Festival di Berlino: una conclusione senza pena né gloria

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BERLINO, 23 FEBBRAIO – Come ultimo film in concorso al 74° Festival Internazionale del Cinema di Berlino, il selezionatore Carlo Chatrian non ha trovato di meglio che invitare per la prima volta l’ormai quasi inesistente cinematografia nepalese con “Shambhala”, una storia di consapevolezza  e liberazione femminile.
Il film è opera di Min Bahadur Bham che, nonostante i suoi soli 40 anni, è già stato produttore, regista e sceneggiatore dal 2012 di tre lungometraggi e per questo suo quarto lavoro ha mosso cielo e terra, raccogliendo capitali da Francia, Norvegia, Hong Kong, Cina, Taiwan, Turchia, Qatar e Stati Uniti, oltre ai propri.
Forse era inevitabile che questo film, che racconta la storia di una donna accusata di adulterio dal suo villaggio e che parte alla ricerca del marito che l’ha ripudiata per affermare la sua innocenza, fosse più che altro una sfilata di riti, usanze e paesaggi per il piacere e la conoscenza di un pubblico straniero.
E infatti, in questo remoto villaggio dell’Himalaya, che vive apparentemente di risorse agricole come yak, capre e pecore, esiste la tradizione di sposare una donna con tutti i fratelli di una famiglia, probabilmente per evitare la moltiplicazione delle persone in una stessa abitazione.
Questo è ciò che accade alla giovane Pema, che si unisce carnalmente con il suo primo marito, Tashi, mentre, comodamente per la trama, il secondo, Karma, è un monaco buddista votato alla castità, e il terzo, Dawa, è un bambino (non sapremo mai cosa succede quando tutti i fratelli sono in età di procreare).
Tutto sarebbe nella norma se non fosse perché nel villaggio circola la voce che il padre del bambino che Pema porta in grembo non sia Tashi ma l’insegnante del villaggio, Ram Sir, il che fa sì che il primo marito decida di non tornare a casa.
Pema inizierà un viaggio alla ricerca di lui, accompagnata da Karma e, grazie a ciò, scopriremo altri riti e cerimonie della tribù, come una cerimonia funebre, un matrimonio, una festa dei cavalli, oltre a nuovi paesaggi dell’Himalaya, così che il viaggio turistico si concluderà con la decisione di Pema di vivere la propria vita contro il desiderio di Tashi che abortisca (al sesto mese?) e di avere un secondo bambino con la certezza che sia suo.
Tralasciando il pittoresco, il film di chiusura è un semplice melodramma che si prolunga eccessivamente per tre ore e la sua selezione, come molti altri del concorso, è uno dei misteri insondabili di questa 74ª edizione.
Antonio M. Castaldo

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