Antoni Canu, Ànimes precioses. Edicions Saldonar, Barcellona, 2019

Parlare di Antoni Canu significa intrecciarsi con una figura quasi leggendaria della poesia sarda, specificatamente di quel catalano di cui Alghero ne rappresenta l’isola linguistica. Classe 1929, arrivato tardi alla scrittura in versi, lui di Ozieri (di lingua sardo-logodurese) ma abitante ad Alghero da ragazzino, si conferma in questo quinto libro autore finissimo e umilissimo nella sacralità di una parola perfettamente incisa nel richiamo di terra del suo canto, del suo inno diremmo al legame antico con l’uomo nella consegna creaturale cui questi nella custodia è chiamato. Una conferma appunto al dire di una parola i cui pur numerosi riconoscimenti ed apprezzamenti  non ne hanno scalfito l’originalità, l’autenticità nella remissività della lingua al suo germe, quello scavo dal buio della luce in analogia alla fatica del seme, e dell’uomo stesso allora a quel bene del frutto che è nella impronta perché nella vita. Nella cinquantina di testi proposti per la cura delle Edicions Saldonar di Barcellona (a dimostrazione di un’attenzione non limitato all’isola anche per l’azione di salvaguardia della lingua d’adozione) in cui a una prima parte, la più ampia, nella duplice versione catalana-italiana seguono testi (in italiano soprattutto) rappresentativi di sillogi precedenti, è possibile così affondare nella suggestione di un canto che già nella tensione contemplativa dell’azione, del lavoro umano e della terra stessa nella fuoriuscita di sé come da perpetuo battesimo, ha in sé il perché della lode, la sua compiuta liturgia. Inscindibili infatti sono in Canu, è bene ricordarlo, la figura del contadino e quella del poeta, a partire dai luoghi strutturali, ancestrali e immaginifici, del suo essere prima uomo. Figos su tutti, toponimo del campo di Ozieri, nella cui memoria nei campi è impressa la lastra di una illuminata partecipazione e nominazione delle cose, di una presenza, nel motivo, dal basso di una reciproca e sacramentale presenza, di una reciproca e sacramentale offerta.

In analogia, così, se tale universalità di vocazione è detta nel ritaglio di piccole porzioni, di piccoli  cari spazi di fecondità, è nella porzione della sillaba e del seme, nel fiorire poi nella meraviglia e della spiga l’allargata identificazione che ancora e sempre è per tutti della preziosità della presenza umana sulla terra in essa, per essa, ognuno insieme nella misura della propria scrittura e della propria fatica incisore e cantore, fattore diremmo nella sua ampia accezione. Una vocazione alla nascita, continua, perenne, attiva nell’obbedienza al suo divenire che è un divenire di dono e di morte anche nelle sue rinascite agli altri, negli altri che Canu sente profondamente, alla radice certo, nell’ingemmarsi del frutto  fino alla restituzione nella forma della sua sostanza e del suo bene visibile. La giornata iscritta in questa poesia è allora una pagina di giornata biblica, e non solo per i riferimenti alla Scrittura più alta cui si riferisce, del salmista la cadenza nell’invocazione dello sguardo , ma per la rimessa di uomini elementi animali nell’andatura di una genesi che ha nel soffio di un Dio-Padre a sua volta chiamato a discendere dalle sue pene, il grembo della sua comune incidenza. La bellezza della terra allora è qua dove nella semina ha inizio l’evento umano (custodi noi “de les sagrades cerimònies”- “delle segrete cerimonie”- che ne rivelano l’anima) in quella costruzione dal peso che è di ogni creatura “on perdura l’esperanca/ i la fatiga nuràgica/de les formigues/que traslladen/greus grans de forment/pensant a l’hinveren” (“dove perdura la speranza/e la fatica nuragica/delle formiche/che spostano/pesanti chicchi di grano/pensando all’inverno”).

Forse per questo la riflessione intorno a questi versi è dapprima una riflessione sulla spinta, nella lode, nella disposizione all’inno che li muove nella orazione-risoluzione levata della spiga nella sua fede gravidante e ardente in quel pane che provenendo dal buio come dal suo morire si farà poi nutrimento. Offerta dunque nella cui dinamica di vita, e di salvezza, è appieno la preziosità di tutte le anime richiamata dal titolo, in una liturgia, ancora, che non appare arbitrario, anche per l’intreccio delle sue risonanze, richiamarla al principio eucaristico dell’accoglienza nel dono estremo di sé. Innamorato della parola ma soprattutto innamorato di una vita nella meraviglia continua delle sue incontrate fecondità riesce Canu a restituirci, nell’immagine ardente di un trasfigurato patire, la trascendente coralità di un’ incarnazione paziente cui il verso stesso per similitudine sa richiamarsi nella gioiosità di un’ opera intimamente disposta alla segreta armonia della sua speranza. Se la penna e l’aratro hanno la medesima valenza, strumenti insieme di una partecipata e riconoscente presenza, pure del mondo allora nella vigile cura di rizollatura è possibile leggere nell’insistito ritornare del tema la stessa condizione del nostro esserci e restare, della nostra comprensione in quel limite adesso nei lunghi mesi di pandemia più che disatteso cancellato.

Alla luce anche di questo richiamo il dettato di Canu è un dettato che va a imporsi tra le testimonianze di un dire poetico altrimenti smarrito, nel canone di un prolungato ripiegamento tra le maglie di una lingua a perdere nei riferimenti di cancellazione del presente,  e che nel vecchio di Ozieri piuttosto viene rilanciato all’appello nella nominazione ontologica e propria del dissodare, e del restare, nella preghiera “gravada dels avis” (“incisa dagli avi”). Lezione antica del pastore “entre un lluminós/ramat de paraules” (“entro un illuminato gregge di parole”) nella tensione a riempire di pace e di canto le case e i cuori dei miseri di stelle, a render loro come il rossinyol -l’usignolo- più lieve il dolore nell’incantata pronuncia di un origine che tutto comprende e compie “eterna font del pa viu/mar vegetal” (“eterna fonte del pane vivo/mare vegetale”). Ma è bene lasciare spazio al testo finalmente nell’invito a una voce le cui tessiture meriterebbero nonostante tutto ancora maggior fortuna, qui “dove perdura la bellezza/e il sogno di quietare il tempo”.

Gian Piero Stefanoni

Parlare di Antoni Canu significa intrecciarsi con una figura quasi leggendaria della poesia sarda, specificatamente di quel catalano di cui Alghero ne rappresenta l'isola linguistica. Classe 1929, arrivato tardi alla scrittura in versi, lui di Ozieri (di lingua sardo-logodurese) ma abitante ad Alghero da ragazzino, si conferma in questo quinto libro autore finissimo e umilissimo nella sacralità di una parola perfettamente incisa nel richiamo di terra del suo canto, del suo inno diremmo al legame antico con l'uomo nella consegna creaturale cui questi nella custodia è chiamato. Una conferma appunto al dire di una parola i cui pur numerosi riconoscimenti…

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