Quotidiano di Cultura diretto e fondato da Stefano Duranti Poccetti nel 2011

I corpi di Elizabeth

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Una prima nazionale marca la nuova produzione della stagione del Teatro Elfo Puccini, I corpi di Elizabeth di Ella Hickson, regia a quattro mani di Cristina Crippa ed Elio De Capitani. Testo inedito in Italia creato dalla pluripremiata in patria scrittrice inglese – che in originale suona Swive [Elizabeth] – mette in luce il modo e i mezzi con cui la regina ha saputo giostrare il potere maschile per arrivare a ottenere ciò che si era prefissata. La pièce ha debuttato alla Sam Wanamaker Playhouse dello Shakespeare’s Globe di Londra nel 2019. Fulcro del testo è la fisicità di Elizabeth, il suo corpo, o meglio i suoi corpi, come pone l’accento il titolo italiano, scelto dai registi con la traduttrice Monica Capuani: un corpo “politico” che gli permetterà di detenere saldamente il potere di regina inglese sovrapposto a quello, ben celato, di una vita privata di bruciante sensualità. “Mia madre ha sedotto un uomo con così tanto successo che ha alterato la storia costituzionale di questo paese”. Questo il biglietto da visita che Elizabeth ci mostra all’inizio dello spettacolo. La storia di Elisabetta che la Hickson vivamente dipana è quella delle battaglie ininterrotte che fin dalla fanciullezza ha dovuto sostenere con il mondo e in particolare con il sistema di potere patriarcale saldamente (inimmaginabile il contrario) in mano agli uomini. Elisabetta I è l’unica donna non sposata ad aver mai governato l’Inghilterra, regnando ininterrottamente per ben quarantaquattro anni: risultato di un talento governativo innato, spiccata mente direttiva, grande intelletto dispiegati su una sottile capacità di seduzione. In questo testo si guarda a problemi contemporanei (questione femminile, il patriarcato, lo stesso matrimonio inteso come alleanza politica) attraverso lo specchio della storia. “Non inganni quindi lo sfarzo dei costumi e dell’apparato teatrale”, mette in guardia l’attrice protagonista all’inizio, è un falso pretesto. E’ la lotta di Elisabetta cui si deve mirare, paradigma dell’oppressione che la donna subisce quale oggetto, oggi ancora, di una cultura maschilista e patriarcale. La regia di Cristina Crippa ed Elio De Capitani, nel sapiente utilizzo di semplici mezzi di efficace artigianato teatrale, intelligentemente sviscera la poliedricità della figura della sovrana inglese, sbalzando i contrasti dei due universi maschile e femminile, giostrati con fantasia e sensibilità. Quattro gli attori che si dividono le parti in un ritmo serrato di un articolato intreccio di relazioni – infiorato qua e là con frammischiare di dialoghi gergali – che illumina i personaggi nella loro ambizione sfrenata, condita dalle passioni che il desiderio amoroso muove. Elena Russo Arman, si sobbarca la parte iniziale di Catherine Parr, dolce, quasi materna, comprensiva nei confronti delle già serpeggianti “doti” della futura regina, passa a essere una stanca e oppressa Mary Tudor prima di sfolgorare, con potente mimica, quale sanguigna e imperiosa quanto sensuale Elizabeth. Adiuvata da un trucco che guarda a Bette Davis in The Private Live off Elizabeth and Esse, Elena Russo Arman offre un’interpretazione di splendente autorità e sottigliezza, superando costantemente in astuzia il volpino Cecil. Forgiata da un’abitudine alla lotta, che rende con abilità di colori di voci, non disegna sgangheratezze vocali che ben si attagliano alla figura della regina sedicente vergine; eterna lotta che sfocia in quella interiore tra amore e potere, nel dimostrare l’abilità di contrastare le manovre maschili. Maria Caggianelli Villani, nei panni della giovane ma già serpentesca Elizabeth principessa, combina la vulnerabilità con un’incrollabile determinazione religiosa, un’acerba sensualità mista all’ingenuità calcolata di fanciulla. Ma già con le stigmate di caparbia lucidità e volontà di emergere e di dominio che la vedranno, cinica calcolatrice, immolare la testa di Seymour per ascendere alle mire prefisse. E’ di contrasto una tremebonda Katherine Grey, ingenua quanto innamorata e fragile, per terminare scolpendo deliziosi camei di sapida e concreta lavandaia dal terragno accento veneto. Enzo Curcuru dal bel personale, sa essere un affascinante e calcolato Seymour iniziale, sferrando tutte le armi poi di seduzione e caparbia volontà virile come Dudley. Cristian Gianmarini è un variegato William Cecil nel variegato dispiego di astuzie verbali. Scene di Carlo Sala di efficace artigianato teatrale, raffinatissimi costumi di Ferdinando Bruni, preziose e intriganti luci di Giacomo Marettelli Priorelli e sempre pertinenti musiche di Gianfranco Turco. Una produzione Teatro dell’Elfo con il Teatro Stabile del Veneto. Coinvolgente spettacolo, da non perdere, in scena al teatro dell’Elfo di Milano fino all’11 febbraio. In tournée al teatro Goldoni di Venezia, 9-12 maggio, e al Teatro Verdi di Padova, 15-19 maggio.

gF. Previtali Rosti

Foto Laila Pozzo

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