Quotidiano di Cultura diretto e fondato da Stefano Duranti Poccetti nel 2011

Il 25 novembre giornata internazionale contro la violenza sulle donne

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“L’amore è un potere attivo dell’uomo; un potere che annulla le pareti che lo separano dai suoi simili, che gli fa superare il senso di isolamento e separazione, e tuttavia gli permette di essere se stesso e di conservare la propria integrità. Sembra un paradosso, ma nell’amore due esseri diventano uno, tuttavia restano due”. Queste meravigliose parole ricche di significato di “Erich Fromm” psicologo, psicoanalista, filosofo ed accademico tedesco, racchiudono la vera essenza di questo sentimento. Sicuramente in questa vita, non esiste nessun’altra parola al mondo che sia stata più idealizzata, e forse fraintesa, della parola “amore”. Tutti sanno cos’è l’amore o, per lo meno, pensano di saperlo. In nome dell’amore si è sbizzarrita la poesia, la musica, la letteratura, il cinema, l’arte. In nome di quello che si definisce “amore” si fanno promesse eterne e gesta plateali, e poi ci si arrabbia e si soffre. Se ne potrebbe parlare all’infinito, eppure non si farebbe altro che scalfirne il vero significato. L’amore è tutto ciò che crediamo essere e anche tutto l’opposto: “È un sentimento che nasce spontaneamente ma che va anche nutrito nel tempo. È qualcosa di irrazionale ma anche logico e razionale. È un’attività del cuore ma anche della mente. È un’emozione che ci può rendere vivi ma anche far vivere un’illusione. È un’ impulso istintivo ma anche un talento da sviluppare. Sì, amare è un talento, un po’ come suonare il piano o dipingere, un “movimento” del corpo e dell’anima che si fa più aggraziato man mano che ci si esercita. Allora, stando così le cose, perché ci sono ancora solo in ordine temporale dei Filippo Turetta che dopo aver buttato il corpo della sua fidanzata Giulia Cecchettin in un fosso, ha provato a scappare all’estero invece di andare a costituirsi? Questo è Amore? Assolutamente no e per far si che queste cose orrende non si verifichino più, dovremmo fin dalla tenera età sensibilizzare il cuore e l’anima. Dobbiamo imparare a dare importanza a ciò che realmente siamo, che non è dato dal nostro conto in banca o da ciò che possediamo, ma dal nostro carattere. Come diceva il filosofo Greco Aristotele nasciamo “tabula rasa… che come un grande campo dobbiamo imparare a seminare rispettando le giuste regole come ascolto e rispetto”. Il 25 novembre si celebra la “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999. La violenza contro le donne è considerata tanto dall’Onu quanto dal Consiglio d’Europa come una violazione dei diritti umani ed una forma di discriminazione basata sul genere. Una violenza trasversale, che non ha confini geografici, né sociali né economici, proprio perché si tratta di un fenomeno strutturale basato sulla disparità tra uomini e donne e sugli stereotipi di genere. Si riconoscere la violenza, nelle sue diverse forme, è il primo passo per affrontare il difficile percorso di uscita dalla violenza. Le donne che si rivolgono ai Centri Anti Violenza raccontano spesso di un copione di vita molto simile, quello che viene definito spirale o ciclo della violenza: la prima fase (“di crescita della tensione”) in cui alla violenza di lui corrisponde il tentativo di lei di assecondarlo, di evitare tutti quei comportamenti che potrebbero innescare la violenza del partner. In questa fase sono tipiche le denigrazioni, le intimidazioni, i silenzi. La tensione poi cresce e nella seconda fase (“del maltrattamento”) la violenza esplode in tutte le sue forme. Ma poco dopo ecco la fase ultima, quella più subdola, della “luna di miele” ove il partner si mostra dolce, tenero ( “ti prometto che non lo farò più” “scusami”). Il maltrattante, così, offre una tregua e si ritorna a vivere tranquillamente per un periodo di tempo più o meno lungo che porta spesso la donna a continuare la relazione assecondando però i voleri del partner, rinunciando così a vivere nella paura che la violenza possa riemergere. Nella spirale della violenza, molto spesso è la donna che arriva a pensare di essere lei la responsabile dei comportamenti violenti dell’altro, arrivando anche a giustificare la violenza del partner pensando di meritarla. La violenza contro le donne si sconfigge attraverso l’educazione delle bambine e dei bambini, attraverso l’eliminazione degli stereotipi di genere che sono ancora presenti nella nostra società. Lo stereotipo impedisce lo sviluppo delle capacità delle ragazze e dei ragazzi, le loro scelte educative e lavorative. La stessa Convenzione di Istanbul suggerisce come fare: includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, il diritto alla integrità personale. Attenzione, quindi, al modo con cui ci rivolgiamo ai nostri figli e alle parole che utilizziamo nei loro confronti: non chiamiamo un bambino che piange “femminuccia” e non diciamo alle bambine che giocano sporche di fango “non fare il maschiaccio”, coltiviamo nei nostri figli maschi la dolcezza, la tenerezza nei confronti del prossimo. Lasciamo che le bambine giochino con le macchine e che i bambini maschi cullino le loro bambole e soprattutto a guardare sempre il mondo con altri occhi perchè c’è sempre qualcosa di bello in ogni nuovo giorno che abbiamo la fortuna di poter vivere sognando ad occhi aperti e con i piedi per terra.

Clementina Leone

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