Se queste mura potessero parlare…

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Per Mario Cresci, nella mostra “Un esorcismo del tempo” allestita da Marco Scotini con Simona Antonacci al MAXXI di Roma, e visibile fino al 3 ottobre 2023, la fotografia è indagine antropologica, studio del territorio, impegno sociale, denuncia dei problemi e possibile ricerca della soluzione, ma nello stesso tempo, ogni scatto è un’emozione, seppur contenuta, riservata e rispettosa del soggetto inquadrato, sia esso un muro, una sedia, un comodino, una vecchia vestita di nero che sembra la Morte o un contadino in sua attesa. Per Mario Cresci, cose e persone si intersecano, si scambiano i ruoli, si compenetrano, non c’è differenza tra loro, si nutrono dello stesso respiro, della stessa storia, della stessa memoria. Hanno la stessa anima.
I muri possono parlare nelle fotografie di Cresci.
E di conseguenza non solo i nostri occhi vedono, ma le nostre orecchie ascoltano e sentono racconti di fatica e di lotta, di silenzi e di dolore, di povertà e di abbandono. Ma non c’è nulla di retorico, niente che sia deciso a tavolino per farci commuovere gli occhi. Questa è la vita di una parte d’Italia, la Basilicata, dove Cresci ha lavorato nell’arco di vent’anni, dal ’60 alla metà degli anni ’80, diventando tutt’uno con quella realtà fatta di pietra e di sassi, di aridità e di incuria, di non parole e di ricordi. Un occhio clinico il suo, distaccato forse, all’inizio, che se ne sta fuori a fotografare i sassi e i muri, ma poi, preso da quella realtà così lontana dal Nord dove è nato e ha studiato, ha sentito il bisogno di entrare nell’intimità della gente, quasi sempre vecchi e bambini, come se in mezzo non ci fosse nulla di altrettanto prezioso come il “da dove veniamo” e “dove andiamo”.
All’inizio c’è diffidenza, far entrare occhi estranei nella propria intimità non è mai piacevole, almeno a quei tempi, ora invece, la gente non vuole che questo, mettersi in mostra, svendersi a qualcuno che non ha nemmeno mai visto in faccia. Un progresso senza volto, senza occhi, senza sguardi reali non è progresso.
È sconfitta.


Quei personaggi, quelle cose, gradatamente e pudicamente si svelano, Cresci ne smuove i contorni, li nasconde dietro una tenda, li fotografa a metà. Come fantasmi vagano in una realtà irreale, o visibile a pochi. E poi, un po’ alla volta, gli aprono le loro botteghe, le loro case, i loro cassetti. Lo definiscono un “uomo di buona volontà” di cui possono fidarsi.
La mostra si snoda in diverse sezioni, un percorso non in progress ma in backwards, Fotografia e Territorio, Matera: Immagini e documenti, Misurazioni, Ritratti reali, Interni mossi, Piano regolatore di Tricarico e di Martina Franca.
Persone che tengono strette tra le mani o sulle ginocchia fotografie di famiglia, di gente che non c’è più, che hanno perso magari in guerra, lontano da casa, chissà dove. E negli scatti che Cresci fa di questi “portatori di fotografie” il passato diventa presente e il presente si fa passato, non si capisce chi sia chi, è un sovrapporsi di immagini, il soggetto esce dalla foto per poi rientrarvi, quasi il nostro occhio ne è stordito. La realtà perde i suoi nitidi contorni e si dilata, inglobando anche noi stessi.
E quel presepe contadino allestito nel Natale del 1976 nella zona di Tricarico, fatto di stracci, materiali ferrosi, vestiti dismessi, pezzi di mobili, fiori secchi, vetri sbeccati, sembra una scenografia teatrale dove le cose recitano e raccontano, senza parole, senza preghiere, è quasi un urlo dissacrante rivolto ai benpensanti, ai bigotti. Eppure una grande spiritualità emana da quelle immagini. Ma fu smantellato da chi non ne capì la forza.
Una mostra da vedere, allestita con la solita cura, sensibilità e abilità dal MAXXI.
Da vedere per ricordare, per capire da dove veniamo, e forse aiutarci ad arrivare con dignità a un altro tipo di progresso.
Da vedere per esorcizzare le nostra altrimenti inevitabile effimerità.

Daria D. Morelli Calasso

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