Lady, il vero Macbeth

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Al Teatro alla Scala, recita del 13 dicembre 2021

E nel nome di Verdi che il Teatro alla Scala di Milano ha aperto la stagione 2021-22: Macbeth, ritrovando l’emozione e la festa della spettacolare serata inaugurale che attirare un’attenzione mondiale sull’avvenimento. Verdi dunque, e sullo sfondo lo Shakespeare del Macbeth. L’argomento è tratto dalla Cronaca di Holinshed, basata sulla versione inglese (di Giovanni Bellenden) della Scotorum Historiae di Ettore Boece. In una landa deserta, tre streghe aspettano i due principi Macbeth e Banco. Al primo predicono che sarà re, mentre al secondo che saranno re i suoi figli. Lady Macbeth, sua moglie, istiga Macbeth a uccidere il re Duncan, ospite del loro castello, consigliandolo di far tacere pensiero di umana pietà, se vuole salire al trono. Compiuto il delitto, la colpa è fatta ricadere sulle guardie del corpo, estendendo i sospetti sul figlio di Duncan precipitosamente fuggito dopo l’assassinio. Divenuto re, Macbeth fa uccidere anche Banco, ma, turbato dal rimorso, crede di vedere lo spettro della vittima prendere posto durante un banchetto. Anche Lady Macbeth, che in un primo tempo accusa il marito di vigliaccheria, è colta da un accesso di sonnambulismo, in cui denuncia il delitto che lei stessa ha consigliato. Guardandosi le mani, le sembra di vedere macchie di sangue che invano tenta detergere: l’ossessione è così profonda che la porta alla pazzia, da cui è liberata per un’improvvisa morte. Macbeth, assalito da Malcolm, figlio di Duncan, aiutato da un esercito inglese, è sconfitto quando la “foresta” di Birnam muove verso il suo castello di Dunsinane, secondo quanto avevano predetto le streghe, interrogate per la seconda volta. Egli è ucciso sul campo di battaglia da Macduff, di cui aveva fatto perire moglie e i figli. Shakespeare ci presenta in Macbeth un ammirabile quadro dell’ambizione umana; il protagonista è dotato di coraggio fisico, ma è moralmente debole: vorrebbe avere la corona reale senza avere il rimorso del delitto (anche se dopo il primo passo commette inevitabilmente altri assassinii), vorrebbe essere grande ma “senza compiere il male”. Lady Macbeth, ambiziosa quanto lui, ha l’unico scopo di vedere suo marito diventare re di Scozia: accetta come naturale conseguenza e con fiera energia l’idea del delitto, ricorrendo a stimolanti artificiali per compiere lei stessa quell’atto che le sembra facilissimo, ma incapace di colpire il re dormiente perché gli ricorda suo padre. Impiega allora tutta la sua energia per vincere le ultime esitazioni del marito, mettendogli in mano il pugnale che lo libererà dal re Duncan. Lo sforzo psicologico è tale che giunge ad annientarla, costringendola a vagare, sonnambula, perseguitata dai rimorsi. Fra tutti i capolavori di Shakespeare, Macbeth è certamente quello in cui la primitiva violenza dei caratteri e la selvaggia poesia degli episodi giungono al massimo grado di terrore tragico. Risaputa è la venerazione di Giuseppe Verdi per le tragedie di Shakespeare: un’opera come MACBETH sollevò in lui grande interesse e curiosità, per le comparazioni con la fonte da cui è tratta. Il maestro, grazie a capolavori come Falstaff e Otello, è il compositore che meglio seppe trasporre i capolavori del drammaturgo inglese per un palcoscenico operistico. Macbeth non strappò l’unanimità di giudizio di critica che Verdi avrebbe sperato: ancora oggi si discute sulla bontà della trasposizione della tragedia in forma musicale. Partitura rimaneggiata e brani riscritti in un periodo piuttosto lungo (1847 e 1865) prova di prolungato interesse per questo lavoro. E’ incerto se il pensiero del compositore fosse di rendere in musica il materiale shakespeariano (il dramma del bardo non è citato come fonte, neppure nel libretto stampato per la “prima”) e Macbetto deve essere allora giudicato per i suoi consensi, più che per le cadute. Gli si riconosce il successo di aver travasato un testo nato per il “teatro di parola” entro schemi che governano il dramma musicale; con innato talento di musicista e uomo di teatro, prese degli aspetti della tragedia, personaggi e atmosfere, per creare un melodramma in un adattamento appropriato e rispettoso. Come per altri lavori verdiani, il titolo non rende giustizia al vero interprete della vicenda: il compositore sposta l’attenzione su Lady Macbeth, ingrandita rispetto alla tragedia originale e gratificata dall’aggiunta di una nuova e rivelatrice scena, La luce langue. Nell’originale shakespeariano, la scena del sonnambulismo dura molto meno che nell’opera: si guadagna così altro effetto teatrale, grazie all’allargamento dei tempi che enfatizzano i conflitti della protagonista. Gli altri “caratteri” principali, Macbeth e Banco, prendono una tinta di dolorosa mestizia, tipicamente verdiana, che ben li tratteggia nella sfortuna e nei conflitti personali. Anche se Giuseppe Verdi non scolpisce un Macbeth ideale, si è irretiti dal fascino demoniaco dell’eroina ammirando la magica e cupa atmosfera che pervade l’opera, cedendo all’innovativo impulso e ai ritmi che non conoscono sosta. La prima assoluta fu al Teatro della Pergola di Firenze nel 1847 su libretto di Francesco Maria Piave, ma Verdi creò una nuova versione per il Théatre-Lyrique di Parigi nel 1865. Il Teatro alla Scala recupera, per questa edizione le danze e l’aria finale del baritono Mal per me che m’affidai della seconda versione. Nota curiosa.  Nell’ambiente teatrale circola la leggenda che il Macbeth shakespeariano porti “jella”, per i numerosi incidenti capitati in varie rappresentazioni; si è arrivato addirittura a non nominarne il titolo, citandolo come “la tragedia”. Un po’ quello che è successo alla terza recita scaligera, quando il Maestro Chailly si è visto costretto a interrompere l’opera per un guasto tecnico (una scheda elettronica), occorso alla fine dell’andantino di Lady Macbeth. Incidente di percorso che ha privato gli spettatori di godere della completezza (utilizzo dei ponti mobili) del monumentale allestimento di Giò Forma e del regista Davide Livermore. Assieme ai video di D. Wok e ai costumi di Gianluca Falaschi, il regista torinese punta su un’attualizzazione della vicenda, spesso incongruente, utilizzando tecniche ed effetti mirabolanti giustificabili in ambito cinematografico o televisivo, ma che a una rappresentazione teatrale aggiungono poco, non lasciando spazio a personali evocazioni: non si suggerisce, s’impone.  Spontaneo riandare allora al prologo dell’Enrico V di Shakespeare, che invita il pubblico a lavorare di immaginazione per poter meglio immedesimarsi nelle battaglie… E la concentrazione musicale ne soffre, per quel terrore dello staticismo e dell’horror vacui.   Sul podio il Maestro Riccardo Chailly opta per un’interpretazione più intimizzata e introspettiva della partitura, lasciando ai margini la componente selvaggiamente feroce e del misterioso e terribile mondo ultraterreno. E’ però il vero collante dello spettacolo, riuscendo a compattare orchestra, andirivieni in palcoscenico e adeguandosi al cast di cantanti. I momenti migliori li trova nella Sinfonia, dai variegati colori, come nel terzo atto, dispiegando la sua maestria nella pagina quasi sinfonica dei ballabili.

Il Macbeth di Luca Salsi, efficace nel dettato recitativo, rende la figura del protagonista quale Verdi lo consegna, in fondo un uomo privo di grandi ambizioni e “mediocre” nelle sue paure. Bene nella scena che precede l’uccisione di Duncano, sostenuto da Chailly che trova il giusto climax orchestrale, così come nel tragico finale, a fronte dello smarrimento umano, in faccia alla morte. Inclina però troppo a un “recitar cantando”, piuttosto che avvalersi di un canto pieno; voce omogenea nei diversi registri, non si caratterizza per acuti squillanti. Anna Netrebko paga lo scotto di un repertorio pesante cui si è votata, perdendo il prezioso smalto dei centri, ora opachi e vuoti.  Scintilla ancora l’ottava superiore, dove la voce è ben proiettata e con acuti coperti e squillanti, farcisce con filature e smorzamenti. Quando però il ritmo è fremente e il fraseggio si fa incalzante le riprese di fiato sono continue e mal mascherate a spezzare il legato della frase. I suoni in basso sono spesso tubati e di scarsa eleganza; attacchi tutt’altro che irreprensibili. Levata d’impaccio la lettura delle “lettera” fatica un poco nell’Andantino successivo. interprete convenzionale nel “Brindisi” e nel duetto Suono di morte. Neppure il Sonnambulismo, scena lirica, è stato reso con la dovuta cura e attenzione. Una Lady Macbeth concitata e agitata, mai veramente in parte, cui risulta estraneo il cotè ferocemente drammatico e demoniaco. Abdrazakov offre a Banco un timbro brunito e dalla lineare linea di canto, mellifluo nel duetto con Macbeth, sa essere penetrante nel Come dal ciel precipita dove Chailly è di gran soccorso. Efficace il Macduff di Francesco Meli, mentre il Malcolm di Iván Ayón Rivas brucia di giovanile ardore e baldanza. Bene come sempre sa essere il Coro scaligero, raggiungendo l’apice nel famoso Patria oppressa. Corretti Andrea Pellegrini, medico e Chiara Isotton, dama di Lady Macbeth. Successo festoso per tutta la compagnia di canto, con calorosi consensi per il Maestro Chailly.

gF. Previtali Rosti

Foto Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

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