Dopo 7 anni ho visto La grande bellezza di Paolo Sorrentino (e no, non ero in Tibet)

Spesso evito di precipitarmi a vedere un film che venga osannato ancora prima di uscire nelle sale, o di cui si faccia un’ eccessiva pubblicità, o che venga catalogato, sulla scia dell’emozione o del “non l’ho capito ma deve essere bello per forza, sono io il cretino”, un “capolavoro”.

Lascio calmare le acque, le recensioni, i bla bla bla e allora finalmente mi decido. Anche perché, francamente, se di una cosa se ne parla troppo è come fare un lavaggio del cervello dello spettatore: alla fine ti deve piacere per forza! E se non ti piace, non dirlo… potresti passare per un cretino… meglio seguire la massa.

E così è successo per la Grande Bellezza di Paolo Sorrentino.

Il film, che io sappia, ha aperto varchi più larghi delle acque che divisero il Mar Rosso tra estimatori e non (anche se penso che i secondi si siano nascosti, come dei carbonari) e ha pure acciuffato un Oscar nel 2014 come miglior film straniero. Questo encomiabile, straordinario, ehm ehm… premio, non influenzerà di certo il mio giudizio. Ci sono stati altri film mediocrissimi che l’hanno ottenuto sulla base di verdetti che poco avevano a che fare con il film in sé ma per tutt’altre ragioni: politiche, razziali, religiose, di genere, e così via. Insomma, più che giudicare il film come opera d’arte bella o brutta, si è preferito non pestare i piedi a destra e a manca. E così: the Oscar goes to… OMG!!! Thank you sooooooooooooooo much!!!

La butto giù facile facile: non mi è piaciuto nulla del film. Non salvo niente, ma naturalmente essendo tutto frutto del Sorrentino, butto prima di tutto lui nella corrente del Tevere, e dietro, a ruota, gli altri. A Ostia, dove il biondo Tiber va a sfociare, se li ritroveranno tutti spiaggiati… Pensate che scena straordinariamente cinematografica. Alla Fellini… lui, lui… ne avrebbe fatto un capolavoro.

Il filo conduttore della storia è l’espressione immutabile, a volte irritante, di Servillo, le sue pause studiate così teatrali e monotone, l’incedere da palcoscenico più che da vita vera, la voce bassa e sensuale che piace alle donne, che osserva il mondo de Roma  pigramente, come un pesce lesso avvolto in strati di maionese per non fra sentire che non è poi così fresco, interpretando il cliché dello scrittore che soffre (parola grossa, nessuno soffre in questo film, forse solo noi spettatori…) di stitichezza creativa e che pensa di poter trovare nuova linfa creatrice diventando un mondano, “il re dei mondani” (che aspirazione!!!) frequentando le feste più in della capitale, dove strisciano personaggi ancora più irritanti di lui. E Jep, da non confondersi con Jeep (peccato, sarebbe andato più veloce), con l’immancabile sigaretta tra le dita (sono sicura che è una Goulois), li guarda con stanca aria di superiorità, li giudica ma li perdona, li condanna ma li usa, li ama ma li disprezza, li guarda ma non li vede, li piange ma ci ride sopra, li capisce ma li evita. Insomma, fa tutto e il contrario di tutto, basta che gliene venga qualcosa. Parassita? Solo un pochino…

Sicuramente il film è piaciuto a quelli che non hanno mai messo piede, ma avrebbero voluto, in fondo in fondo, nel modo di questi ricchi (ma anche no) viziosi e viziati, papalini, nobili decaduti, mignottelle, donne depresse, cocainomani, gente inutile stanca di non fare nulla, narcisisti e intellettualoidi senza talento, malavitosi e mafiosi. Sono personaggi per cui non sentiamo nessuna empatia ma mica perché sono, diciamo così  “negativi”, è perché sono FALSI.

E sapete perché? Perché Sorrentino, con la furbizia che lo contraddistingue, sembra, dico sembra… mettere questo mondo (di mezzo?) al muro, alla berlina, criticarlo, accusarlo, pare dire “voi siete così, io no, noi no e per questo vi crocifiggo”. L’unico che salva (forse, chissà, un po’ sì e un po’ no, mo’ ci pensa…) è ovviamente Jep Gambardella, perché lui è son double…

In verità questo mondo, che Sorrentino finge di denigrare, è quello che gli da il panem e il circenses, che gli ha “comprato” l’Oscar, che gli farà fare altri film (oddio mi tocca vedere E’ stata la mano di Dio?! Aspetto…) e che lo porterà agli onori qualsiasi cosa farà. Quindi Sorrentino è questo mondo. Non ci piove. Ma lo tratta a pesci in faccia ma loro godono… godono…

“La grande bellezza” è un film di una lentezza esasperante, che non ha nessun ritmo cinematografico, come se Sorrentino avesse filmato un discorso di Romano Prodi (il quale, giustamente, non ha nessuna vocazione al cinematografo e manco gliene frega nulla, mica è Veltroni… che poi non ce l’ha nemmeno lui…), che si avviluppa in discorsi e citazioni colte, per dimostrare che Paolo/Jep “è colto, voi no…”. Ma la cosa che mi ha irritato di più, è l’aver fatto una copia, brutta, pessima, antipatica, di Fellini della Dolce Vita, 8 e ½, I vitelloni, ecc… insomma avere usato e sfruttato l’originale a suo piacere e poi trasformato in qualcosa di falso. O in una presa in giro. Eh no, caro Sorrentino, tu non puoi essere così spudorato da mettere in scena gli stessi personaggi creati da Fellini, le stesse atmosfere, scene, motivazioni e in più pensare di essergli perfino superiore, al Federico, rappresentando una Roma che tu conosci benissimo, che frequenti assiduamente e da cui trai la tua linfa vitale. E però fingi di non avere nulla a che fare con lei. Le scene sono artificiali, senza vera ispirazione, nulla è sentito, tutto è falso. Il cinema sarà anche FINZIONE ma chi lo fa deve essere VERO e le sue intenzioni devono essere altrettanto genuine, sentite, sennò è un prendere per i fondelli lo spettatore. Ma siccome hai preso l’Oscar, allora come può essere brutto il tuo film?

Caro Sorrentino nonostante io abbia visto il tuo film solo da poco, però ti ho pensato, in questo periodo, perché la tua “bellezza” era ovunque, e tu pure, ahimé, tanto è vero che mi sono ispirata a te per il protagonista del mio noir “Dente d’oro”. Quindi, in qualcosa sei stato utile… Il mio personaggio però alla fine si redime, paga molto caro. Lo farai anche tu, dimenticandoti di sfruttare le tue vicende personali, la tua napoletanità, quello che non sei e che non sarai mai?

“Tu non sei nessuno”…

(forse dopo questo articolo avrò bisogno della scorta…e magari finalmente anch’io potrò andare in TV, dalla Gruber, Vespa, Fazio… ahahahaha)

Daria D.

Spesso evito di precipitarmi a vedere un film che venga osannato ancora prima di uscire nelle sale, o di cui si faccia un’ eccessiva pubblicità, o che venga catalogato, sulla scia dell'emozione o del “non l’ho capito ma deve essere bello per forza, sono io il cretino”, un “capolavoro”. Lascio calmare le acque, le recensioni, i bla bla bla e allora finalmente mi decido. Anche perché, francamente, se di una cosa se ne parla troppo è come fare un lavaggio del cervello dello spettatore: alla fine ti deve piacere per forza! E se non ti piace, non dirlo… potresti passare…

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One Comment

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    Gianni

    11 Febbraio 2022

    Rispondi

    Finalmente qualcuno ha il coraggio di dirlo

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