Un grande ritorno a “Umbria Jazz 22”: Herbie Hancock

Umbria Jazz Festival, Perugia, Arena Santa Giuliana. Giovedì 14 luglio 2022

Non tornava a “Umbria jazz” dal 2015, quando si esibì in duetto con l’amico e collega Chick Corea, scomparso l’anno scorso. Finalmente, ieri sera l’affezionatissimo pubblico dell’Arena Santa Giuliana ha potuto riabbracciare il “suo” Herbie Hancock, in una serata da tutto esaurito. Ed è stato un trionfo, l’ennesima riprova del magico rapporto instauratosi nel tempo tra l’ottantaduenne pianista di Chicago – una leggenda vivente del jazz – e il festival perugino.

La serata è stata aperta dal giovane polistrumentista e cantante brasiliano Pedro Martins, che si è esibito in solitudine, accompagnandosi con chitarra e basi campionate. Tocco chitarristico che ha qualcosa di Pat Metheny, voce delicata e malinconica, l’artista ha piacevolmente intrattenuto gli spettatori con le sue melodie sognanti per almeno quaranta minuti, in attesa dell’evento clou.

Non c’è niente da fare: il vecchio Herbie è una garanzia, non delude mai. Anzi: riesce sempre a stupire, a qualunque età, come solo i veri grandi sanno fare. Si può tranquillamente decidere di partecipare a un suo concerto “a scatola chiusa” – cioè senza informarsi su scaletta, formazione e quant’altro – con la certezza che si assisterà a un evento memorabile, comunque vada. Ed è stato così anche in quest’occasione.

Vedendolo saltellare e correre sul palco dopo due ore di pura energia funk, con ancora fresco il ricordo dell’altrettanto energica esibizione di un’altra “ragazzina” tutto pepe, Dee Dee Bridgewater, c’è da pensare che la grande musica aiuti a invecchiare bene! In formazione elettrica a quintetto, supportato da campioni del calibro di Terence Blanchard (tromba), Lionel Loueke (chitarra), James Genus (basso) e il giovane Justin Tyson (batteria), Hancock (piano e tastiere varie) ha proposto alcuni tra i suoi pezzi più celebri, prediligendo il lato fusion della produzione, sviluppato alla corte di Miles Davis alla fine degli anni Sessanta.

Inizio folgorante, con una suite/medley di frammenti vari, tra i quali un breve accenno di Butterfly e la celeberrima Chameleon (dall’album-capolavoro Head Hunters, 1973), intonata dal chitarrista Loueke. Poi l’omaggio a Wayne Shorter con Footprints, la pura fusion di Actual Proof (da Thrust, 1974) e due pezzi di stampo pop-funk tratti dal meno noto Sunlight (1978), ovvero la title track e Come Running to Me, che hanno permesso al leader di esibirsi al canto con la voce filtrata dal mitico vocoder, effetto che ha immerso gli ascoltatori in un’atmosfera da pieni anni Settanta (dei quali il vocoder è stato una vera e propria icona musicale, grazie anche al suo utilizzo da parte di un artista del calibro di Stevie Wonder).

Dopo tutta questa elettricità, in coda Hancock ha inserito anche una tra le pagine più conosciute del suo repertorio acustico, inconfondibile fin dalle prime note: Cantaloupe Island. Finito qua? Ma nemmeno per sogno! Incalzato da un pubblico adorante che ha ballato come a un concerto rock – grazie alla formidabile capacità dell’artista di trascendere generi e stili -, il pianista ha esclamato: “C’E’ ANCORA UNA COSA DA FARE!”, poi ha imbracciato la sua scintillante tastiera “Roland” bianca e ha chiuso con l’immancabile Chameleon, stavolta in versione lunga e funky che-più-funky-non-si-può. “IMPRESSIONANTE!”, ha commentato uno spettatore della platea alla fine del concerto. Vero!

Francesco Vignaroli

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