La difesa del patrimonio culturale tedesco e il sospetto di collusione politica nel lavoro investigativo “Wilhelm Furtwängler: Processo all’arte” di R. HARWOOD, trasposto in scena da E. COLTORTI

Data:

Al Teatro Stanze Segrete di Roma, fino al 9 febbraio 2020

Fin dall’antichità si stabilì che i filosofi dovevano prendere le distanze dalla tirannide ed educare alla libertà e partecipazione, lasciandosi morire come Socrate in nome del rispetto della legge o progettando nel caso di  Platone che doveva essere retta dai filosofi della scuola di Atene che era stata ripresa più tardi dall’umanesimo. In età moderna fu V. ALFIERI a sostenere che l’intellettuale non doveva compiacere al tiranno di turno bensì mantenere la propria indipendenza concettuale e di giudizio. Su tale rapporto politico-artistico ci fu anni fa il capolavoro letterario: “Processo all’arte” di Ronald Harwood che, ispirandosi al patrimonio musicale tedesco al processo di Norimberga del 1946, analizzò la singolare posizione del direttore d’orchestra Wilhelm Furtwangler che dal 1935 diresse l’orchestra filarmonica di Berlino. Egli, secondo alcuni, non s’iscrisse mai al partito nazista di Hitler, ma suonò la sera prima del compleanno del fuhrer stringendogli poi la mano ed antecedentemente alla sua fine nel bunker della cancelleria. Fu anche lui simpatizzante del nazismo o seppe tenersi a distanza di sicurezza dai gerarchi Goebbels e Goering, fuggendo in AMERICA prima d’essere arrestato per una preziosa informazione confidenziale? Questa è la problematica su cui verte la riduzione per il teatro del bravo ed infaticabile Ennio Coltorti, che interpreta con straordinaria immedesimazione la parte del direttore d’orchestra convocato da un inflessibile maggiore americano, ex perito assicurativo, nel suo ufficio per accertare la verità dei fatti. Prima di lui, l’ufficiale incarnato con sussiegosa arroganza da Marco Mete, inchioda ad una lunga deposizione il secondo violino RODHE, reso con asciutta ed imperturbabile recitazione da Tommaso THELLUNG, che ricorda la professionalità del maestro, la sua stretta di mano con il fuhrer e come ebbe in regalo da lui la bacchetta della direzione dal podio. Nello studio vi sono pure un tenente che formò il suo mondo spirituale a dieci anni ascoltando con il padre il concerto dell’imputato e la segretaria d’un professore tedesco non aderente al nazionalsocialismo e riparatasi tra gli alleati con un altro nome. Improvvisamente giunge la moglie d’un pianista ebreo deportato e poi ucciso che Furtwangler aveva aiutato a scappare dalla Germania,insieme ad altri ebrei non scendendo a compromessi con il potere. Il maggiore tuttavia non crede all’innocenza del musicista e lo tratta con umiliante disprezzo e perfida arroganza credendo di giungere con due delle sue domande intelligenti e subdole alla verità. Ma questa dove sta? Chi ha ragione e quali prove ci sono in codesto processo di denazificazione, che è sempre più perfido e distruttivo della personalità di Furtwangler che dichiara d’essere rimasto nella terra teutonica solo per difendere il patrimonio identitario musicale ed il giovane sottufficiale, che in futuro vorrebbe fare il docente di storia,nei cui panni recita per la prima volta Federico Boccanera, gli crede insieme alla vedova che possiede una lista di coloro che sono stati salvati, grazie a lui. L’Ufficiale tuttavia non s’arrende nel presupposto arrogante di non sbagliare e distrugge la bacchetta offertagli in visione da RODHE, mentre il sospettato di collusione politica rivendica la sua buona fede,vuole andarsene dalla tortura politica e si sente male. Che sorte gli sarà riservata e può essere il lavoro d’un artista giudicato parimenti alle norme del vivere civile? La domanda va ad interpellare le singole coscienze come quelle delle due donne in questo teatro da camera: Virna Zorzan nelle vesti della signora Sachs e LICIA Amendola in quella della disgustata segretaria dattilografa del maggiore ARNOLD. La risposta del giallo fino al 9/02 PER GLI AMANTI DELLA STORIA.

Giancarlo Lungarini

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