Intervista al Regista Francesco Frangipane, il regista di “Giusto la fine del mondo”

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È andata ieri in scena a Roma, al Teatro Eliseo l’ultima replica di “Giusto la fine del mondo” e abbiamo intervistato Francesco Frangipane, il regista dello spettacolo e il Direttore artistico di Argot Produzioni, che ci ha raccontato dei dettagli importanti e dei significativi spunti di analisi e riflessione di questa produzione

“Giusto la fine del mondo” racconta la storia di un giovane scrittore che torna a casa per comunicare ai suoi familiari la sua malattia. Cosa succede in una lunga domenica ai cinque personaggi della storia? 

È una domenica come tante, ma non troppo. A renderla speciale è il ritorno a casa dopo circa 12 anni di Louis. Un’assenza mai interrotta in questo lungo periodo se non solo attraverso fredde e lapidarie cartoline in cui salutava i suoi familiari con brevissime frasi “ellittiche”. Ad aspettarlo la madre, suo fratello Antoine con la moglie Catherine, e la sorellina Suzanne. Louis è tornato per comunicare alla sua famiglia che sta per morire, quindi a dargli un estremo addio.

Come mai hai scelto di portare in teatro l’opera di Jean-Luc Lagarce? 

Conoscevo il testo di Lagarce dalla prima edizione italiana portata in scena nel 2009 da Luca Ronconi e dal Piccolo Teatro di Milano. Ma la vera scintilla è scattata dopo aver visto il bellissimo film di Xavier Dolan vincitore del Gran Prix della Giuria a Cannes nel 2016, che mi ha fatto capire profondamente la potenza di questo testo dalla dirompente forza emotiva, nonostante un impianto drammaturgico apparentemente verboso e letterario.

In che modo la vicenda del protagonista è strettamente intrecciata a quella dello scrittore della storia? 

Il testo è del 1990 e Lagarce morirà di Aids nel 1995 cosi come il protagonista, anche se in realtà nel testo non viene fatta menzione della malattia terminale di Louis. Ma sappiamo bene da un suo diario e da informazioni ufficiali che il testo è profondamente autobiografico. E’ sono tanti gli elementi a dimostrarlo: Louis come l’autore è omosessuale, come lui fugge giovanissimo da casa e dal bigottismo della provincia per cercare la sua realizzazione e libertà in città, come Lagarce è uno scrittore non ancora di successo (come lo era lui era a quel tempo). Anche la composizione familiare descritta nel testo coincide perfettamente con quella di Lagarce ad esclusione del padre che morirà sì prima dell’autore ma solo dopo la pubblicazione del testo. Insomma è come se con questo meraviglioso monologo interiore a cinque voci Lagarce attraverso la voce di Louis volesse esprimere tutto il suo dolore, la sua frustrazione e la sua insofferenza verso la vita e, la morte prossima e ineluttabile.

“Giusto la fine del mondo” affronta il tema dell’incomunicabilità che può nascere tra le persone. Quale sentimento sovrasta i personaggi e, non gli permette di comunicare tra loro? 

I personaggi sono del tutto ignari del motivo del ritorno di Louis ma è come se inconsciamente avessero tutti percepito il motivo di quella visita e quindi avessero la necessità di riempire i vuoti di quella giornata per impedirgli di comunicare quella tragica notizia. È così: Louis se ne andrà senza dire nulla con la consapevolezza che in fondo per i suoi familiari è già un lontano ricordo.

Quanto la famiglia della storia ti ricorda la famiglia di oggi? 

Tutte le famiglie si somigliano. Le dinamiche che si scatenano fra fratelli o fra madre e figli sono riconoscibilissime in tutte le famiglie. E cosi, anche in questa, scattano gli stessi meccanismi che nonostante gli anni di distanza si ripropongono sempre alla stessa maniera, come se non fosse trascorso un giorno.

Quali scenografie e musiche hai scelto per parlare dei temi della morte e, della malattia? 

Fin dall’inizio con lo scenografo Francesco Ghisu e con il light designer Giuseppe Filipponio ho ragionato sul bisogno di ideare un luogo isolato, lontano dal mondo e chiuso in se stesso. Una prigione dell’anima in cui sono incastrati tutti i personaggi ad esclusione del protagonista. E solo il suo arrivo riapre quel luogo verso l’esterno per poi richiudersi in se stesso con la sua andata via. Come a proteggersi, a difendersi dall’abbandono, dal dolore, dalla morte. Una casa circondata da un giardino e nulla più a rappresentare un microcosmo chiuso a riccio nel suo totale bisogno di isolamento. Però con una facciata fatta di veneziane che permettono di intravedere, di sbirciare, di spiare quel microcosmo che chiede intimità e, isolamento ma che non po’ sfuggire allo sguardo impietoso del mondo.

Con la musica da anni lavoro con Roberto Angelini su una drammaturgia sonora che non ha mai la semplice funzione di accompagnamento ma di drammatizzazione degli stati d’animo, attraverso suoni, distorsioni che raccontano parallelamente la condizione intima dei personaggi e che solo alla fine possono aprirsi in un tema che lascia spazio all’emozione.

Quale è il messaggio che vuoi lasciare al pubblico con il tuo spettacolo? 

Lo spettacolo non ha la presunzione di lasciare nessun messaggio. Ti mette di fronte ha una condizione molto comune come può essere il tema dell’abbandono, della rivalsa, del ritorno, della morte. E lo fa collocandoli in un contesto assolutamente riconoscibile e vicino ad ognuno di noi: la famiglia. Quindi sarà ogni singolo spettatore, sulla base della sua esperienza e della sua sensibilità, a trovare il suo messaggio e, leggerne il senso profondo di quello che ha visto o che ha voluto vedere.

Daniela Di Genova

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