Sprizza gioia il “Turco in Italia” della Scala

Dal 13 al 25 ottobre 2021 al Teatro alla Scala di Milano

Con Il turco in Italia il Teatro alla Scala chiuse per Covid e con il Turco riapre in piena capienza. Felice coincidenza. La Sala del Piermarini era purtroppo ben lungi dall’essere gremita, unica nota stonata di una produzione che ha tutti i meriti per essere gustata dal maggior numero. Il clima di festa e ritrovata gioia per la partecipazione dal vivo agli spettacoli è stato esternato, al rientro del Direttore sul podio, con un sonoro VIVA IL TEATRO! , cui Fasolis ha prontamente replicato: Abbiamo bisogno di voi… Il turco in Italia torna nel cartellone scaligero autunnale per cinque rappresentazioni dal 13 al 25 ottobre, coronamento della programmazione rossiniana iniziata con L’Italiana in Algeri, regia di Ponnelle e il nuovo allestimento del Barbiere di Siviglia diretto da Chailly, regia di Muscato.

Il turco in Italia non è solo una creazione ma anche una riscoperta del Teatro alla Scala: fu, infatti, il calorosissimo successo nel tempio milanese de La pietra del paragone, 1812, che raggiunse lo stratosferico numero di cinquantatré repliche, a indurre l’impresario Ricci a commissionare a Rossini due nuovi titoli operistici per la stagione del 1814. Aureliano in Palmira, pur con un cast spettacolare (Giovan Battista Velluti, acclamatissimo castrato, Luigi Mari protagonista e il soprano Lorenza Correa) ebbe accoglienza distaccata, ma ancor più freddo fu l’esito per Il turco in Italia, libretti del celebre Felice Romani, qui nelle sue giovanili esperienze. Il cast, anche in questo caso, era letteralmente da capogiro: Filippo Galli, Francesca Festa-Maffei, Giovanni David e Luigi Pacini. Eppure non riscosse successo. L’accusa, come ricorda Stendhal, era di aver rifatto l’Italiana in Algeri. Eppure l’opera, a dispetto del libretto riciclato, ripreso pedissequamente da Il turco in Italia scritto nel 1789 da Caterino Mazzolà inserendo una parte per tenore, segna una svolta nel tentativo di affrancarsi dai consunti stereotipi dell’opera buffa e della Commedia dell’Arte. Dodici le rappresentazioni in quella stagione, dopodiché il Turco si eclissa nel totale oblio. La rinascita avverrà nel 1950, grazie al Maestro Gavazzeni, che al Teatro Eliseo di Roma ha la geniale intuizione di affidare a Maria Callas il ruolo di Fiorilla. Un trionfo, cui seguirà l’incisione con i complessi del Teatro milanese e la ripresa scenica in Scala, regia, scene e costumi di Zeffirelli. Ancora oggi non ci si da pace per averci privato, con l’infelicissimo taglio di “Squallida veste e bruna”, un’aria che avrebbe trovato nella diva una magnifica interprete. Lo spettacolo milanese, replicato nel 1957 al Festival di Edimburgo e nel 1958 alla Piccola Scala, fu l’inizio della rivincita dell’opera rossiniana, antesignana di un teatro musicale moderno, spregiudicato, arguto ma con vene melanconiche.  Da allora il Turco in Italia è tornato in cartellone, grazie anche alle edizioni date al ROF, Rossini Opera Festival di Pesaro, nell’edizione critica curata da Margaret Bent per la Fondazione Rossini, iniziando da quelle memorabili del 1983: Samuel Ramey, Lella Cuberli, De Corato, Kuebler e Corbelli. Anche la ripresa odierna del Teatro alla Scala si avvale dell’edizione critica della Bent, eseguita nella sua integrità, con la godibilissima reintroduzione dell’aria di Don Geronio ” Se ho da dirla avrei” e la meno ispirata aria di Narciso “Un vago sembiante”. L’aria di Fiorilla del secondo atto è stata eseguita con le variazioni scritte di pugno da Rossini.  Il nuovo allestimento del Turco in Italia, regia di Roberto Andò, scene di Gianni Carluccio e costumi di Nanà Cecchi, spettacolo applauditissimo alla prima (e unica rappresentazione) del 2020, riporta lo stesso felicissimo esito anche in questa stagione, pur con i cambi operatisi nella distribuzione delle parti. Indubbio merito va al direttore Fasolis, interprete di riferimento nella prassi dell’esecuzione filologica (o storicamente informata, come si usa dire) e nella riscoperta di un repertorio operistico dimenticato, che fin dalle prime battute della sinfonia dà ad intendere quale sarà la cifra stilistica impressa alla partitura. Con scattante dinamismo rende la potenza del travolgente ritmo rossiniano, infarcendolo di lieve e pungente ironia, per trascolorare, senza svenevolezze, alla parte sentimentale offerta con intenso e partecipato pathos. Scintillio e brio, languore e struggente melodia. Seguito in questo da una precisissima Orchestra della Scala, dalla rimarchevole resa sonora. Da segnalare le prestazioni al fortepiano di Vaughan e al violoncello di Groppo. Preciso e vario nella dinamica, Fasolis pone una cura esemplare quale concertatore, in perfetta intesa con i cantanti in palcoscenico. L’altra colonna portante della serata è stata indubbiamente la Donna Fiorilla di Rosa Feola, voce omogenea ben proiettata e squillante, dal timbro caldo e luminoso screziato di un’ombra malinconica, che già fa presagire la partecipata intensità dell’aria Squallida veste, e bruna. La gran professionalità, il perfetto dominio del mezzo vocale le permettono di essere un’interprete sfaccettata nei colori vocali e raffinata, dove i sicuri e precisi passi di agilità sono sempre in funzione espressiva. Per assurdo esprime con la voce molto più di quel che agisce in scena: interprete ammaliatrice e piccante con Selim, pungente e poi amorosa con Don Geronio, manierata con Don Narciso. Questo vuol dire fare veramente teatro e irretire lo spettatore. Don Geronio è ancora Giulio Mastrototaro, felicemente omaggiato nel 2020, che è gustosissimo interprete, oltre che di buona voce, perfetto e velocissimo nel sillabato dell’aria ” Se ho da dirla avrei” felicemente reintrodotta. Spiritoso nel duetto (immaginario incontro di box) con Selim, in cui fa valer la sua superiore agilità vocale. Il Selim di Erwin Schrott, si lascia apprezzare per la presenza scenica più che sul piano strettamente vocale, dove tende a spingere gli acuti e spianare le agilità. Il personaggio ne scapita, consegnandoci di Selim il lato materiale e prevedibile di un uomo preso da furiosa passione, obliando le sottigliezze psicologiche di cui Romani l’ha dotato. Prosdocimo, il Poeta felicemente reso da Alessio Arduini, nella bella e variegata prestazione attoriale. Il Don Narciso Antoninio Siragusa mostra i pregi della scuola e della dizione italiane, senza sgradevoli sbiancature o falsetti, mantenendo la voce omogenea nei registri; sembra però non espandersi al meglio. L’interprete potrebbe essere più personale, anche se si deve riconoscere che il suo personaggio ha poca varietà di sbalzo. Corretti nel giovanile ardore l’Albazar Manuel Amati e la Zaida Laura Verrecchia, pur con acuti forzati. Buona la prova del Coro scaligero. La regia di Roberto Andò, ispirata a Italo Calvino, punta a un mix di fantasia e realtà, reso dalle scene di Gianni Carluccio, sospese tra atmosfera mediterranea e stilizzazione, con mari “rotolanti” (rumorosi alla splendida aria finale di Fiorilla), botole e proiezioni realistiche. Costumi bellissimi di tinte accesissime, di Nanà Cecchi. Successo corale con diverse chiamate e uscite singole, con vere e proprie ovazioni per Rosa Feola e il Maestro Fasolis. Una gioiosa festa che fa bene al Teatro. Recita del 20 ottobre.

gF. Previtali Rosti

ph Brescia e Amisano
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