BERLINO, 15 febbraio – Migliora sensibilmente il livello del concorso nella quarta giornata del 76° Festival Internazionale del Cinema di Berlino, grazie soprattutto alla coproduzione austro-tedesca Rose di Markus Schleinzer e al film belga Dust di Anke Blondé. Più debole, invece, Kurtulus del turco Emin Alper, che pur animato da buone intenzioni risulta appesantito da un linguaggio melodrammatico e troppo enfatico.
Tra i titoli più riusciti spicca Rose, girato in uno splendido bianco e nero che si adatta perfettamente al clima cupo del racconto, dove fanatismo religioso, intolleranza e interessi personali si intrecciano. Il film del regista viennese Markus Schleinzer – già noto per aver affrontato temi scomodi, come in Michael (2011), in cui analizzava con sguardo imparziale la vita di un pedofilo – racconta la storia di una donna che, nella Germania protestante del XVII secolo, si finge uomo. La protagonista, interpretata da una straordinaria Sandra Hüller, si presenta come un soldato veterano delle guerre di religione per reclamare una proprietà che non le appartiene. Per sostenere la sua menzogna accetta di sposare una giovane del villaggio rimasta incinta, complice dell’inganno. Ma sarà una domestica, che ha visto Rose nuda, a smascherarla. La rivelazione porterà a un tragico epilogo: la protagonista verrà decapitata con una corona di vimini, chiaro omaggio a quella indossata da Falconetti nel classico del cinema muto La passion de Juana de Arco di Carl Theodor Dreyer. Schleinzer firma anche la sceneggiatura insieme ad Alexander Brom e, in appena 94 minuti, riesce a condensare una storia che ritrae un’epoca di grande splendore culturale nelle capitali europee, ma ancora immersa nell’ignoranza e nell’oscurantismo nelle province più remote.
Di segno diverso Dust, secondo lungometraggio della belga Anke Blondé. Il “polvere” del titolo sembra alludere a ciò che resta del potere nelle mani di chi lo ha perduto. Ambientato nel 1999, nel pieno della stagione d’oro della tecnologia belga, il film racconta la parabola di due dirigenti di alto livello che passano dal trionfo per una nuova invenzione – capace di trasformare i suoni in lettere – al crollo totale, quando un giornalista scopre le manovre illecite con cui hanno finanziato le loro aziende. I due protagonisti hanno soltanto un fine settimana per cancellare le tracce delle frodi e mettere al sicuro il denaro ottenuto illegalmente. L’originalità dell’opera sta nel fatto che la regista e lo sceneggiatore Angelo Tijssens scelgono di non giudicare i personaggi, ma di umanizzarli, mostrando anche gli aspetti più intimi delle loro vite private, come il desiderio di garantire un futuro ai partner e ai familiari. A sostenere il film contribuiscono le interpretazioni misurate dei veterani del cinema fiammingo Arieh Worthalter e Thomas Rickewaert.
Meno convincente Kurtulus, settimo lungometraggio del regista turco Emin Alper. Nonostante le difficoltà economiche del cinema turco e un contesto politico autoritario che tende a soffocare le voci critiche, Alper continua a confrontarsi con temi sensibili come il terrorismo urbano, l’odio etnico e l’intolleranza religiosa. Ispirato a fatti reali, ma senza riferimenti precisi a un luogo o a un tempo, il film racconta la storia di due etnie rivali, unite nella lotta contro il terrorismo ma in conflitto per il controllo delle terre e delle risorse agricole. Il rancore, solo temporaneamente contenuto dall’autorità religiosa e controllato in modo fragile dall’esercito, sfocia in una strage che innesca una serie di guerriglie tribali.
Il racconto, però, è appesantito da una messa in scena teatrale e urlata che, nell’arco delle due ore di durata, finisce per logorare la pazienza dello spettatore, indebolendo la forza del messaggio.

