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Il passato comincia quando nasci e ignorarlo significa tradire la propria essenza

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Bob Dylan “Retrospectrum”, al MAXXI di Roma dal 16 dicembre 2022 al 30 aprile 2023, è la prima grande mostra europea sulle creazioni visive dell’artista statunitense.
Curata splendidamente da Shai Baitel, è un viaggio on the road, lungo cinquant’anni nella vita del famoso cantautore e il cui punto di partenza è la Highway 61, detta anche Blues Highway, che si snoda da Wyoming nel Minnesota a New Orleans in Louisiana, seguendo in più punti le rive del Mississippi.
Il viaggio che percorriamo insieme a Dylan nelle sale del museo di Roma, comincia all’esterno da una scritta al neon OPEN che ci accoglie come se stessimo per entrare in uno dei tanti anonimi motel disseminati sulle strade degli Stati Uniti. Varchiamo la tenda e sentiamo subito la voce di Dylan cantare le sue ballad, cullandoci mentre attraversiamo le otto sezioni in cui le sue opere sono state suddivise: Early Works, The Beaten Path, Mondo Scripto, Revisionist, Drawn Blank, New Orleans, Deep Focus e Ironworks.
Quadri a olio e acrilici, disegni a matita e carboncino, acquarelli e sculture sono la vasta produzione che Dylan ha sentito l’urgenza di affiancare alla musica, come se uno facesse da contrappunto all’altro.
Dice lo stesso Bob Dylan: “È molto gratificante sapere che le mie opere visive siano esposte al MAXXI, a Roma: un museo davvero speciale in una delle città più belle e stimolanti del mondo. Questa mostra vuole offrire punti di vista diversi, che esaminano la condizione umana ed esplorano quei misteri della vita che continuano a lasciarci perplessi. È molto diversa dalla mia musica, naturalmente, ma ha lo stesso intento”.

La prima opera cui ci troviamo davanti è “Sunset Monument Valley”, una striscia di strada che spacca in due il deserto, e su cui viaggia una macchina solitaria. In lontananza incombono le rocce gigantesche di Monument Valley, rosse di ferro e della luce del tramonto. È talmente imponente che sembra strapparci dalla nostra realtà per catapultarci in un viaggio tra i simboli dell’America, quelli che abbiamo imparato a conoscere e ad amare attraverso film e fotografie.
C’è il Far West, c’è Hopper, John Huston, Martin Luther King, ci sono i diner, i Gentleman club, i ring di pugilato, i rodei, i motel abbandonati, i gas station, i ponti di ferro, i grattacieli, i tir, i Marlboro man, i paesaggi desolati e le città frenetiche. È un lungo viaggio che parte dalla città mineraria di Higgins nel Minnesota, dove è cresciuto, e i cui residui meccanici Dylan assembla in sculture che ci ricordano un po’ il film “Tempi moderni” di Chaplin e con la Highway 61, arriva a New Orleans. Qui, “The city is a one very long poem”, Dylan ci accompagna tra i musicisti di colore, i jazz club, fino alle radici del passato.
Dylan incarna con la sua musica, i suoi quadri, le sue poesie, l’essenza dell’America, quella che attrae tutti noi, quella che ci ricorda i film della nostra giovinezza, o le storie di successo degli emigrati, il sogno di andarci, prima o poi, e magari non tornare più indietro, quella originaria e non inquinata, quella generosa e aperta che lo ha fatto diventare l’artista che è, che gli ha dato la libertà di cantare contro la guerra e in favore delle minoranze e dei diritti civili, che l’ha portato fino al Nobel, ma soprattutto, che lo ha portato tra la gente e con la gente.

Daria D. Morelli Calasso

Foto di Daria D. Morelli Calasso

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