L’uomo che attraversò tre secoli: un’avventura meravigliosa

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Per chi, come me, ha già attraversato due secoli e due millenni, aspettando con trepidazione il cambiamento che tutti credevamo e temevamo si verificasse, è stata un’avventura meravigliosa leggere L’uomo che attraversò tre secoli, Edizioni Dante & Descartes. Costì, al secolo Costanzo de Sanctis, nasce in quel mondo immaginifico che, alla fine del 1800, nutriva sogni e speranze di progresso e nuova umanità, e si trova per sua fortuna inserito in una di quelle nobili famiglie che, forse perché genuinamente provinciali, conservano caratteristiche di umanità difficili da ritrovare nella più smaliziata nobiltà cittadina. Emma de Franciscis, alla sua prima prova di scrittrice, dipana con maestria una storia lunga tre secoli, partendo dai trisavoli di Costanzo e riesce a delineare personaggi di carattere, che rimangono impressi nella mente del lettore e si fanno ricordare attraverso un’intricata rete di parentele e discendenze che confonderebbe molti, se ciascuno dei soggetti non segnasse la memoria con un atteggiamento, un pensiero, una storia degna di essere ricordata.

La baronessa Albenice, ad esempio: chi di noi non ha avuto un’anziana parente un po’ bigotta, ostinata nelle sue convinzioni eppure capace di lasciare il segno lungo il percorso della storia familiare, guadagnandosi rispetto e attenzione? O uno zio come Panfilo, padre di Costì, che va via presto, come accade spesso a quelli che “spezzano il ritmo” della sinfonia familiare, esclusi dal direttore di quella grande orchestra che è la vita, perché questa possa continuare il suo corso migliore. Costì è a prima vista il protagonista del romanzo, ma la chiave di lettura ci viene offerta negli ultimi capitoli, quando Aternina detta Nina, grazie alla felice volontà del suo nonnissimo, prende in mano i fili di una narrazione familiare che fino a quel momento si è dipanata attraverso le matasse, talora di lana ma più spesso di preziosa seta, di zie, genitori e parenti da cui Nina bene avidamente le storie di famiglia. Storie che, ambientate in luoghi “letterari” ma non così tanto (si riconoscono in essi i suggestivi paesaggi abruzzesi), li trascendono per trasferirsi a Napoli, per brevi momenti, e soprattutto a Roma, quasi a voler mettere in comunicazione il cuore della nuova Italia che si andava formando e la forza vitale di un mondo ancorato a paesaggi, abitudini e riti ancestrali eppure capace di riconoscere, nei baroni De Sanctis, una guida autorevole e sicura che favorisce il guado attraverso il grande fiume del Tempo. Passano nelle pagine protagonisti forgiati sulla scorta di personaggi storici come Nino Gentile, altri come il barone Arturo, forti di un carattere che si imprime anche in chi lo incontra, e donne, tante donne che, in questo romanzo, hanno un ruolo preminente e affatto oscuro, a dispetto della scarsa considerazione di cui, nei secoli scorsi, godevano le donne. Albenice, Maria Carolina, Nives, Nice e Livia recano l’impronta di una bellezza e di un’educazione che le rende prime attrici in una famiglia che del rispetto delle donne fa una regola concreta di vita. Attraverso i racconti delle zie Nice e Livia, si svolge il racconto della fine dell’ottocento, della prima grande guerra e soprattutto del dolore recato dalla seconda guerra mondiale, dolore che la famiglia de Sanctis riesce a lenire, per sé e per gli altri, restando fedele ad un’idea di libertà e solidarietà rara a riscontrarsi nel concreto. Non mancano i piccoli segreti di famiglia, le rivelazioni inattese che si affacciano in un coacervo di eventi, sensazioni ed emozioni che educano al rispetto delle radici parentali. Mentre la società e l’intera Italia cambiano, sconvolgendo abitudini, apprezzando e utilizzando i nuovi mezzi di locomozione, incamminandosi sulla via della consapevolezza che l’istruzione deve essere davvero garantita a tutti, come sarà poi affermato nella nostra Costituzione. Il Barone Costanzo de Sanctis, che vuole vivere centotanti anni, per esorcizzare la precoce perdita del padre, o forse solo perché il suo istinto vitale gli suggerisce di andare incontro al nuovo che arriva senza preconcetti e preclusioni, come gli ha insegnato il nonno Arturo, diventa il catalizzatore della continuità familiare, la guida luminosa che Nina, la vera protagonista del romanzo, sceglie per attraversare l’ultimo quarto del novecento e approdare nel terzo millennio forte di affetti familiari solidi e di una storia che le regala radici tanto salde da permetterle  non solo di fare le proprie scelte in piena e consapevole libertà, ma di vivere il grande amore per il nonnissimo con la matura consapevolezza che le consente di lasciarlo andare, quando sarà il momento, forte dell’idea che il figlio che arriva per lei sarà in qualche modo legato a quella storia che, finchè sarà tramandata, non si interromperà.  La strada per tramandarla la insegna ancora una volta il nonnissimo Costì: non occorre raccontare a tutti (rifiuterà una prima volta una comparsata televisiva e, accettatala una seconda volta, dirà solo quanto ritiene necessario, senza cedere alle logiche consumistiche della comunicazione contemporanea), ma custodire nella memoria e nel cuore ciò che vale, magari romanzandolo, quando le discendenze diventano troppo ampie per poter trasferire il racconto. Un invito che Raimondo Di Maio, anima della Dante & Descartes, ha saputo, con la sensibilità coltivata in anni di affetti di libri, saggiamente raccogliere, editando questo romanzo che ci immette in una galleria nella quale è piacevole restare, perché in fondo si vede una luce chiarissima.

Maddalena Venuso

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