Ferrari alla proiezione del film “Indulgence” di cui è regista, a l’International Filmaker Festival of World Cinema a Milano. Premetto che conobbi Sergio durante un’audizione che avevo preparato per un suo progetto che poi lasciò per trasferirsi a Londra. Quindi sono molto contenta di ritrovarlo oggi in una veste così ufficiale. Londra gli ha fatto molto bene, devo dire.
Ora però gli chiedo se se lo ricorda… il nostro incontro, sono passati un po’ di anni…

D: Ti ricordi come ci siamo conosciuti, Sergio?

R: Certo che mi ricordo, fu durante un casting alla Film Commission a Milano, per un film. Quel Thriller/Drama è ancora da girare, come hai ricordato fu accantonato per la mia partenza per la Gran Bretagna. Ma è un buon copione, presto o tardi vedrà la luce.

D:Perché te ne sei andato dall’Italia ? Perché hai scelto Londra?

R:Posso iniziare con il correggere la domanda in “perché sei scappato dall’Italia”. Il mio lungometraggio “L’ultimo Giorno d’inverno” fu una vera sfida, girato completamente da solo, senza troupe, con una telecamera su una spalla ed un’asta di microfono sull’altra e con un budget di 500 euro riuscì a vincere il premio come miglior film al festival del cinema in Sud America, ed in concorso ufficiale ad altri festival europei. Ero molto soddisfatto. Quando si parlò di affrontare i festival italiani venni scartato da tutti tranne uno. Uno anche importante con diversi decenni di attività. Ero giovane ed emozionatissimo. Uno dei curatori del festival vedendomi così pieno di aspettative mi prese da parte e mi disse che il loro festival viveva sui finanziamenti che riceveva in base alla pubblicità che l’edizione corrente avrebbe avuto, e che far vincere un ex premio oscar garantiva più copertura mediatica rispetto al premiare un illustre sconosciuto, non sto dicendo che avrei vinto, ammetto che dopo gli sforzi fatti per completare un film in cui nessuno credeva, dopo il riconoscimento all’estero, non avrei voluto sentire questo da un festival italiano. E quando decisi di tornare a lavorare ad un nuovo film seppi da subito che non sarebbe più stato in Italia.
Rispondere sul perché scelsi Londra è molto più facile. Come seconda lingua parlo l’inglese e non volendomi trasferire negli U.S.A. la scelta è ricaduta su Londra che ormai mi vede come suo cittadino da un decennio ormai.

D: Allora, che effetto fa tornare a Milano da Londoner? E in più con un tuo film sul grande schermo in una manifestazione internazionale?

R:Tornare a casa è una bella occasione per respirare aria di casa, incontrare qualche amico e farlo in questa occasione è stato ancora più speciale. Ho terminato la post produzione del film un paio di mesi fa e questa è stata la prima opportunità per confrontarsi col pubblico che a mio avviso ha accolto molto bene la pellicola. Le 5 candidature fanno ben sperare e come ho detto mi ha reso davvero orgoglioso aprire la partecipazione ad un film festival proprio a casa mia, Milano.

D:Siamo tutti curiosi di sapere come sono stati questi anni, in una città che non conoscevi oppure c’eri già stato? Avevi dei contatti? Hai frequentato delle scuole o hai cominciato subito a lavorare?

R:E’ stato un vero e proprio salto nel vuoto, non ci ero mai stato, non conoscevo nessuno. Appena arrivato ho trovato subito un lavoro come insegnante di disegno (la mia laurea a Brera ha fruttato) ma il salario non era sufficiente per vivere in una città come Londra quindi mio malgrado ho cercato di farmi assumere in una boutique del centro. In pochissimo mi sono ritrovato nuovamente commesso. Ma ho cercato di non far mai sopire del tutto la mia passione di raccontare storie.

D:Come ti hanno accolto a Londra? Hai dovuto lottare per farti accettare? Sai anch’io sono stata un’ emigrata, io ero a Los Angeles e so cosa vuol dire vivere e lavorare in un paese che non è il tuo, almeno apparentemente perché poi, dal momento in cui cominci a sentire che ci stai bene, allora diventa anche tuo e non pensi più a quello che hai lasciato.

R: Credo di essere stato fortunato, prima di tutto non ero solo, ma col mio compagno ed affrontare la sfida in due è più facile. Lottare per farmi accettare come immigrato no, ho trovato lavoro rapidamente. Ho dovuto faticare parecchio invece per cercare di convincere qualcuno a lavorare con un regista italiano con una padronanza dell’inglese che per quanto potesse essere buona non sarebbe mai stata all’altezza di un madre lingua. Scrivere copioni in inglese, dirigere in inglese è una sfida intensa.

D:Raccontaci come è nato questo progetto “Indulgence”… e dicci se il titolo che hai scelto ha un significato più morale, religioso, sai, l’indulgenza, il perdono oppure è più un indulgere in qualcosa di piacevole, appagare i sensi…

R: Appena ho capito che non potevo continuare ad aspettare che il mio inglese migliorasse a livelli insperati ho pensato di investire la mia liquidazione e provare a ri-girare in inglese e con una qualità filmica maggiore “L’ultimo giorno d’inverno”. La Nikon vide la versione italiana e scelse di usare il mio remake per pubblicizzare il prodotto che avrebbero poi lanciato di lì ad un anno. Ho quindi potuto avere accesso a tutte le ottiche che volevo e ben due corpi macchina. Quando una macchina oppure un obiettivo si rompevano la Nikon ce li cambiava prontamente, sono stati molto presenti e mi hanno supportato al meglio. Purtroppo il film non ha avuto la sorte sperata, i fondi di cui disponevo erano stati investiti quasi tutti per coprire la produzione del film (interrotta più volte dai classici problemi che affliggono tutte le produzioni; piccoli infortuni, influenze, problemi tecnici) ma io non ero in grado di farvi fronte e quel poco che era rimasto per la post produzione (montaggio, musiche, sonoro) ne ha risentito offrendo come unico risultato un film “potenzialmente” buono ma molto, molto debole. Tanto che persino i festival che vollero l’originale non furono interessati alla versione inglese. Fu una lezione importante. Lottare per raccontare le proprie storie è importante quanto ponderare bene le proprie forze, per far sì che il colpo vada a segno e possibilmente che faccia centro. Insomma essere preparati alla sfida. Quindi per più di 4 anni io ed il mio compagno abbiamo risparmiato all’inverosimile ed un giorno mio marito mi ha detto: “senti perché non provi un’ultima volta, con un budget sufficiente a garantirti una certa qualità?. Ho accettato ed è grazie a lui se “Indulgence” ha visto la luce perché non ha lasciato che mi crogiolassi nella commiserazione del “nessuno mi capisce”.
Per parlare di “Indulgence” dobbiamo cominciare dal titolo. Volevo affrontare il tema del perdono ma osservandolo da un altro punto di vista. Quello che ci auto doniamo. Quando pur sapendo di aver commesso scorrettezze, inflitto ingiustizie al prossimo ci guardiamo allo specchio e ci perdoniamo. Trovando ragioni per le quali; “non c’era via d’uscita, tutto sommato era giusto così, non mi meritavo di far quella fine e quindi…” Allora ho usato la versione inglese de “L’ultimo giorno d’inverno” per cercare un produttore che volesse prenderlo e con me sventrarlo, trovarne l’essenza e cucire un nuovo film avendo in mente questa auto indulgenza che a mio avviso ci affligge tutti.

D: Come ti sei trovato a lavorare con gli attori inglesi? Nel film sono tutti molto bravi, Fraser Precious (Michael) che è anche il produttore e lo sceneggiatore, Victoria Broom (Olivia) e Joshua Glenister. Joshua è davvero fantastico e se posso permettermi mi ricorda un po’ Timothée Chalamet, cui non ha nulla da invidiare come bravura e aspetto fisico. E’ davvero così sensibile e intenso, mi ha molto colpita. Ottima scelta.

R: Gli attori sono stati trovati usando i portali online di casting. Abbiamo ricevuto 8200 candidature, scremati usando showreel e sel-ftape (si chiede all’attore di riprendersi su delle battute che vengono fornite loro) e siamo arrivati ai casting visionando 400 attori.
Ho lavorato moltissimo con loro, dovevano spesso dire una cosa con la bocca e con gli occhi smentirla. Quindi le intenzioni alla base erano fondamentali. Credo di aver vinto la loro fiducia mostrando loro gli storyboard, inquadratura per inquadratura di tutto il film. Come ho detto nasco come pittore ed ogni fotogramma così come i colori le luci e le ombre presenti nel film devono essere curate e nulla viene improvvisato. Gli storyboard erano lo strumento necessario per lavorare con i direttori della fotografia inglesi. Spiegare una sequenza è un conto, spiegarla in inglese è un altro. Farsi aiutare da dettagliati disegni è per me stato indispensabile.

D: Qual è il dramatic concept del film? Pur essendo un mystery, c’è molta psicologia, anche una storia d’amore, anzi due, o forse è tutto a senso unico. C’è il tradimento, la delusione, l’illusione, anche l’exploitment dei sentimenti, il cinismo… Chi è senza peccato… o forse qualcuno c’è che è senza peccato?

 R: Oh si che qualcuno senza peccato c’è, il personaggio puro di Dakota. Lo dice bene nel monologo quando parla del suo romanzo “Senzapelle”: “Perché quando nasci senza pelle chiunque può vederti dentro fino all’anima”. Lui è puro, si fida del mondo. E proprio la sua purezza lo fa scrivere così bene quei capitoli che scritti di getto a penna sul diario non necessitano nemmeno di un editore. E quando gli vengono promessi denaro e fortuna lui dice non gli interessano e che l’unica cosa che vuole è una voce. Non la vogliamo forse tutti una voce? Il peccato è che a pochi interessi ascoltarla.

Come ho detto alla base di “indulgence” c’è il tentativo di esporre l’ipocrisia che in varia misura c’è in tutti noi. Racconto come hai detto un tradimento, ma racconto anche il cinismo di una moglie virago che è disposta a tutto pur di ottenere quello che vuole: una famiglia perfetta. Poco in porta se sotto la superficie sia tutto marcio. Forma senza sostanza.

D: E tu, cosa saresti disposto a fare per il successo o cosa non faresti mai?

R: Io? Sarei disposto ad accettare qualsiasi compromesso, potrei svendermi pur di ottenere quella voce che il mio personaggio anela. Non farei mai quello che un altro personaggio fa per tutto il film, usare il dolore altrui per nutrire la sua corsa verso il successo. Ma la mia è solo vigliaccheria, credendo nel karma temo le conseguenze delle mie azioni, ma se si trattasse di me solamente… non sarei stupito di scoprirmi pronto ad accettare prezzi che altri rifiuterebbero.

D: In quanto tempo avete girato?

R: Undici giorni, una corsa contro il tempo, la scena che precede il finale, quella nella galleria d’arte durante la festa con tutte quelle comparse e le scene di suspance è stata girata in sette ore. Ed il carrello era fondamentale per il crescendo emotivo e solo montarlo ha rubato via una novantina di minuti in cui io correvo per il set a mettere marks sul pavimento di diverso colore, ad ogni attore avevo dato un colore, e sul nastro colorato scrivevo i numeri in sequenza, così che gli attori potessero raggiungere da un punto all’altro il set durante la scena. Scena che non era stata provata perché la galleria d’arte ci aveva concesso solo poche ore dopo la chiusura al pubblico. Questo per dirti una sola giornata di riprese, ora moltiplicala per 11.

D: C’è qualcosa che cambieresti? Che miglioreresti?

R: Tante cose avrei voluto fossero andate diversamente, avrei voluto avere a disposizione giorni di lavorazione in più per non dover essere costretto ad accettare così tanti compromessi. Ma sono orgoglioso di come sono riuscito a raccontare una storia intensa, con quella qualità filmica che non ti fa pensare di assistere ad un filmetto. Non posso farti un elenco completo ma posso dirti che avrei desiderato avere solo qualche giorno in più, oppure anche solo qualche ora in più per ogni set.

D: Cos’è la cosa, o le cose, che hai imparato di più da questa importante esperienza cinematografica?

R: Che bisogna conoscere bene le proprie forze, in questo caso anche produttive per non mirare troppo in alto o fare il passo più lungo della gamba, ho anche imparato che posso fidarmi del mio istinto che mi ha guidato nei momenti in cui dovevo decidere se stracciare o no pagine di dialoghi pur di finire una sequenza articolata.

D: Hai un genere che preferisci, quando vai al cinema? E tuo, quando scrivi?

R: La mia tesi in accademia fu su Alfred Hitchock quindi i film dove la tensione narrativa è forte mi catturano sempre. Ma non potrei dire di preferirlo. Diciamo che facendo una macrodistinzione preferisco pensare/piangere/aver paura piuttosto che ridere. Quindi forse non dirigerò mai una commedia. Detto questo, tra i film che mi son piaciuti maggiormente ho delle commedie. Come vedi son eclettico anche in questo.
Quando scrivo la tendenza è la stessa di quando faccio lo spettatore. Non ho mai scritto una commedia, non è nelle mie corde purtroppo. Ho invece scritto sia drammi sia thriller avvincenti (almeno sulla carta).

D: Le cose italiane le segui?

R: Non seguo la tv italiana e non posso vedere film italiani perché non vengono distribuiti all’estero (se non dopo un premio oscar). L’ultimo fu “La grande bellezza” che arrivò anche a Londra. Se fossi nei produttori italiani mi farei una domanda al riguardo.

D: Ti piacciono i film che si producono oggi in Italia?

R: Come ho detto non posso dire di conoscere approfonditamente la situazione produttiva italiana da esprimere un parere. Posso dire però che ciò che vedo sulle piattaforme digitali è raramente italiano. Divoro invece, ripetutamente, i classici italiani, la mia collezione di DVD è al 90% italiana. Scola, Monicelli, DeSica solo per citarne alcuni.

D: Cosa manca all’Italia per essere competitiva, secondo te, visto che vivi in un paese dove molti giovani si sono trasferiti in cerca di lavoro?

R: Manca il puntare sui talenti invece che sui volti noti. Il volto noto va benissimo se copre un talento. Se è solo noto per essere noto è garanzia di un mediocre risultato. Quando per due volte ho fatto casting in Italia ho visto attori e attrici giovani e meno giovani bravissimi da lasciarci a bocca aperta. E quando la bocca si spalancava per un attore-attrice non più giovanissimi la domanda era “ma perché diavolo questi non li ho mai visti al cinema?”. Non credo di doverti spiegare come funzionano i casting per i film italiani, conoscerai la realtà meglio di me. Prima citavi Timothée Chalamet, credi che se il film fosse stato interamente italiano avrebbero scelto un attore misconosciuto solo per la sua bravura? Io non credo.

D: La Brexit come la vivi?

R: Bene per quanto possibile, avendo fatto la richiesta di cittadinanza in tempi non sospetti così come la richiesta di passaporto britannico. Mi spiace solo che tra poco la possibilità che è stata data a me, ad altri giovani europei sarà negata.

D: Lo Stato finanzia i progetti artistici in Inghilterra, o sono solo i privati?

R: La lotteria finanzia produzioni anche indipendenti. È però ovviamente difficile accedervi per tutta trafila burocratica che una compagnia di produzione medio grande può affrontare. Trovare finanziamenti è sempre difficile. Però in una città di quasi nove milioni di abitanti è più facile trovare ad esempio direttori della fotografia con camere Red pronti ad entrare in co-produzione con te, dividendo gli sperati utili ecc. Forse in questo una città così grande offre più possibilità.

D: Stai preparando qualche altro film?

R: Si e no, il copione di “Don’t look at me” è pronto ma non può essere girato in due settimane, quindi appena “Indulgence” si affermerà comincerò a muovermi per i finanziamenti necessari. O magari mi verrà un’idea più semplice da realizzare e mi troverò in capo a qualche mese a girare di nuovo in fretta e furia.

D: Come hai trovato Milano? C’è stato qualcosa che hai detto “questo mi mancava”?

R: Milano mi mancherà sempre, mi sono ritrovato a camminare per i corridoi dell’accademia ricordando le lezioni di cinematografia, o a passare per altre vie che hanno fatto riemergere mille ricordi. Quindi Milano avrà sempre un posto speciale, non mi manca però tutto quello che mi ha spinto alla fuga questo no.

D: E quando tornerai a Londra cosa porterai con te di queste breve ma penso intenso soggiorno?

R: La gioia di aver potuto vedere un film di cui vado così orgoglioso inaugurare la stagione dei festival nella mia città, sono potuti intervenire amici, ex colleghi, parenti… è stata una bella cassa di risonanza che ha enfatizzato la forte emozione di vedersi proiettati sullo schermo.

D: Qual è la tua dote maggiore? E un difetto di cui non puoi fare a meno?

R: Difetto? Quelli che mi conoscono bene dicono che sono un maniaco del controllo, e dal tono che usano sembra proprio essere un difetto. Mi arrabbio facilmente ma altrettanto facilmente mi può passare. Dote? Sicuramente l’empatia.

D: Sergio è indulgente con se stesso?

R: Non particolarmente…lo ero maggiormente in passato, sono migliorato con l’età.

D: E in cosa ti piace indulgere, Sergio?

R: Il cibo ed il buon vino. Specialmente in una cenetta a due con la mia metà migliore.

Da questa intervista così razionale ma nello stesso tempo piena di passione e di emozione, emerge un giovane uomo coraggioso, un artista altrettanto coraggioso e tenace che ha scommesso tutto per portare a compimento i suoi sogni, per realizzare i suoi progetti, che è stato lungimirante e non si è tirato indietro davanti agli ostacoli. Forse lo hanno stoppato momentaneamente ma poi si è rialzato, più forte, più consapevole.
Sergio è un esempio per molti giovani che aspettano la manna dal cielo, che perdono tempo a lamentarsi senza però fare nulla, che indulgono in atteggiamenti vittimistici. La vita la facciamo noi, prima di tutto, e soprattutto, perciò incolpare sempre gli altri non è giusto, non porta a nulla.

“Indulgence” non è stato premiato, nonostante le nominations, all’International Filmaker Festival of World Cinema a Milano ma, come si dice, l’importante è partecipare, prima di tutto. E poi essere arrivato fino a qui. La strada verso il successo è lunga e faticosa e non sempre premia al primo tentativo, o al secondo e non sempre si è capiti. Ma dentro di noi, sappiamo di avere vinto e questo è l’importante.
Grazie Sergio per quello che ci hai detto, ci è sembrato di essere entrati nella tua anima…
Non fermarti…

Daria D.

@sergio_fabio_ferrari instagram profilo

A seguito la traduzione in inglese dell’intervista, curata dalla stessa Daria D.:

Sergio Fabio Ferrari director, Milan London one way ticket

I meet the director Sergio Fabio Ferrari at the screening of his movie “Indulgence” at the International Filmaker Festival of World Cinema in Milan. I state that I met Sergio during an audition I had prepared for his project which he did not complete. In fact he moved to London, soon after. So I am very happy to see him again today, officially. London did him a lot of good, I must say.

But now I ask him if he remembers … our meeting, it’s been a few years ago…

Q: Do you remember how we met, Sergio?

A: Of course I remember, it was during a casting at the Film Commission in Milan, for a movie project. That Thriller / Drama has been put aside due to my departure for Great Britain. But it’s a good script, sooner or later it will see the light.

Q: Why did you leave Italy? Why did you choose London?

A: I should start by correcting the question in “why did you ran away from Italy?”. My feature film “The Last Winter Day” was a real challenge, shot completely by myself, without a crew, with a camera on a shoulder and a microphone stand on the other one, and with a budget of 500 euros. After all it managed to win the best film award at the South American film festival, and in official competition at other European festivals. I was very satisfied. As far as Italian festivals concerns I was rejected by all but one, rather important and of long life. I was young and very excited. One of the curators of the festival seeing me so full of expectations took me aside and told me that the festival lived on the funds received based on the publicity gained and that a movie directed by a former Oscar winner would guarantee more media coverage. compared to a distinguished stranger. I am not saying that I would have won, but I admit that after the efforts made to complete a film in which nobody believed, after the recognition abroad, I would not have wanted to hear this from an Italian festival. And when I decided to go back to work on a new movie, I knew immediately that it would no longer be in Italy.

Answering why I chose London is much easier. As a second language I speak English and not wanting to move to U.S.A. the choice fell on London, which has now seen me as its citizen for a decade, by now.

Q: So what is the effect of returning to Milan as a Londoner? And, more of that, with your feature film at an international film festival?

A: Coming to Milan is a great opportunity to breathe home air, meet some friends during this occasion so special to me. I finished the post production of the movie a couple of months ago and this was the first opportunity to face the public, which I believe has very well wercomed the movie. The five nominations made me proud, expecially because the festival is in my home town.

Q: We are all curious about these years spent in a city you didn’t know or you did, on the contrary? Did you have contacts? Did you go to school or did you start working right away?

A: It was a real leap into the void, I had never been there, I didn’t know anyone. As soon as I arrived I immediately found a job as a drawing teacher (my degree in Brera has been useful) but the salary was not enough to live in a city like London, so I tried to get myself hired in a downtown boutique. In a very short time I found myself again committed. But I never let my passion to tell stories disappear completely.

Q: How did they welcome you in London? Did you have to fight to get yourself accepted? You know I too have been an immigrant, I have been in Los Angeles for many years and I know what it means to live and work in a country that is not yours, at least apparently becaus from the moment you start to feel comfortable, that country becomes home and you no longer think about what you have left.

A: I think I was lucky, first of all I wasn’t alone, but with my partner and facing the challenge in two it’s easier. Struggling to get me accepted as an immigrant not really, I found a job quickly. I had to struggle a lot instead to try to convince someone to work with an Italian director who masterized English quite well but not as a native. Writing scripts in English, directing in English is a great challenge.

Q: Tell us how this “Indulgence” project was born … and tell us if the title you have chosen has a more moral or religious meaning, you know, like forgiveness or is more an indulging in something pleasant, satisfying the senses…

A: As soon as I realized that I could not continue to wait for my English to improve to unexpected levels, I decided to invest my closeout in re-shooting in English “The Last Day of Winter” but with a much better film quality. The Nikon saw the Italian version and chose to use my remake to advertise the product that they would then launch in a year’s time. I therefore had access to all the lenses I wanted and two camera bodies. When a camera or lens broked down, Nikon quickly changed them, they were very present and they supported me the best. Unfortunately the film did not have the fate hoped for. Almost all of my funds I had invested to cover the production of the movie (interrupted several times by the usual problems afflicting all productions; small injuries, technical problems etc…) were not enough and what little was left for post production (editing, music, sound) made a “potentially” good but very, very weak film. At the end the festivals which had apprecitated the original version were not interested in the English one. It was an important lesson for me. Struggling to tell your own stories is as important as pondering your strengths, to make sure you hit not only the point but the center. In short, be prepared for the challenge. So for more than 4 years my partner and I saved ourselves beyond belief and one day my husband told me: “Why don’t you try one more time with a budget adequate to guarantee a better quality?”. I accepted and thanks to him if “Indulgence” has seen the light and he did not let me bask in the commiseration of “nobody understands me”.

To talk about “Indulgence” we must start from the title. I wanted to tackle the theme of forgiveness but looking at it from another point of view. What we give to ourselves. When we know we have committed wrongdoings, inflicted injustice on others, we look in the mirror and we forgive each other, finding excuses like “There was no way out, all in all it was right, I didn’t deserve to end up that way and bla bla bla…” Then I used the English version of “The Last Day of Winter” to look for a producer who was willing to take over and eviscerate it with me to find its real essence in order to sew a new film with this self-indulgence topic that I think affects us all.

Q: How was working with British actors? In the movie they are all very good, Fraser Precious (Michael) who is also the producer and screenwriter, Victoria Broom (Olivia) and Joshua Glenister. Joshua is really fantastic and if I can say, he reminds me a little of Timothée Chalamet, who has nothing to envy as talent and physical appearance concerns. He is so sensitive, emotional, intense, really impressed me a lot. Must be a joy to work with him. Good choice.

A: The actors were found using the online casting portals. We received 8200 nominations, skimmed using showreel and sel-ftape and we got to the casting by viewing 400 actors.

I worked a lot with them, they often had to say something with their mouth and in the same time denying it with their eyes. So the underlying intentions were fundamental. I think I won their trust by showing them the storyboards, shot by shot of the whole film. As I said I was born as a painter and every frame as well as the colors, the lights and the shadows appearing in the film I took care of it, nothing is let to improvisation. Storyboards were the necessary tool for working with British cinematographers. Explaining a sequence in Italian is something, explaining it in English is another one. Getting help from detailed drawings was essential for me.

Q: What is the dramatic concept of the movie? Despite being a mystery, there is a lot of psychology, even a love story, or rather two, or maybe it’s all one way… There is betrayal, disappointment, illusion, even the exploitation of feelings, cynicism … Who is without sin … or maybe someone there is who is without sin?

A: Indeed, there is someone without it, the pure character of Dakota. He explains that very well in the monologue talking about his novel “Senzapelle” (Skinless): “Because when you are born without skin, anyone can see you inside, deeper, up to the soul”. He is pure, trusts the world. And its purity makes him write so well those chapters inkwritten on his diary so skillful they do not even require a publisher. And when he is promised money and stardome he says he doesn’t care because the only thing he desires is to have a voice. Don’t we all want a voice? The pity is that very few are interested in listening to.

As I said at the core of “Indulgence” there is an attempt to expose the hypocrisy that is, in different degree, in all of us. I tell a story of a betrayal, but I also tell the cynicism of a dominatrix wife who is willing to do anything to get what she wants: a perfect family. No matter if under the surface everything is rotten. Form without substance, that’s the problem.

Q: And you, what would you be willing to do for success or what would you never do?

A: Me? I would be willing to accept any compromise, I could sell myself just to get that voice that my character yearns for. Though, I would never do what another character does for the whole movie: using the pain of others to feed his greed. But maybe mine is just cowardice, believing in karma I fear the consequences of my actions, but if it were only me … I wouldn’t be surprised to find myself ready to accept prices that others would refuse.

Q: How long have you been shooting?

A: Eleven days, a race against time, the scene before the final, the one in the art gallery during the party with all those extras and the suspense scenes was filmed in seven hours. And the camera car was fundamental for the emotional crescendo and just to assemble it stole away ninety minutes in which I ran all over the set to put marks on the floor of different colors, each actor had his own, and on the colored tape I wrote the numbers in sequence, so that the actors could reach the set from one point to the other during the scene. Scene that has not been rehearsed because the art gallery had given us only a few hours. This to tell you a single day of shooting, now multiply it by eleven…

Q: Is there anything you would change? What would you improve?

A: I wanted so many things to have gone differently, I would have liked to have more working days available in order not to have to accept so many compromises. But I’m proud of how I managed to tell an intense story, with that filmic quality that doesn’t make you think of watching a cheap or poor movie. I cannot give you a complete list but I can tell you that I would have liked to have only a few more days, or even just a few more hours for each set.

Q: What is the thing, or things, that you learned most from this important cinematic experience?

R: That you need to know well your artistic strength and also the productive and financial possibilities in order not to aim too high or bite off more than what you can chew. I also learned that I can trust my instinct that guided me in the moments when I had to decide whether tear up pages of dialogue or not to finish an articulated sequence.

Q: Do you have a genre that you prefer when you go to the movies? And yours, when you write?

A: My final thesis at the Academy was about Alfred Hitchock so the films where the narrative tension is strong always capture me. But I couldn’t say I prefer it. Let’s say that by making a macro distinction I prefer to think / cry / fear rather than laugh. So maybe I will never direct a comedy. Having said that, among the films that I liked most there are comedies. As you can see, I am eclectic. The trend is the same as when I am a spectator. I have never written a comedy, it is not my cup of tea. I have just written dramas and thrillers (at least on paper)

Q: Do you follow Italian situation?

A: I do not follow Italian TV and I cannot see Italian films because they are not distributed abroad (if not after an Oscar award). The last was “The Great Beauty” which also arrived in London. If I were in the shoes of the Italian producers I would have had more than a doubt.

Q: Do you like films that are produced today in Italy?

A: As I said, I do not know the Italian production situation well enough to express an opinion. But I can say that what I see on digital platforms is rarely Italian. On the other hand, I like to watch the Italian classics, my DVD collection is 90% Italian. Scola, Monicelli, DeSica just to name a few.

Q: What is Italy missing to be competitive, in your opinion, given that you live in a country where many young people have moved in search of work?

A: Missing the focus on talents instead of known faces. The familiar face is fine if belongs to a talent. Otherwise it is a guarantee of a mediocre result. When I did casting in Italy twice, I saw young and less young actors and actresses who were very good, leaving me speechless. And when the mouth of an actor-actress no longer young, pronunced the lines the question coming from my mind was: “why the hell have I ever seen them on the big screen?” I don’t think I need to explain how casting for Italian films works, you will know reality better than me. Before you mentioned Timothée Chalamet, do you think that if the film had been entirely Italian they would have chosen an actor who was not recognized for his skill? I do not think so.

Q: How do you experience Brexit?

A: As good as possible, having applied to the citizenship in unsuspected times as well as the British passport. I only regret that very soon the possibility that has been given to me, to other young Europeans will be denied.

Q: Does the state finance art projects in England, or are they just private individuals?

A: The lottery also finances independent productions. However, it is obviously difficult to access it for all the bureaucratic procedures that a medium-large production company can face. Finding finance is always difficult. But in a city of almost nine million inhabitants, it is easier to find, for example, directors of photography ready to enter into co-production with you, sharing risks and profits. Perhaps such big city offers more possibilities.

Q: Any other project?

A: Yes and no, the script for “Don’t look at me” is ready but cannot be shot in two weeks, so as soon as “Indulgence” is established, I will begin to move for the necessary funding. Or maybe I will pop up with a simpler idea to be produced and so I’ll be back shooting as as soon as you might expect.

Q: How did you find Milan? Was there anything you said “I missed so much”?

A: I will always miss Milan, I found myself walking through the corridors of the Academy, remembering cinematography lessons, or going through other ways that brought back thousands of memories. So Milan will always have a special place, but I don’t miss everything that forced me to escape.

Q: And when you go back to London what will you take with you from these short but intense stay?

A: The joy of having been able to see my movie screened during the international festival in my city, to meet friends, former colleagues, relatives.

Q: What is your biggest dowry? And a flaw you can’t do without it?

A: Flaw? Those who know me well say that I am a control freak, and from the tone they use saying that, it seems to be a real big flaw. I get angry easily but just as easily I settle down. Dowry? Certainly empathy.

Q: Is Sergio indulgent to himself?

A: Not particularly … I was in the past, I improved aging.

Q: What do you like to indulge in, Sergio?

A: Food and good wine, a nice dinner with my better half.

From this interview so rational but at the same time full of passion and emotion, emerges a brave young man, an equally brave and tenacious artist who has bet everything to fulfill his dreams, to carry out his projects, he has been far-sighted and did not stand back before the obstacles. Maybe they stopped him momentarily but then he got up, stronger, more aware.

Sergio is an example for many young people who are waiting for food from heaven, who waste time complaining but doing nothing, who indulge in victimistic attitudes. Life belongs to us, we are the master of it, first of all, and above all, therefore blaming others is not right, it leads to nothing.

“Indulgence” was not awarded, despite the nominations, at the International Filmaker Festival of World Cinema in Milan but, as they say, the important thing is to participate and, as far as Sergio concerns has come this far, so far. The road to success is long, wearing and frustrating and does not always rewards our first attempt, or the second one and many times we are not understood. But inside us, we know we have won and this is the most important thing.

Thanks Sergio for what you told us, it seemed to us to have entered your soul …

Do not stop… believing.

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