Pixar – 30 anni di animazione

Data:

Palazzo delle Esposizioni, Roma. Fino al 20 gennaio 2019

1986-2006: trent’anni di attività nel campo dell’animazione digitale per la Pixar, la grande fabbrica dei sogni made in USA ormai nota e amata in tutto il mondo; aggiungerei trent’anni di successi, sia di pubblico che di critica. A partire dallo storico Toy Story (1995, primo film d’animazione realizzato interamente in computer grafica), per arrivare al recentissimo Gli Incredibili 2, i film Pixar si sono infatti costantemente imposti al botteghino, oltre a riscuotere una pioggia di premi Oscar – come nel caso di Coco, miglior film d’animazione 2018 – e altri riconoscimenti vari, sia nell’ambito dei lungometraggi che in quello dei corti (cito almeno Tin Toy, col quale la Pixar ha conquistato il suo primo Oscar nel lontano 1989). Ma come nascono questi prodigi? Come si arriva a  simili  risultati? Quale e quanto lavoro c’è alle spalle di opere di tale portata?

L’esposizione “Pixar – 30 anni di animazione”, inaugurata nel marzo 2016 a Tokyo e curata da Elyse Klaidman (con Maria Grazia Mattei per l’edizione italiana), oltre a celebrare l’importante anniversario si occupa di rispondere a tali interrogativi, mostrando al pubblico il “dietro le quinte” dei capolavori Pixar, cioè le fasi che precedono l’animazione digitale dei film. Dalla genesi fino al successivo sviluppo, quello che si snoda è un itinerario creativo tutt’altro che lineare o semplice, fatto di idee, esperimenti, cambi di rotta e cura maniacale di ogni dettaglio. Il tutto all’insegna della creatività e della fantasia, oltre che di un enorme lavoro preliminare di documentazione in base ai temi affrontati di volta in volta nelle storie. Incentrato sui concetti-chiave di Personaggio, Storia e Mondo, il percorso espositivo progettato da Fabio Fornasari ci guida alla scoperta di una realtà per certi versi sorprendente: alla base di opere digitali così tecnologicamente avanzate ci sono procedimenti creativi tradizionali, ”analogici”, quali bozzetti, sculture, disegni manuali e acquerelli. Ad ognuno dei lungometraggi Pixar è dedicata un’apposita sezione che riunisce questi materiali, comprendenti calchi in resina uretanica (o anche in gesso e vetro, come nel caso dell’opera Remy nel vaso, o gesso e ottone per Wall•E), acquerelli, acrilici, disegni su carta e dipinti digitali (cioè disegni realizzati al computer utilizzando particolari software che simulano le tecniche e gli strumenti pittorici tradizionali). Tutto comincia da qui: senza tali creazioni manuali preliminari il computer non sarebbe in grado, da solo, di dar forma ai sogni degli uomini Pixar. Un paio di esempi: le piccole sculture in resina dei personaggi servono ai modellatori 3D come riferimento per realizzare i personaggi stessi, e capire come animarli; con disegni su carta e acquerelli si realizzano invece studi su personaggi e oggetti, ma anche storyboards.

 Sì, avete letto bene: storyboards. Qui entriamo in uno tra i più interessanti argomenti sviscerati dalla mostra: il processo produttivo utilizzato da Pixar. Analogamente a quanto accade per i film tradizionali (cioè quelli interpretati da attori in carne e ossa), i lavori della Pixar si sviluppano a partire da  un vero e proprio copione cinematografico, seguìto dagli storyboards (cioè i disegni che illustrano le singole inquadrature delle scene così come dovranno essere girate) e dai color scripts (aggiunta dei colori alle sequenze disegnate per esprimere l’atmosfera e l’intensità delle scene). Un altro concetto guida che contraddistingue il modus operandi degli autori Pixar è quello di credibilità: pur costruendo storie di fantasia (giocattoli animati, topi con la passione per la cucina, supereroi, mostriciattoli all’università…), ambientate quindi in mondi che potremmo definire “paralleli”, tali mondi sono governati da leggi coerenti e verosimili che agevolano il meccanismo della sospensione dell’incredulità e rendono il tutto plausibile; un abilissimo espediente per catturare, oltre ai bambini, anche il pubblico adulto.

La mostra riserva un adeguato spazio anche ai corti, che spesso, nella tipica tradizione Pixar (quasi un marchio di fabbrica!), precedono le proiezioni in sala dei lungometraggi. Oltre ai vari materiali di lavorazione (tra cui la scultura di Luxo, la celebre lampada divenuta la mascotte dell’azienda), è stato allestito uno schermo in cui sono proiettati a ciclo continuo i primi cortometraggi (quelli degli anni ’80) diretti da John Lasseter: Luxo Junior, Il sogno di Red, Tin Toy e Knick Knack. C’è anche quello che viene considerato il primo corto Pixar in assoluto, The adventures of André & Wally B. (1984, regia di Alvy Ray Smith su soggetto di Lasseter), realizzato quando la Pixar non esisteva ancora e i suoi futuri fondatori lavoravano nel reparto animazione della LucasFilm di George Lucas.

Per finire, l’allestimento propone anche due interessanti installazioni: Artscape, un’esperienza audio/video immersiva in cui si assiste a un collage animato dei vari materiali di lavorazione dei film; il meraviglioso zootropio tridimensionale di Toy Story, rivisitazione moderna del celebre  dispositivo ottico inventato nell’Ottocento da William George Horner.

Francesco Vignaroli

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