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Al Teatro Miela di Trieste si ripropone per una sera “Io non sono un numero” di Sabrina Morena e Laura Bussani

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Messo in scena per la prima volta lo scorso novembre nell’ambito della XX Edizione di S/paesati , rassegna di eventi sul tema delle migrazioni, “Io non sono un numero” è stato riproposto per una sera al Teatro Miela di Trieste.
La scenografia di Marco Juratovec, sobria e lineare, appropriata e assolutamente funzionale al discorso in scena, evoca la sensazione di essere di fronte a una gabbia e a limiti idealmente invalicabili e, al contempo, facili da superare fisicamente.
Un organo suona. È una melodia che si ripete mentre ombre di manichini si muovono in modo stereotipato.
Appare la bianca sagoma di una bara ed è da lì che Laura Bussani, sola in scena, inizia a parlare. La vittima n.63 di femminicidio per l’anno preso in esame osserva il proprio funerale denunciando l’ipocrisia del marito che, consolato da tutti, si mostra sofferente rispetto a una morte di cui è unico artefice, causa e colpevole.
Sono tante le cifre lette nel corso dello spettacolo, tanti i nomi delle vittime, tutte uccise dalla violenza domestica, dai 4 ai 101 anni: figlie e madri, sorelle e nonne.
L’età, quella no, non conta.
Vite spezzate da gesti violenti: botte, pugni, bastonate, strangolamenti, coltellate o con il supporto di armi da fuoco, mai giustificabili, mai tollerabili.
Eppure, quando si sentono le urla uscire dall’appartamento vicino al nostro, facciamo finta di niente, alziamo il volume del televisore, ci lamentiamo fra noi senza far nulla.
Tanto solerti a denunciare la musica troppo alta del locale sotto casa, diventiamo improvvisamente sordi quando uomini violenti fanno a pezzi le nostre vicine.
Come se non ci riguardasse.
Poi, quando succede, i commenti sono sempre quelli: sorpresa, incredulità. “Era una famiglia così tranquilla… chi l’avrebbe mai detto!” si sente dire da chi viene intervistato.
Certo, i numeri sono utili per valutare il fenomeno, ma soltanto se alla determinazione del peso sociale di uno stillicidio che sempre più sta assumendo la forma di una cascata segue immediata un’azione di sostegno vero, di protezione concreta, di educazione seria e generale, a partire dai più giovani e poi a salire, realizzata nelle zone più critiche e poi estesa a tutti, indistintamente.
Finché l’Altra sarà percepita come un oggetto, finché verrà tenuta in considerazione solo per “l’uso” che se ne può fare, fino a quando la sua dignità sarà negata in qualsiasi ambito o situazione, finché sarà giudicata per l’aspetto fisico e non per quel che è come persona, non ci si potrà illudere di essere fuori pericolo, uomini e donne, nessuno escluso.
Perché quando una parte del nostro mondo è costretta a subire violenza da chi per primo dovrebbe rispettarla ed essere esempio per tutti gli altri, non possiamo illuderci di essere un luogo sano in cui far crescere i nostri figli.
Ognuno di noi, qualunque sia il genere, deve essere accettato e considerato come persona e, come tale, dotato del sacrosanto diritto di decidere, immaginare, percepire, pensare, sognare e nessuno può arrogarsi il diritto a maggiori opportunità rispetto all’Altra.
Chi ha già chiare queste cose dovrebbe sviluppare l’abitudine di considerare ogni vittima di violenza domestica come sua figlia, sua sorella, sua moglie, sua madre.
Forse, allora, ci sarà speranza.

Paola Pini

Trieste, Teatro Miela
29 giugno 2020
Io non sono un numero
con Laura Bussani
Video Allestimento di Den Baruca
Drammaturgia di Laura Bussani e Sabrina Morena
Scenografia di Marco Juratovec
Regia di Sabrina Morena
Produzione Bonawentura

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