“Chiara e Serafina” torna in scena dopo 200 anni

Al Teatro Sociale di Bergamo alta, recita del 19 novembre

Pompeo Cambiasi, nella sua compilazione Serie delle Opere in musica…Teatro alla Scala 1778-1881 (3° edizione) bolla con un lapidario “cattivo” l’esito dell’andata in scena di Chiara e Serafina, ossia I pirati, il 26 ottobre 1822. Non dovette essere poi così disastroso se l’opera semiseria con cui Gaetano Donizetti debuttò nel tempio d’opera milanese, ebbe comunque la non disprezzabile cifra di dodici repliche. Il cast di cantanti poi era di buon livello: Isabella Fabbrica e Rosa Morandi, contornate dal famoso basso cantante Tamburini e dal tenore Monelli. Vero è che, stando alle recensioni dell’epoca (e al fatto che al mortificato Donizetti non rinnovarono il contratto), l’opera non piacque: …dopo alcuni applausi, all’impegno della Morandi e della Fabbrica, e qualche segnale di malcontento pel debole effetto della musica, il pubblico vide abbassare il sipario con una fronte di bronzo. Molteplici le cause, a partire dalla vicenda, tratta La Citerne, “mélodrame en quatre actes, en prose et à grand spectacle” di René-Charles Guilbert de Pixerécourt, uno dei tanti prodotti dal teatro francese così alla moda in quegli anni e di genere semiserio cui molti compositori inclinavano con favore. Molte, si deve ammettere, le lungaggini e ripetitività di un modulo ricalcato sui testi francesi che, se funzionava egregiamente per quei palcoscenici, risultava più farraginoso e complicato trasportare e rendere compiutamente nei nostri teatri d’opera. Il libretto, opera dell’onnipresente Felice Romani, geniale ma altrettanto rinomato per farsi carico di molti più impegni di quel che potesse in realtà soddisfare, condannando il malcapitato compositore di turno a patemi d’animo e rincorse di scrittura che, nel caso di Donizetti costituirono anche una causa della fretta compositiva. Romani, già impegnato per contratto nella seconda opera (Adele ed Emerico di Mercadante) – delle tre che costituivano il cartellone scaligero dell’autunno 1822 – a un mese dalla prima di Chiara e Serafina, non aveva ancora consegnato niente al compositore bergamasco, di cui si può immaginare lo stato d’animo. L’autografo della partitura, in maggior misura sulle pagine del duetto fra Chiara e Don Meschino del II atto, ha ritenuto tracce di cera cadute dalla candela usata dal compositore, per completare di notte l’opera. Si aggiunga poi che la Fabbrica, la primadonna, per ragioni di salute non poté essere presente alla preparazione dell’opera, ristabilendosi in parte giusto per debuttare alla fissata prima. Donizetti, ben conscio della preziosa opportunità di debuttare al Teatro alla Scala (procuratagli con molta probabilità dal al suo maestro Simon Mayr) presago di esito incerto, lasciò una rivelatrice annotazione a fine partitura: Così finirà l’opera: o bene o male. Per il bergamasco passeranno diversi anni prima di poter tornare sulla piazza milanese: Anna Bolena, al Teatro Carcano e ben dieci per il palcoscenico scaligero con Lucrezia Borgia. Il Donizetti Opera, in collaborazione con l’Accademia Teatro alla Scala, ha fatto riemergere dall’oblio Chiara e Serafina, o I pirati, posta in scena nell’edizione sull’autografo a cura di Alberto Sonzogni. Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Donizetti, in collaborazione con l’Accademia Teatro alla Scala. Ne è nato uno spettacolo fantasioso, colorato e molto ironico e godibilissimo: dai frizzanti ritmi e spunti teatrali, a vivificare una trama un po’ingarbugliata, prolissa e a volte ripetitiva. Costellato di citazioni che vanno dalla rivista con lo scintillante mix di ballerine luccicanti e hawaiane che ondeggiano, a Charlie Chaplin de Il monello (ingresso di Don Alvaro e Chiara) etc, inserite in una scena fissa su cui multiple porte si aprono, scoprendo i personaggi della fitta trama.

A divertimento degli occhi il contorno di mari agitati e nuvole di cartone semoventi. Regia gustosa, con cartelli spiegativi (all’inizio sono gustosi, alla lunga stucchevoli) e dai costumi coloratissimi e sgargianti, che calca la mano su alcuni personaggi caricandoli a macchiette, non reali – e come tali li tratta – mentre evidenzia più umanamente la protagonista e il padre. Tutto firmato da Gianluca Falaschi. Coreografie di Andrea Pizzalis che fa ballare tutti i personaggi: anche le nuvole danzano in cielo; Emanuele Agliati efficace lighting design. L’Orchestra Gli Originali, leggera e precisa sotto la guida del Direttore Sesto Quatrini capace di rendere nel sicuro e brioso equilibrio sonoro, quell’atmosfera donizettiana particolare, tanto debitrice del maestro Mayr. Pregevole concertatore, sempre in vigile attenzione nel seguire i cantanti.  Sinfonia resa con proprietà sfocia nell’introduzione, mix di comico e narrazione per trapassare, con repentino cambio di atmosfera alla cavatina di Chiara Queste romite sponde sottolineata da un accompagnamento ricco di pathos. E così per il resto dell’opera, per arrivare all’elettrizzante concertato finale. Il cast che anima l’opera è formato, dopo la defezione di Spagnoli, esclusivamente da solisti dell’Accademia di perfezionamento per cantanti lirici del Teatro alla Scala. Don Meschino era Giuseppe De Luca (al posto dell’indisposto Pietro Spagnoli), corretto e sapido, perfettamente in parte e divertente in scena. Don Alvaro / Don Fernando Matías Moncada dal timbro un po’ ruvido, più efficace come Don Fernado. Serafina era Fan Zhou, dalla voce puntuta e leggera, vagamente soubrette nel timbro in Come più dolce, il duetto con il tenore mentre in Deh! Perdona c’è un cambio di registro diventando patetico il suo canto. Fra quest’ombre – su un intrigante sottofondo di violino – ennesimo cambio di registro (si è tolta anche la parrucca per esser più umana), ma la voce resta sempre linfatica, pur vocalizza fluida e sicura in quest’aria di bravura. Chiara di Greta Doveri mostra caldo e fluente timbro ricco di armonici, voce dalla bella linea lirica e perfin capace di “messa di voce” (Grazie, pietoso cielo!); una voce che corre, ben impostata, acuti radiosi e luminosi in Eccomi alfine (ancora una messa di voce!) Sicura nella vocalizzazione in Deh! Tu guida il piè in un mix tra patetico e comico in alternanza a Don Meschino. Prendi, o padre è la degna conclusione che la suggella primadonna, in una serie di cabalette non originalissime, ma vocalmente rese con agilità, sottolineate dall’impazienza scenica degli altri sbuffanti colleghi. Don Ramiro era il tenore HyunSeo Davide Park truccato alla sicula, dalla buona voce e gustoso timbro. Picaro era Sung-Hwan Damien Park mostra nella cavatina Il mestier del corseggiare buona voce di baritono dal potente squillo, con veloce sillabazione; divertentissimo e intrigante in scena. Lisetta di Valentina Pluzhnikova, con una mise alla Mabilia dei Legnanesi, inizialmente voce vagamente intubata, sfoggia poi un registro rotondo e pieno di mezzosoprano che trova nella canzone Il castello di Belmonte, il momento di gloria. Bene anche nel terzetto Tremante, smarrito in bella gara con Chiara e Serafina, l’unico pezzo che a tutt’oggi si poteva ascoltare registrato. Precisi e puntali Agnese di Mara Gaudenzi, Spalatro di Andrea Tanzillo e Gennaro di Luca Romano. Efficace il Coro dell’Accademia Teatro alla Scala, diretto da Salvo Sgrò.  Festosa accoglienza finale per tutta la compagnia di canto e il Direttore.

gF. Previtali Rosti

 

Foto Gianfranco Rota

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