Stevie Wonder: 70 anni di meraviglie

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Il 13 maggio scorso il grande Stevie Wonder (all’anagrafe Stevland Morris) ha festeggiato settant’anni. “Wonder” in inglese significa “meraviglia”: mai nome d’arte fu più appropriato, vista la straordinaria carriera di questo genio contemporaneo della musica, vincitore di ben 25 Grammy Awards! Incarnazione più nobile della black music, che ha saputo esprimere a trecentosessanta gradi (soul, funk, r&b, gospel) rinnovandone i contenuti, Stevie Wonder si è guadagnato di diritto un posto nella Storia della musica leggera, distinguendosi come uno tra i più influenti e rivoluzionari artisti dei nostri tempi.

Compositore, cantautore e prodigioso polistrumentista (oltre a piano, tastiere e armonica a bocca, suona anche basso, batteria e percussioni), a dispetto della cecità che lo accompagna fin dalla nascita Stevie inizia a meravigliare il mondo prestissimo, ancora bambino (prodigio!), diventando a soli tredici anni, a suon di hits, una colonna portante della prestigiosa Motown Records. Gli anni Sessanta trascorrono con il giovane Wonder stabilmente sulla cresta dell’onda, e sul finire del decennio escono album come For Once in My Life, My Cherie Amour e Signed, Sealed & Delivered, che ne consolidano ulteriormente la posizione. Pur essendo dischi di successo, non mostrano ancora – comprensibilmente, considerando l’età – il “vero” Stevie, che al momento rimane ancorato a un repertorio leggero e alle cover. Ma, come si dice negli USA,The best is yet to come”, il meglio deve ancora arrivare…

All’inizio degli anni Settanta la musica cambia, e non è solo un modo di dire: finalmente in possesso della piena autonomia artistica (diventa anche produttore di sé stesso), Stevie imprime la svolta decisiva alla propria carriera, e in un quinquennio irripetibile (1972-1976) realizza tutti i suoi album migliori. Le composizioni si fanno più complesse e sperimentali, grazie anche all’ampio e originalissimo utilizzo dei sintetizzatori, suonati dallo stesso Stevie; i testi delle canzoni, in linea con il generale clima di impegno civile, sociale e politico del periodo acquisiscono spessore e spaziano tra le tematiche più varie. Si comincia con i due album usciti nel 1972, Music of My Mind e Talking Book, in cui Stevie compie il salto di qualità definitivo: ottimi dischi (ci sono brani del calibro di Superwoman, You Are the Sunshine of My Life e Superstition), anche se manca ancora qualcosa per raggiungere la vetta… Nello stesso periodo, il trionfale tour con i Rolling Stones mostra agli occhi del Mondo quanto Stevie Wonder sia già – nonostante abbia solo poco più di vent’anni – un “peso massimo” della musica. Con il caleidoscopico Innervisions, uscito l’anno successivo, Stevie stupisce per versatilità stilistica e tematica: il disco, che alterna effetti speciali di stampo quasi cinematografico (nella celebre Living for the City) a meravigliose ballate introspettive (Visions), trascinanti esortazioni (Don’t You Worry ‘Bout a Thing) a moniti contro la droga (l’iniziale Too High, con la voce trattata con effetti di distorsione, e lo splendido gospel di Jesus Children of America), è il suo primo capolavoro, che ad un’analisi attenta anticipa ciò che arriverà in seguito. Fulfillingness’ First Finale è un’opera di transizione, forse leggermente inferiore a quelle precedenti (tra i brani spicca You Haven’t Done Nothin, duro atto d’accusa nei confronti dell’allora presidente USA Nixon, già preso di mira nel brano conclusivo di Innervisions, He’s Misstra Know-It-All). Ma qualcosa bolle in pentola, ed è qualcosa di grosso…

Dopo essersi preso una pausa di riflessione, Stevie torna nel 1976 con il suo massimo capolavoro, l’opera più ambiziosa e colossale di tutta la carriera, in grado di garantirgli l’immortalità nell’Olimpo della musica: Songs in the Key of Life. Il disco, anzi, i dischi (doppio LP + EP bonus, tanto per far capire la torrenziale creatività dell’artista in quel periodo) costituiscono un compendio da manuale di tutto ciò che la black music è stata fino ad allora, ma allo stesso tempo la proiettano nel futuro, tracciandone la rotta sulla quale si orienteranno poi numerosi artisti a seguire. Se Innervisions era stato una formidabile prova di eclettismo nel segno della sintesi, qui invece la parola d’ordine è abbondanza, magniloquenza: oltre un’ora e mezza di musica, produzione esagerata, ospiti di grande spessore nel panorama black e jazz (Herbie Hancock, George Benson, Deniece Williams, Minnie Riperton, la prodigiosa arpista Dorothy Ashby e la flautista Bobbi Humprey). Un diluvio di note, spiritualità, emozioni e sentimenti senza precedenti, che a distanza di decenni non ha perso neanche un grammo della sua magia. Scorrendo la lista delle canzoni in scaletta, sembra di trovarsi in presenza di un greatest hits: qualità elevata e costante, non una caduta di stile, non un cedimento. Dall’iniziale Love’s in Need of Love Today fino all’apoteosi finale di As e Another Star, l’ascoltatore è letteralmente travolto dall’universo wonderiano, in cui si può realmente leggere la complessa, profonda e fondamentalmente gioiosa visione della vita di Stevie. Con canzoni quali I Wish, Sir Duke (festoso omaggio allo scomparso Duke Ellington), Isn’t She Lovely? (dedicata alla figlia Aisha), Pastime Paradise, Joy Inside my Tears, Summer Soft e Black Man (trascinante inno funk contro il razzismo) è davvero impossibile non toccare il cielo con un dito! Degna di nota la strumentale Contusion, con l’ottima prova chitarristica di Michael Sembello (autore della futura hit anni Ottanta Maniac). Di spessore anche i brani bonus, tra i quali emergono Saturn e la conclusiva Easy Goin’ Evening, con uno Stevie un po’ malinconico che torna all’amata armonica.

Il decennio si chiude con un altro album doppio, lo sperimentale Journey through the Secret Life of Plants, colonna sonora del documentario sulle piante The Secret Life of Plants. Il disco, tra strumentali e canzoni, è un progetto disomogeneo e non del tutto riuscito, ma contiene almeno tre imperdibili perle in puro ”stile Wonder” quali Send One Your Love, Power Flower e Outside my Window. Nel 1979 esce anche Off the Wall di Michael Jackson, al cui interno c’è la canzone I Can’t Help It, la più bella del disco, scritta proprio da Stevie (con Susaye Greene).

A partire dagli anni Ottanta l’ispirazione subisce un netto calo e la produzione si dirada: il periodo d’oro è ormai alle spalle. Dopo Hotter than July, 1980, di cui si ricordano il reggae di Master Blaster (dedicata a Bob Marley) e il gioiello Lately, il pop conquista sempre più spazio a discapito della black, in cerca di maggiore semplicità e facilità d’ascolto (ne è un esempio I Just Called To Say I Love You, forse il momento più commerciale della carriera di Stevie, contenuta nell’album The Woman in Red del 1984, colonna sonora dell’omonimo film). Stevie realizza dischi dignitosi, in cui c’è sempre qualche canzone che, da sola, vale l’acquisto (come Overjoyed, da In Square Circle), ma il confronto con i capolavori degli anni Settanta è improponibile. Degne di nota sono invece le collaborazioni con Paul McCartney, in Ebony and Ivory (1982), e Michael Jackson (i brani Get It, contenuto nell’album Characters di Stevie, e Just Good Friends, incluso in Bad, entrambi del 1987), senza dimenticare la partecipazione al progetto collettivo “USA for Africa” di We Are the World (scritta dallo stesso Michael Jackson con Lionel Richie). Nella raccolta Stevie Wonder’s Original Musiquarium I (1982, 2LP) sono presenti quattro inediti di studio: That Girl e Ribbon in the Sky diventeranno presto due classici, mentre Front Line e la lunga Do I Do, pur apprezzabili, rimangono un po’ in secondo piano.

All’inizio degli anni Novanta Stevie realizza la colonna sonora del film Jungle Fever (1991) di Spike Lee; il lato B del 45 giri dedicato al brano Gotta Have You ospita una canzone inedita che si rivela un capolavoro assoluto, tra le più belle di tutto il repertorio: Feeding Off the Love of the Land. Nel 1995 escono Conversation Peace (al cui interno troviamo For Your Love) e il notevole doppio dal vivo Natural Wonder, mentre nel 1996 spicca la partecipazione alla splendida How Come, How Long di Babyface, contenuta nell’album The Day. Per ascoltare un nuovo disco di inediti – che a tutt’oggi rimane anche l’ultimo – bisogna attendere ben dieci anni, ma ne vale la pena: A Time 2 Love (2005) è il miglior album di Stevie Wonder da trent’anni a questa parte. Forte di ospiti d’eccezione come il vecchio amico Paul McCartney, Prince, India.Arie, il flautista Hubert Laws e la figlia Aisha Morris, l’opera, incentrata sul tema dell’amore e pervasa da un’atmosfera serena (frutto anche di una produzione molto pulita e jazzy), mostra uno Stevie in gran forma e ispirato come non accadeva da tempo. Trainato dal singolo So What the Fuss – un bel funk di protesta impreziosito dall’inconfondibile tocco chitarristico di Prince -, A Time 2 Love offre alcune tra le migliori pagine musicali dello Stevie più recente, come la delicata ballata pianistica How Will I Know, cantata in duetto con la figlia Aisha, l’eterea Moon Blue, Sweetest Somebody I Know, My Love is on Fire (con il delizioso apporto del flauto di Laws) e, naturalmente, From the Bottom of My Heart, tipica love song “alla Stevie”, con ritornello soul ad alto tasso emotivo in grado di scogliere anche i cuori più gelidi…

Ricordiamo, infine, lo storico (almeno per i fan del nostro Paese) concerto al “Lucca Summer Festival” del 20 luglio 2014: due ore e mezza di grande musica, durante le quali Stevie ha passato in rassegna il suo inestimabile repertorio di tesori a beneficio del pubblico italiano. Per chi ha avuto la fortuna di partecipare, un evento senz’altro indimenticabile.

Francesco Vignaroli

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