Al termine del consueto incontro col pubblico, stvolta presso il mio amato caffè Rossetti, ho avuto il piacere di incontrare un vero mito del Teatro Italiano. Il posto è affollato, gli intervenuti erano tanti, stimolati dalla curiosità di ascoltare note, storie e commenti sulla pièce “Amadeus” di Peter Shaffer, portata sulle scene da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia. Trovare un posto un po’ meno caotico non è facile, ma riusciamo a conquistare uno spazio. Per fortuna. Ferdinando è getnilissimo ed elegantissimo nel suo stile casual. Un portamento disponibile ed emozionante, con una voce molto accattivante. Sono affianco ad un grande attorniata da grandi del teatro di tutti i tempi.
Rosa Z.: Sono davvero lieta di conoscerla. Desidero che questo incontro rimanga nei miei annali! Parlerei certamente dello spettacolo, ma vorrei parlare soprattutto di Lei, della sua arte, della sua vita per il teatro e di come ha fondato il teatro dell’Elfo-Puccini.
nelle mie interviste io ho due domande fisse: La prima è qual è stata la scintilla che ha fatto scaturire in Lei voler fare questo mirabile lavoro che poi ha portato avanti in maniera così straordinaria.
Ferdinando B.: Ma è quasi, come spesso capita, casuale. È successo. All’inizio facevo l’università, volevo laurearmi in Storia dell’Arte e poi volevo approfondire qualcosa che avevo cominciato a studiare nell’ambito dei miei programmi di studi che, fra le altre cose, era centrato sul teatro russo, sull’arte degli anni Venti. Volevo approfondire questo e quindi ho fatto un esame per entrare a quella che allora si chiamava scuola del “piccolo”, che adesso è la scuola “Paolo Grassi”, per fare un corso per diventare sì assistente alla regia e organizzatore, ma soprattutto era un corso di approfondimento culturale sul teatro. Iscrivendomi a questo corso, ho conosciuto Gabriele Salvatores che invece si era appena diplomato lì e che stava progettando di mettere in scena uno spettacolo, un testo di un autore argentino, e stava cercando collaboratori. Siamo diventati amici ed ho cominciato a lavorare con lui. Io da sempre disegno, faccio anche tutto il reparto di arti figurative e quindi ho cominciato a collaborare per i costumi. Siccome allora tutti facevano tutto, perché era una compagnia di studenti, avevo un piccolissimo ruolo dentro lo spettacolo perché fare l’attore non mi passava neanche per la testa, cioè non ci avevo proprio mai pensato. Artista sì, ma di altro genere, arte figurativa.
Provavamo due sere a settimana, come fanno le compagnie di giovani e ad un certo punto succede che improvvisamente salta fuori l’occasione di fare un debutto vero con questo lavoro. La persona che faceva il ruolo di protagonista si accorse che non se la sentiva, venne preso dal panico e quindi Gabriele mi chiese se avessi voluto provare a farlo io. Ho provato e facevo Jolli, un personaggio che teneva insieme un po’ la storia.
Rosa Z.: il personaggio poi del teatro classico per antonomasia: il coro, il narratore, il servo nella commedia dell’arte.
Ferdinando B.: Esatto. Di fatto sono rimasto lì sul palco, non sono più sceso.
Rosa Z.: Meno male, per fortuna! Bravo Gabriele Salvatores. Ho visto che nel 1973 è cominciata l’ avventura del teatro dell’Elfo. Il periodo degli anni ’70 era un po’ diciamo “particolare” per la nostra società. Era più espressione di ribellione, o di volontà di riagganciarsi agli stili classici o di essere sulla linea dei grandi attori del periodo?
Ferdinando B.: noi avevamo intanto una formazione che era quella del “piccolo teatro”, quindi del teatro come anche servizio sociale. L’altro elemento, che noi avevamo molto presente, era quello della condivisione col pubblico: noi e gli spettatori avevamo più o meno la stessa età di fatto, per cui finiva che gli spettacoli erano quasi delle feste in cui il pubblico veniva e si condividevano modi e contenuti, che erano comuni Per cui era anche importante creare dei momenti di aggregazione in un’epoca non facile.
Rosa Z.: Per decenni avete collaborato Lei e il maestro Elio De Capitani. Qual è il significato, il mood di lavorare stabilmente per tanti anni in coppia?
Ferdinando B.: È come il matrimonio, (ride) nel senso che si ha bisogno anche di compromessi, di limare degli angoli, di creare dei modi di stare insieme. C’è da dire che adesso è da qualche anno che non lavoro con De Capitani, ma tornerò a lavorarci presto.
Rosa Z.: Posso permettermi di chiedere perché?
Ferdinando B.: Perché io adesso lavoro molto con Francesco Frongia, anche come coautore, che mi piace comunque.
Rosa Z.: è anche il suo compagno di vita?
Ferdinando B.: Sì, sì, sì, è il mio compagno di vita, per cui questa cosa mi appassiona.
Rosa Z.: Anche lui è un artista a tutto tondo, però non era qui stasera.
Ferdinando B.: Sì, sì, sì, videoartista, ne ha fatte di tutti i colori. No, non c’è, non è potuto venire a Trieste purtroppo. E quindi ho lavorato più con lui. Poi Francesco ha lavorato anche con Elio. Ci sono molti scambi, molta contaminazione. Sono tanti anni che ci conosciamo e, pur avendo ognuno il suo stile preciso, abbiamo un linguaggio comune.
Rosa Z.: Cosa pensa Lei del teatro italiano in questo momento? Noto che sotto certi punti di vista c’è molta vitalità. Sotto altri c’è la crisi, il teatro è praticamente sempre in crisi. Crisi di pubblico? bisogna arrivare a tanti compromessi per riempire le sale, concorrenza mostruosa di mille piattaforme, anche di teatro, ne è uscita un’altra recentemente.
Ferdinando B.: Ma il teatro non è tanti fruibile su piccolo schermo. Non è la stessa cosa! Il teatro è sempre in crisi, da quando ho ricordo. È un momento molto vitale dal punto di vista artistico perché ci sono finalmente delle nuove generazioni molto forti, molto precise, molto determinate. Non le faccio nomi, ma ce ne sono tanti. E invece la crisi del teatro è crisi profonda che sta vivendo nel rapporto con le istituzioni. Noi dobbiamo seguire una serie di regole che sono dei cappi, siamo costretti a iperprodurre perché siamo stati infilati in un meccanismo di competizione delirante che non ha senso, che serve a produrre una quantità enorme di spettacoli che non possono giustamente avere una vita. L’unica crisi che non vedo è quella del pubblico devo dire, forse sto vivendo delle esperienze fortunate ma io il pubblico ce l’ho sempre numeroso in sala.
Rosa Z.: Bene, meno male!
Ferdinando B.: Sia a Milano che in tournée. Anche ieri sera era pieno.
Rosa Z.: Io avevo 24 anni quando è venuto fuori il film di Milos Forman, secondo me film era bellissimo e illuminante
Ferdinando B.: Sì, anche a me ha colpito molto all’epoca.
Rosa Z.: Ti faceva scoprire un Mozart che tutto sommato fino ad una certa età non cogli. Di conseguenza l’ho visto svariate volte, a varie età eccetera. Ho visto anche la serie di Sky.
Ferdinando B.: io quella non la vedo. E me l’hanno detto che non è granché
Rosa Z.: Lei ha tradotto tantissimi testi, ha un palmares, chiamiamolo così, di personaggi incredibili tipo Woyzeck, Amleto, Salieri, Britten, Oscar Wilde, Edipo e altri. ha messo in scena Čechov,, Goldoni, Eschilo, Camus, Dario Fo, Brecht, Williams, Dickens, Kushner, Reiner Fassbinder, pietra miliare. Mi racconterebbe qualcosa di Reiner Fassbinder? Ha recitato con Mariangela Melato, Toni Servillo, insomma il gota, in parte, di tutto quello che è il teatro per noi. Ma Lei… Quale personaggio ha preferito? Quale autore, quale personaggio, quale Le è più vicino, quale Le torna in mente più spesso?
Ferdinando B.: Allora, io ho fatto un lungo lavoro su Amleto, con la regia di Elio De Capitani, che è cominciato nel 1993 e finito nel 2006, che è stato anche molto elogiato sul Financial Times. Praticamente lo mettevamo in scena ogni due anni, lo riprendevamo e ogni volta c’era qualcosa da scoprire, c’era qualcosa da dire. Questo era un lavoro molto lungo che andava verso l’essenzialità, che in qualche modo penso di aver raggiunto nell’ultima edizione del 2006 dove purtroppo però ero ormai troppo vecchio per interpretare quel ruolo e quindi ho dovuto abbandonare il mio amato personaggio.
Rosa Z.: Con queste concessioni che si fanno oggi, perché no? Anche se capisco che forse è meglio non esporsi, mi sa. Vero?
Ferdinando B.: Certo. L’altro personaggio che invece mi ha dato enorme soddisfazione e che mi piace molto fare è Caligola di Albert Camus. L’ho fatto solo per tre o quattro stagioni, ma è un personaggio che lascia il segno, insomma.
Rosa Z.: Eh sì, immagino.
Ferdinando B.: Perché proprio anche la scrittura, è una scrittura coinvolgente, è una scrittura, poi Camus è un personaggio intellettuale che sento molto vicino.
Rosa Z.: C’è qualcosa, esiste qualcosa che Le ha lasciato amarezza?
Ferdinando B.: Amarezza? Ma no, per fortuna no. Piuttosto fatica. Io insieme ai miei colleghi non solo faccio regia, ma gestisco anche un teatro.
Rosa Z.: Eh, eh, eh, appunto.
Ferdinando B.: Un teatro con tre sale, un teatro complesso, un teatro che alla fine ha adesso un centinaio di dipendenti ed è complesso. Si deve fare i conti quotidianamente con i bilanci, con i rapporti pubblici. Il tempo dedicato alla gestione e all’economia del teatro è sproporzionato rispetto a quello dedicato all’arte. Ecco, questa è una fatica, non è una amarezza.
Rosa Z.: Posso farLe una confessione? uno dei miei sogni è avere uno di quei teatri minuscoli, 50 posti, dove poter fare piccole rappresentazioni per pochi amici e appassionati e goderne tutti assieme: quindi Lei ha realizzato un sogno. Anche se è faticosissimo.
Ferdinando B.: è faticoso perché nello stesso tempo bisogna ottenere e tenere un margine di serenità per poter progettare arte.
Rosa Z.: Mi interesserebbe sapere del suo rapporto con Fassbinder, non come è iniziato, come una storia che si può trovare ovunque. Vorrei conoscere il suo status, come ha avvertito il primo incontro, il primo “”metter della vite con Fassbinder?
Ferdinando B.: Questo progetto Fassbinder è nato, è stato sviluppato insieme a lui ed era come restituire a Fassbinder un posto che si meritava, nel senso che tutti lo conoscono come è, tutti lo conoscono come regista di cinema. Però nessuno conosce la sua attività di uomo di teatro, che ha scritto tantissimo, che ha diretto un teatro e che ha scritto quasi tutte le commedie da cui poi sono stati tratti i film. Noi abbiamo cominciato con “Le lacrime amare” di Petra von Kant, che è sempre avanti. Poi siamo andati avanti con una bellissima riscrittura di Carlo Goldoni “la Bottega del Caffè” e poi abbiamo fatto “I rifiuti, la città e la morte”, un testo estremamente controverso, che in Germania era proibito perché c’era stata un’insurrezione della comunità ebraica. Prima di metterla in scena c’è stato un lungo periodo di confronto con la comunità ebraica per cercare di chiarire quale fosse la parte così controversa: come al solito si confonde il personaggio con l’autore: c’è un personaggio antisemita che faceva delle cose tremende, ma era “il personaggio”. Poi alla fine siamo riusciti a sdoganare questo testo, che poi è stato rappresentato anche a Tel Aviv
Rosa Z.: Erano altri tempi però…
Ferdinando B.: Sì, certo. E poi un altro che era come “Come gocce su pietre roventi” (una commedia pseudotragica scritta da Rainer Werner Fassbinder nel 1965) che invece è una specie di summa del suo pensiero. Lui praticamente usa i rapporti amorosi come metafora dello sfruttamento sociale e quindi lì c’è questa parabola.
Rosa Z.: Quindi un’esperienza bellissima, formativa, di crescita immensa.
Ferdinando B.: E che mette insieme appunto un discorso politico e sociale con un calore da melodramma.
Rosa Z.: Volevo chiederLe perché Amadeus? Perché Salieri?
Ferdinando B.: Noi stiamo facendo da tanto tempo un lavoro sui rapporti fra le generazioni e anche fra il cambio di generazione e l’arte. Abbiamo fatto un spettacolo anni fa, che poi ho rifatto in varie stagioni, che si chiama “Rosso” e che ha al centro la figura del pittore Mark Rothko (pseudonimo di Markus Yakovlevich Rothkowitz (1903 –1970), pittore statunitense di origine lettone, di religione ebraica, spesso classificato come espressionista astratto e informale – ndr) che è alle prese con una commissione importantissima fatta da una multinazionale per un mega ristorante di lusso in cui lui, finalmente, può realizzare un ciclo di tele, eccetera eccetera eccetera. Sono due personaggi, ‘la pièce si dipana sui discorsi e la dialettica fra lui e il suo assistente, con cui ha un lungo rapporto. Il personaggio dell’assistente però lo convince a non dare i suoi quadri al ristorante, e adesso i quadri sono in varie Gallerie, anche in Giappone, regalati da Rothko a varie istituzioni. Qui, per esempio, c’è proprio il passaggio dell’artista, c’è il passaggio tra l’espressionismo astratto in America e la pop art, quindi con i giovani pittori e tutto quanto. È così in altri testi, in altri spettacoli. E questo ci sembrava un altro dei tasselli di questo grande progetto.
Rosa Z.: Rosa Z.: Dei veicoli proprio.
Ferdinando B.: Sì, sì. Esattamente.
Rosa Z.: L’ultima domanda, che si aggancia perfettamente al tema appensa trattato ed è anche “obbligatoria” delle interviste che faccio io, è un messaggio brevissimo per i giovani e per il suo pubblico.
Ferdinando B.: Per i giovani io direi proprio che il teatro è un obiettivo complesso e difficile, è sempre di più da raggiungere per un giovane. È un’altra cosa a fare che i giovani attori, e ce n’è di molto bravi, però fanno molta fatica.
Rosa Z.: Anche perché c’è una concorrenza spietata e una notevole volontà di fama e guadagno facile. Vogliono cominciare dall’alto.
Ferdinando B.: Però c’è anche una rigidezza nei teatri al non aprirsi a nuove generazioni. Insomma, dico loro di persistere, di insistere perché ce la si può fare. E al pubblico di continuare a tornare a teatro perché è l’ultimo baluardo della civiltà, secondo me. In questo periodo virtuale tutto sembra banale, però il teatro è uno degli ultimi posti che abbiamo, insieme alla Messa, dove gli esseri umani si trovano tutti insieme.
Rosa Z.: Infatti, e poi possono discutere, parlare, piace o non piace. Parlare di cultura, alla fine.
Ferdinando B.: Confrontarsi, esatto. Confrontarsi con la cultura, cosa che al bar generalmente non si fa
Rosa Z.: Perfettamente. Io sono affascinata da Lei, mi perdoni. Continuo a guardarla fisso negli occhi perché Lei emana fascino. Le faccio i miei più affettuosi complimenti, perché è coraggiosa questa scelta, in linea con tutte le Sue innumerevoli scelte della Sua carriera. Grazie di tutto. Arrivederci a presto.
Ferdinando B.: Grazie a Lei.
L’atmosfera ormai è divenuta impossibile, tra vociare, conti da pagare, ordini da trasmettere, spruzzi di vapore della macchina del caffè. Ci alziamo, ci abbracciamo. Uno scatto assieme per il mio “sancta sanctorum” privato. Che fascino! Il fascino del teatro vissuto in toto, vissuto e sudato fin dalla più tenera età. Mi mancano le parole…strano per me… Ne resiste solo una: “Emozione”.
Da Trieste per oggi è tutto
Rosa Zammitto Schiller

