“TRE PIANI”, UN’OPERA SENZA FORMA, SENZA CINEMA

Si fa fatica, un’enorme fatica, a pensare che dietro la realizzazione di Tre Piani ci sia Nanni Moretti, uno dei più grandi registi italiani viventi. Un intellettuale, si direbbe, uno che a fine anni ’70 ha usato il Cinema per leggere la vita, la sua in primis, e poi quella degli altri, la vita del cittadino italiano; per leggere l’umanità e l’ordito di relazioni; lo ha fatto sì in modo severo e deciso, ma venato di ironia, di gusto grottesco, mettendo in scena se stesso senza pudore, e anche il Cinema: la sapienza, la potenza, l’accuratezza, la sottigliezza disarmante di questo linguaggio artistico. Maneggiava il linguaggio da dentro, lo elaborava, si reinventava. Fino a quando, con Mia madre, nel 2015, ha scelto di fare un passo di lato, di uscire dall’inquadratura, per mettersi accanto al personaggio, al regista, allo stesso atto creativo: nudo davanti a se stesso, alla sua vita, al suo Cinema. Il problema enorme di Tre piani non è che abbia continuato su questa strada, sullo smarcamento, sul “anzi no, meglio che non vengo”, sulla rinuncia a Michele Apicella, il suo alter ego, sulla discesa dal palcoscenico, ma che lo abbia fatto in un film che sa di tutto, tranne che di Cinema, che è povero di qualità in ogni aspetto. Non è un processo di sottrazione, di asciugamento: ma annullamento. Manca il Cinema in Tre piani, manca la forma, manca il senso artistico. È questo che spiazza, che lascia basiti.
In termini di contenuti poi, siamo dalle parti di La stanza del figlio. C’è un figlio anche qui, di una coppia che vive all’ultimo piano del palazzo che è al centro della trama del film; si chiama Andrea, anche in questo caso. Nel film vincitore della Palma d’Oro a Cannes nel 2001 il figlio moriva, qua, dopo essersi messo alla guida ubriaco, causa un incidente mortale di una signora, che vediamo nell’incipit del film, e diventa l’evento che permetterà le intersezioni delle tre famiglie che vivono nei tre piani del palazzo. Per il padre di Andrea, avvocato, interpretato sempre da Moretti, è un figlio allo stesso modo morto, perché colpevole ed incapace di accettare le conseguenze delle sue azioni, un figlio che non esiste più. Affronta Moretti il medesimo dolore, la sofferenza, il distacco emotivo dalla vita, che permeava densamente La stanza del figlio. Negli altri piani del palazzo vivono due giovani genitori con una figlia piccola, consumati dal dubbio di un atto di pedofilia; c’è una donna sola, con il marito lontano per lavoro, che chiamano la “vedova”: partorisce una figlia e la cresce da sé, e vede fantasmi in casa, immagina cose che già sa o che non esistono. Esistenze particolari, frammentarie, vacillanti, è un palazzo poco solido quello al centro del film di Moretti, metafora di un’umanità fragile, che si barcamena, che sbaglia, che non trova soluzioni. Ma in tutto questo manca il rigore di Moretti regista, il rigore di Moretti scrittore e creatore, capace di dare vita a personaggi reali e cinematografici, potenti, strutturati, liberi: in Tre piani tutto è melodrammatico e pantomimico, inverosimile, scritto in modo banale; una sceneggiatura nella quale situazioni e personaggi non interagiscono, non si amalgamano, si staccano dallo sfondo, dal contenuto, dalle tematiche: sono loro i primi a non vivere quel dolore, quella vita, quelle esperienze, come si può pretendere che lo spettatore le faccia proprie. Ci sono dialoghi didascalici e retorici, messi in bocca ad attori senza forza, senza corpo, senza timbro, detti in modo teatrale, con quelle pause fatte apposta per farli sentire ben scanditi, e staccarli, anche loro, dal contesto: sembra che non parlino di ciò che accade in scena, come se a contare di più sia che la battuta si senta; e la regia di Moretti, talmente elementare da essere imbarazzante, li isola spesso in primi piani o piani americani, per staccarli ancora di più: sono loro, da soli con le loro battute vuote. Scamarcio, la Buy, la Rohrwacher, non si salva nessuno. Le scenografie sono assenti, la fotografia è priva di profondità, di atmosfera. Insomma, più che Cinema, pare una soap opera.
Ecco, vorrei trovare un senso. Vorrei pensare che sia tutto frutto di una scelta: il distacco dell’attore dal personaggio, come dicevo, già presentato in Mia madre (film bellissimo) che qui viene portato all’eccesso: potrebbe essere. Lo diceva Moretti, in quel film, attraverso il personaggio di Margherita, una regista, che non riusciva più a comprendere la realtà, che non capiva più niente di quello che accadeva. Ma lo faceva con il Cinema, attraverso il Cinema. Non può esserci distacco del Cinema dal Cinema. Da ciò che racconta. Moretti lo sa, la macchina da presa è sempre stato il suo gioco preferito, la lente per guardare il mondo, come i bambini con i piccoli insetti sul prato. E ha sempre saputo giocare come pochi, anzi in una singolarità preziosa, da vero fuoriclasse. Allora non ci credo, e confido che sia stato solo un passo falso. Da rimuovere. Ecco, io sì, mi distacco da Tre piani, e attendo altre future, necessarie, opere d’Arte Cinematografica.

Simone Santi Amantini

Si fa fatica, un’enorme fatica, a pensare che dietro la realizzazione di Tre Piani ci sia Nanni Moretti, uno dei più grandi registi italiani viventi. Un intellettuale, si direbbe, uno che a fine anni ’70 ha usato il Cinema per leggere la vita, la sua in primis, e poi quella degli altri, la vita del cittadino italiano; per leggere l’umanità e l’ordito di relazioni; lo ha fatto sì in modo severo e deciso, ma venato di ironia, di gusto grottesco, mettendo in scena se stesso senza pudore, e anche il Cinema: la sapienza, la potenza, l’accuratezza, la sottigliezza disarmante di…

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