Caldo successo per NORMA al Grande di Brescia

Al Teatro Grande di Brescia, recita del 30 settembre

Nel Teatro Grande di Brescia, stipato di eleganti spettatori, è andata in scena NORMA di Vincenzo Bellini, opera che inaugura la Stagione 2022. Come da pluriennale consuetudine questo nuovo allestimento è una coproduzione dei Teatri di OperaLombardia (ma anche del Verdi di Pisa) , che toccherà in successione le città di Cremona, Como e Pavia. Norma è un’opera che manca troppo spesso dai nostri cartelloni e si saluta con piacere la scelta del circuito lombardo di farla tornare sui nostri palcoscenici. Norma nasce durantel’estate del 1831, il librettista Romani e il compositore si trovarono concordi sul soggetto del lavoro che avrebbe dovuto inaugurare la Stagione di Carnevale del Teatro alla Scala. Derivato da una tragedia in cinque atti d’Alexandre Soumet, che a Parigi aveva aperto la Stagione del Teatro Odeon, ruolo in cui M.lle George, una delle grandi attrici del tempo, aveva riportato un grande successo. La trama è essenzialmente quella della Medea di Euripide, ma con la variante (molto romantica) che l’eroina anziché sacrificare i suoi figli, condanna se stessa al rogo. Per la scelta del soggetto, Romani tenne presente la condizione imprescindibile delle caratteristiche della compagnia che La Scala aveva messo sotto contratto: punta di diamante del cast era Giuditta Pasta, straordinaria primadonna che in quegl’anni occupava un ruolo di eccellenza pressoché incontrastato. La Pasta era particolarmente versata per i ruoli tragici, e il soggetto di Norma calzava a pennello per lei, senza contare l’esotismo barbarico della storia, molto gradito al pubblico di quegl’anni. Una sacerdotessa che diventa sacrilega per amore costituiva la trama di un altro successo recente, La vestale, scritta da Gaspare Spontini nel 1807. La partitura, dopo aver attraversato periodi turbolenti, fu pronta per le prove del 5 dicembre; ma anche questo periodo non fu molto tranquillo. Giuditta Pasta non era contenta di Casta diva, ma Bellini, con opera di persuasione, riuscì a fargliela cantare, promettendole che se non ne fosse rimasta soddisfatta vi avrebbe apportato delle modifiche. Fortunatamente si persuase. La prima rappresentazione avvenne la serata tradizionale di S. Stefano, il 26 dicembre 1831, cui furono accostati ben due balletti completi: Merope e I pazzi per progetto. Il cast comprendeva, oltre alla Pasta nel ruolo principale, Giulia Grisi (allora poco più di una debuttante) come Adalgisa, il bergamasco Domenico Donzelli quale Pollione e Vincenzo Negrini, Oroveso. Come si sa la serata fu di grande frustrazione per Bellini (un fiasco, come ebbe a scrivere all’amico Florimo), fatto segno di grande ostilità e da pochi segni di entusiasmo. In sala quella sera c’erano i partigiani di Giuseppe Pacini, il cui Corsaro doveva succedere a Norma nel gennaio successivo. Nel proseguimento delle recite il successo per l’opera di Bellini si fece via via più caloroso, tanto da permettere a Norma di raggiungere la considerevole cifra di 34 rappresentazioni. Giuditta Pasta fece del personaggio della sacerdotessa druidica una delle pietre miliari del suo repertorio. Appena un mese dopo l’opera fu data a Napoli. Bellini stesso, nell’agosto del 1832, era a Bergamo per curare personalmente l’andata in scena di Norma nella nostra città, con Giuditta Pasta interprete principale. E proprio a Bergamo il capolavoro belliniano ebbe la sua rivincita e corre per il mondo con un successo che non ha mai conosciuto cali. Il ruolo di Norma divenne in breve tempo uno dei termini di paragone per ogni soprano che volesse aspirare alla fama, da quei giorni leggendari della Pasta, si succedettero Giulia Grisi, Jenny Lind, Therese Tietjens, Lilli Lehmann, Rosa Ponselle, Rosa Raisa, Claudia Muzio, Gina Cigna, Zinka Milanov per arrivare a Maria Callas, Joan Sutherland e Montserrat Caballe. Norma, indisposta Lidia Fridman la titolare , è toccato al giovane soprano romano Martina Gresia interpretare la parte della protagonista. Dotata di un timbro caldo e leggermente brunito, omogenea nei registri, voce legata che scende ai gravi senza forzare. La Gresia accenta con convinzione, forgiando un fraseggio intenso e credibile. Finezze preziose di smorzandi e mezze voci arricchiscono la sua linea vocale, così come sicura negli attacchi, eterei e sussurrati e fascinosi. Padrona delle dinamiche sonore, riesce a trascinare il Coro, inerte in altri momenti, in un magico pianissimo nel finale del suo Casta Diva. Nella cabaletta Bello a me ritorna mostra precisione nella coloratura  (anche se tende a buttarsi un po’ troppo di peso sulle agilità) e nella ripresa, che abbellisce di parche ma eleganti variazioni. Resta solo da rimarcare la non ancora piena padronanza nei “filati” e la tendenza a spingere, ingrossando gli acuti. Partecipe e commovente nell’estrema attenzione del fraseggio caratterizzato da dizione limpida, è curata e pur imperiosa (Tremi tu? E per chi?) ma  anche drammatica negli scoppi di Trema per te fellon,  facendo poi vibrare la corda patetica, Oh! Di qual sei tu vittima, riuscendoci con un canto struggente e con accenti accorati. Qualche esagitazione nel drammatico scontro finale di In mia man con Pollione (da rimarcare la “messa di voce” a Son io…)  terminando con la struggente resa di Qual cor tradisti toccante,  in accenti e canto quasi trattenuti. Adalgisa era Asude Karayavuz, una voce dal colorito scuro, con fonazione vagamente artefatta per l’eccessivo immascheramento della voce, trova nella splendente e squillante ottava superiore il suo maggior pregio. Non dotata di particolare smalto tende, per supplire alla carenza del registro grave, ad “aprire” e forzare in basso, gonfiando il volume di voce. Detto questo la sua è stata un’interpretazione credibile e appassionata, trovando nella perfetta unione e  fusione con la voce del soprano, una delizia che sempre più raramente è dato ascoltare. Drammatica nell’iniziale duetto con Pollione,  spicca subito per contrapposizione con l’elegiaca Norma della scena precedente.  Brave nel primo duetto Ah! Sì, fa core e abbracciami n cui si intreccia una bella gara belcantistica. In Mira o Norma il mezzosoprano trova uno dei momenti migliori, intensa e generosa anche se non sempre inappuntabile nella coloratura. Norma attacca poi in pianissimo, esaltante, e la coppia femminile prosegue all’unisono a mezza voce: pura bellezza di canto: duettano appassionatamente, in profonda intesa e fondendo magistralmente le loro voci. Grande la magia musicale creata. In Si fino all’ora, sottolineato da con un accompagnamento che manda in fumo il belcantismo belliniano, prosegue il fascino e la seduzione del canto delle due voci femminili. Antonio Corianò, Pollione,  avrebbe le caratteristiche vocali per interpretare il proconsole romano, dal piacevole colore di voce, ben proiettata e squillante ma tende a spingerla in un tenorismo d’antan.  Scarsezza di legato e acuti forzati e avventurosi  (rabberciato il Do di Meco all’altar di Venere, malamente attaccato e non sostenuto) ne minano però l’esito. Tenta qual e là di smorzare o sfumare, ma il suono si sbianca. Ne risulta un interprete generico e superficiale, con pochi colori a differenziare un personaggio tutto giocato in superficie. Oroveso era Alessandro Spina, bendato d’un occhio alla “Moshe Dayan”  offre al personaggio una precaria organizzazione vocale, limitato volume, senza smalto ne velluto, e di opaco colore che si stimbra salendo all’acuto; spinge sull’accentazione a simulare un volume e una rotondità che non ci sono e soprattutto manca l’imponenza e la ieraticità del sacerdote druidico,  tendendo al parlato.Corretto il Flavio di Raffaele Feo e di lusso la Clotilde di Benedetta Mazzetto, dalla bella voce e linea di canto. Sul podio Alessandro Bonato la sua è una direzione che non si sgancia dalla routine, i cori sono tirati via senza coloriti  e stacchi, scarsa aura di mistero e  modesto rilievo di sbalzo hanno accompagnato i duetti amorosi, dove i cantanti devono far conto su se stessi. Corretto nella Sinfonia, ma senza sfumature di sorta, ma in tutta l’opera non scorrono accenti di vera drammaticità, se non in rari momenti (l’accompagnamento sognante al Casta Diva e la magia creata all’Introduzione al II atto. Tempi garibaldini staccati per il famoso coro Guerra, guerra. L’Orchestra dei Pomeriggi Musicali, non brilla per prestazione e pulizia di suono, spesso imprecisa negli attacchi. Il Coro OperaLombardia si impegna, ma non eccelle, se non laddove è trainato dai cantanti. Encomiabile, pur muta, la presenza dei due bambini, immobili in quel crogiolo-bacile che han per letto e perfettamente svenuti o addormentati sulle braccia di due coristi che li riportano in scena.Allestimento astratto, basato su una scena fissa di pavimento e pareti a specchio riflettenti in cui sale e scende il cerchio magico, illuminato a volte, che diventa anche bronzo sacerdotal; aggiunta di valenze simboliste a cominciare dall’azione iniziale, in piena sinfonia, rito-sacrificale con le druidesse assetate di sangue di una vittima . Coro in simil pepli e stranissime dipinture striate in testa; sofisticati e lambiccati (anche troppo) i costumi di Tommaso Lagattolla che ha firmato anche le scene. Regia di Elena Barbalich che si muove fra prevedibili movimenti (e fumi finali) in serialità di gesti, che non aggiungono molto alla drammaticità espressa dal canto, salvo quando dispiega le masse e pone il coro nel cerchio magico al finale. Successo caloroso per tutti, con ovazioni per Martina Gresia e per il direttore.

gF. Previtali Rosti

Photo: Umberto Favretto

<h2>Leave a Comment</h2>