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“Io capitano”: un’odissea di dolore e speranza

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In questi giorni è di nuovo in sala, in versione originale sottotitolata, Io capitano di Matteo Garrone, uscito la prima volta nel settembre 2023. Il film è entrato nella cinquina dei candidati al premio Oscar per il Miglior Film Straniero: può farcela, e sarebbe un premio di rottura con la recente tradizione dei film italiani vincitori (Nuovo Cinema Paradiso, Mediterraneo, La vita è bella e La grande bellezza), tutti accomunati, sia pure con accenti molto diversi tra loro, dalla caratteristica di raccontare il nostro Paese e quell’italianità che tanto piace agli statunitensi (specie nel caso dei film di Tornatore e Salvatores).

Io capitano no. Pur essendo un’opera concepita al 100% da menti italiane (oltre alla regia, Garrone ha firmato anche la sceneggiatura, insieme a Massimo Gaudioso, Andrea Tagliaferri e… Massimo Ceccherini!), è una storia in cui l’Italia, di cui si intravedono soltanto le coste siciliane alla fine del viaggio, è appena sfiorata. Qui, Garrone non racconta il nostro Paese, ma ciò che accade poco oltre, e “prima”: il terribile “dietro le quinte” di coloro che dall’Africa affrontano il viaggio della speranza in cerca di un futuro migliore, cioè una storia universale.

Con un taglio ideologicamente neutro – mostrare senza dimostrare – e uno stile narrativo secco, neorealista, il film mostra l’odissea di due cugini sedicenni, Seydou e Moussa, che lasciano di nascosto le loro famiglie col sogno di affermarsi come musicisti in Europa. Il viaggio, che attraverso Mali e Niger li porta fino alle coste libiche di Tripoli – ultima tappa africana prima della traversata del Mar Mediterraneo verso l’Italia – è costellato di esperienze durissime che li mettono a contatto con una dura realtà fatta di violenza, dolore e morte, in uno scenario naturalistico – quello del deserto sahariano – tanto affascinante quanto ostile.

Ma c’è anche posto per la speranza, rappresentata dalla solidarietà e dalla fratellanza che gli esseri umani sanno dimostrare quando sono in difficoltà, oltre che dagli sguardi puri dei due giovani protagonisti, non ancora piegati dalle asprezze della vita.

La sceneggiatura si concede solo due brevi fughe dalla realtà, rappresentate dalle splendide sequenze oniriche in cui Seydou prima conduce per mano una donna fluttuante – morta di stenti poco prima – nel deserto, poi fa una visita notturna alla madre – mentre è prigioniero dei predoni – accompagnato da un angelo.

Toccante, poetico, duro e necessario: un film da non perdere.

Francesco Vignaroli

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