Spettri al Teatro Nazionale di Genova

Data:

Al Teatro Nazionale di Genova, dal 1 al 5 febbraio

Ogni storia che vale la pena di raccontare, forse, in fondo, è la storia di un momento: di un attimo che si è saputo cogliere, o che è andato perduto. La storia di “Spettri”, scritta da Ibsen nel 1881, comincia molti anni dopo questo attimo perduto, e ne esamina con limpida chiarezza le conseguenze.
Helene Alving, madre di Osvald, molti anni prima, avrebbe potuto, forse, affrontare paura e maldicenza, per potersi incamminare alla ricerca della propria strada verso la felicità e la gioia di vivere.
In quel momento decisivo però, lasciata sola da tutti, anche dal Pastore Manders, che avrebbe voluto invece al proprio fianco, le mancò il coraggio. Così tornò dal marito, dal capitano Alving, rifugiandosi dietro un velo di bugie e di ipocrisia che, da lì in avanti, avrebbe cercato di rendere sempre più solido e impenetrabile, a difesa delle proprie illusioni e, soprattutto, di Osvald.
Quando si apre la scena però, molti anni dopo, con Helene ormai rimasta vedova, il momento della scelta fa sentire la propria eco, mescolata a quella dei tuoni del temporale che si è appena scatenato, in una giornata che si annunciava serena.
L’adattamento da tre a un singolo atto, da parte di Fausto Paravidino, riesce nella difficile impresa di accelerare il ritmo di “Spettri”, senza alterarne lo spirito, complice la grande prova di tutti gli attori, capaci di rendere anche con una sola parola, col tono della voce, con un gesto, quelle emozioni che i personaggi cercano di celare perfino a se stessi.
Il tono è amaro, il taglio moderno, la sintesi esemplare, come ci ricordano le parole della vedova Alving, una volta che avrà messo da parte bugie rassicuranti e frasi fatte: «Noi tutti siamo spettri. Non è solo ciò che abbiamo ereditato da padre e madre che ritorna in noi. È ogni specie di vecchie morte opinioni e ogni genere di vecchie e morte credenze e cose simili. Esse non vivono in noi; ma intanto sussistono e non riusciamo a sbarazzarcene». Così Helene fotografa, con amara sincerità, l’aggressione del passato a un presente che non riesce a immaginarsi futuro.
Sullo sfondo, uno specchio si muove a destra e a sinistra nella scena, accompagnando azioni e dialoghi dei personaggi, quasi a voler trovare l’inquadratura giusta, la luce migliore, l’immagine più autentica. Forse, nel suo vagabondare, sta cercando la verità, quella verità che si può trovare, se si ha il coraggio di osservare la propria immagine, senza pregiudizi, soltanto in se stessi.

Damiano Verda

Foto Serena Pea

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