Quotidiano di Cultura diretto e fondato da Stefano Duranti Poccetti nel 2011

“HAIR”, UN SALTO INDIETRO DI CINQUANT’ANNI

Data:

Al Teatro della Luna, fino al 6 ottobre 2019

Al Teatro Della Luna di Assago (Milano), è andato in scena in questi giorni Hair, un classico senza tempo, da sempre sottotitolato The Tribal Love Rock Musical. Un tema caldo e sempre attuale, il pacifismo, che fece scalpore quando, nel 1967, Jerome Rado e James Ragni portarono in scena questa aperta denuncia alla guerra del Vietnam, allora in atto, che causò migliaia di morti fra i giovani americani. Una protesta contro lo stato che mandava a morte giovani vite senza che quasi ne sapessero nemmeno il motivo. Vista la somiglianza con guerre di attualità come Iraq e Siria, sembra un po’ una fissazione del governo U.S.A. (per non parlare poi di Corea e Guerra del Golfo). Da qui, come spesso succede in contesti storici di profonda insoddisfazione, nacque il movimento hippy, con gli ideali di pace, amore e ritorno alla semplicità; in realtà, ma questo lo possiamo dire oggi dopo quarant’anni, questi nobilissimi ideali erano anche un pretesto per praticare libertà di costumi, uso di droghe e rinnegare le istituzioni.
Il musical è un cult nel panorama del genere, e non possiamo non ricordare anche la versione cinematografica molto ben fatta. A Milano abbiamo visto un cast molto carico, energico, coinvolgente, che ha saputo colmare qualche lacuna tecnica con una vitalità impressionante: peccato che dell’orginale abbia ben poco, anzi, è stato decisamente stravolto. Se lo si conosce, non si apprezzano i cambiamenti. Se non lo si conosce, si capisce poco o niente di quello che sta succedendo: un gruppo di ragazzi vestiti da figli dei fiori, senza dubbio sotto effetto di sostanze varie, che dice frasi con poco senso e soprattutto scollegate fra di loro; frasi intervallate dalle bellissime canzoni, lasciate in inglese, con orchestra dal vivo. Il timido campagnolo Claude, che arriva dall’Oklahoma per arruolarsi ma viene poi travolto dall’atmosfera hippy, qui è già un componente della tribù; la borghesissima Sheila, della New York bene, altrettanto. C’è qualcosa che non torna…! Si perde, più che altro, la contrapposizione tra le tre fette della società made in U.S.A. del tempo: borghesia ricca – forza lavoro – ribelli hippy. Qui sono tutti insieme e le diversità che si scontrano scompaiono. Le voci sono tutte molto belle, danzano discretamente anche se più di coreografie si potrebbe parlare di movimenti a tempo di musica: si poteva senz’altro osare di più. Ottimo il Claude di Stefano Limerutti: voce potente, bella presenza scenica, perfettamente nel ruolo. Meno positivo il Berger di Gennaro Pelliccia: quasi grottesco il suo personaggio, tra la parrucca visibilmente tale e l’abbigliamento, mentre in realtà è la il personaggio-forza trainante di questo musical. Per il cast femminile tutte voci bellissime anche se diverse: Vittoria Brescia è Sheila, Sara Di Fazio è Jeanie, Elga Martino è Chrissy, Alice Tombola è Dionne (qui Ronnie). Simpatici, versatili e assolutamente convincenti lo Woof di Edoardo Franchetto e l’Hud di David Marzi. Nel complesso un cast talentuoso, ma con una regia così scomposta e frammentata, cambi di trama e di ruoli, canzoni cantate da personaggi anziché da altri non aiutano ad apprezzare un meraviglioso inno alla pace con brani che hanno fatto la storia come Acquarius e Let The Sunshine In. Da vedere per apprezzare le canzoni e le voci.

Chiara Pedretti

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