LUMINA, LA SEMPLICE POTENZA DEL CINEMA

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Samuele Sestieri è un regista-viaggiatore. Sono gli stessi viaggi che lui compie in prima persona a diventare opportunità produttiva, e a tradursi poi in suggestioni e idee cinematografiche: per I racconti dell’orso si trattava di un’esperienza in Nord Europa, fatta insieme all’altro autore del film Olmo Amato; per Lumina invece è stato un viaggio in Basilicata, zona Matera per l’esattezza, ad aver accenso la scintilla e messo in moto la magia del Cinema. Così il senso di movimento, del viaggiare, torna al centro delle storie che i suoi film raccontano; i personaggi camminano, procedono, incedono, attraversano luoghi definendo lo spazio circostante e di conseguenza facendosi plasmare interiormente dallo spazio stesso. È quello che accade a qualsiasi viaggiatore, in fondo, un rapporto osmotico tra se stesso e l’ambiente; ed è quello che accade all’omino rosso e al monaco meccanico, creature simil-umane, che nel primo film del regista vagavano perse in un mondo solitario e post-apocalittico, senza altri esseri viventi se non loro, attraversando paesini disabitati, boschi e paesaggi sterminati che richiamavano la presenza di una civiltà passata. Anche in Lumina la giovane protagonista, una donna (Carlotta Velda Mei), si sveglia sola e nuda in una spiaggia deserta, e inizia a camminare lentamente, con incertezza e impaccio, per esplorare il mondo che la circonda e che non riconosce: un mondo vuoto, fatto di silenzi e di rovine, dove non c’è apparente traccia dell’essere umano, che sembra essersi dissolto all’improvviso, lasciando dietro di sé solo oggetti e rimembranze, ma non una presenza. Questa donna ha un dono speciale, quello di infondere energia, di fare luce: quindi quando tocca qualcosa di tecnologico lo strumento prende vita. E proprio nella memoria di un cellulare scopre la storia d’amore tra un ragazzo e una ragazza: diventa così spettatrice curiosa e appassionata, facendosi sempre più coinvolgere dai siparietti tra i due giovani, dai loro sorrisi, dalla loro sincera intimità, a tal punto da sentirsi trasportata dentro quella relazione, dentro una storia di vita che vorrebbe vivere, al pari di ciò che accade ad uno spettatore comune durante la visione di un film. Quando i due giovani si lasciano e si allontanano, lei si immedesimerà nella condizione d’animo della protagonista femminile così tanto da iniziare a ricercare lui, a chiamarlo, invocarlo. Il suo vagare inizialmente casuale e senza meta avrà ora un obiettivo preciso, un punto di fuga a cui far tendere i tragitti incerti del pellegrinaggio, un orizzonte da guardare e tenere fisso davanti a sé.

I livelli nel film di Sestieri cominciano a questo punto a mescolarsi, ad alternarsi, a frapporsi, a dialogare tra loro creando una sorta di meccanismo onirico e fiabesco; nell’idea di un sogno in cui potersi rifugiare per stare bene c’è un felice rimando al blockbuster Inception di Christopher Nolan: i video contenuti nel cellulare racchiudono le cose belle e felici di quella storia d’amore, momenti che appartengono quasi ad una realtà parallela perché mediata da un dispositivo che la crea e la restituisce ad uno sguardo, ad una mente, ad un cuore astanti. Proprio un po’ come fa il Cinema, che crea mondi altri, porti sicuri in cui fare ritorno, per stare in pace e sentirsi protetti. Quando capita di perdere il dispositivo nel fango di una realtà invischiante e ostacolante, ci disperiamo. Quindi più questi livelli si intersecano e si affastellano, più la protagonista inizia a cercare una direzione sicura e certa da seguire per raggiungere la sua meta: un tunnel, lineare, dritto, può rispondere perfettamente a questa sua necessità. Mentre avanza cercando questo uomo, ricompone se stessa, richiama parti di sé per ricostituire la sua memoria, la sua vita. Ricreare la sua realtà.

Quello che rimane intatto come fil rouge in questa mescolanza è l’attenzione che mette Sestieri alla regia. Per come è stata pensata e per l’approccio con la quale è stata affrontata, l’opera pulsa di una potenza primitiva originaria che appartiene al Cinema dalla sua nascita: Lumina è di fatto un film che non ha parole (pochissime e rare), e sembra quasi appartenere ai tempi del cinema muto; va da sé che in un film senza verbo, l’immagine, già di per sé base fondativa del linguaggio cinematografico, diventa nello specifico ancora più predominante: e Sestieri la padroneggia con equilibrio e grazia, sia nella cura della scelta dell’inquadratura, cioè del taglio e del punto di vista da adottare, sia nella scelta di cosa mostrare, di cosa debba contenere il perimetro del grande schermo. E allora, come accadeva già ne I racconti dell’orso, i luoghi e le scenografie diventano protagonisti, trasformandosi da luoghi fisici a luoghi dell’anima. La macchina da presa di Sestieri e la fotografia di Andrea Sorini trasformano le rovine, la decadenza, in scorci bellissimi, dall’afflato spirituale. In questo senso la protagonista diventa essa stessa Cinema: il suo passaggio illumina, porta alla luce, e così il suo sguardo permette a quel paesaggio, a quella chiesa in rovina, a quell’oggetto abbandonato di esserci, di rivendicare una bellissima presenza. È il Cinema che pone il suo sguardo e dà luce a qualcosa, lo strappa all’oscurità e lo fa esistere.

Simone Santi Amantini

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